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Hystrio, a. XXIX, n. 4, ottobre-dicembre 2016
Trimestrale di teatro e spettacolo

120 pp., euro 10,00
ISSN 1121-2691

Il numero autunnale della rivista milanese si conferma prezioso e aggiornato contenitore delle novità dello spettacolo nazionale e internazionale.

In Vetrina si legge il contributo di Irina Wolf dedicato a Falk Richter. Attento e critico osservatore dell’impatto dell’economia neoliberista nella vita contemporanea, tematica questa frequente nei suoi spettacoli, il drammaturgo e regista tedesco annovera importanti collaborazioni con la coreografa olandese Anouk Van Dijk in Nothing Hurst e Trust, e con l’israeliano Nir de Volff presente alle rappresentazioni di Never Forever e Small Town Boy. L’apporto creativo e la posizione del traduttore nella costruzione dello spettacolo costituiscono le tematiche affrontate da Pino Tierno con interessanti riflessioni intorno al cronico dilemma: si tratta di un ruolo subalterno oppure di co-autore?

Si prosegue con il Teatro Povero di Montichiello che, come racconta Laura Caretti, da cinquant’anni propone una rassegna estiva in cui la comunità recita se stessa, come nel recente Notte di attesa.

Di un altro piccolo teatro parla Alessandro Toppi. Si tratta del napoletano Elicantropo guidato da vent’anni da Carlo Cerciello e Imma Villa e attivo sul fronte della nuova drammaturgia e impegnato nella formazione di attori e pubblico.

In Vetrina trova posto anche Christiane Jatahy, che si è rivelata al recente festival della Biennale di Venezia con E se elas fossem para Moscou? Nell’intervista rilasciata a Roberto Canziani illustra il suo percorso formativo, le caratteristiche delle sue regie e gli stretti legami con il linguaggio cinematografico.

Francesca Serrazanetti si occupa di Farm Cultur Park, interessante progetto artistico attivo a Favara (Agrigento) in cui trova ospitalità la Compagnia Zappalà Danza. Altra piccola e feconda realtà, come argomenta Marco Menini, è la compagnia laziale Teatropersona, fondata nel 1999 dal regista Alessandro Serra e dall’attrice Valentina Salerno. Infine Claudia Cannella presenta Verso terra A chi viene dal mare, nuovo progetto di Mario Perrotta realizzato in Salento.

Il viaggio di Teatromondo inizia dalla Scandinavia, dove, come racconta Francesca Serrazanetti, è incrementata la costruzione di funzionali e pirotecnici edifici teatrali in armonia con il tessuto urbano e culturale della città, come dimostrano a titolo esemplificativo il City Theatre di Lappeenranta (Finlandia) e il Kilden Performing Arts Center di Kristiansand in Norvegia.

Quasi duemilacinquecento artisti provenienti da trentasei Paesi hanno partecipato all’annuale e acclamato Festival Internazionale di Edimburgo. I numeri citati sono offerti dall’articolo di Maggie Rose, che illustra il cartellone della manifestazione attenta ai classici (soprattutto Shakespeare) e aperta anche al teatro italiano (Fabbrica del Vento con Petrol, il collettivo bresciano Malcostume con Macchina).

Il Black Light Theatre di Praga è gestito da Jirí Srnec, il padre fondatore del cosiddetto Teatro Nero, nome derivato dal fondale nero posto alle spalle dell’attore che crea con il movimento degli oggetti scenici un gioco di raffinato illusionismo, ora diventato banale e vuota attrazione turistica, commenta Franco Ungaro, a dimostrazione del declino della vivacità intellettuale cittadina.

L’International Performing Arts Festival Nan Luo Gu Xiang di Pechino permette a Nicola Pianzola di esporre la situazione del teatro cinese che, a fronte di una censura molto incisiva, cerca di rendersi internazionale.

Claudia Cannella e Sara Chiappori curano il Dossier: le lingue a teatro, ossia una attenta e rigorosa ricognizione sul rapporto tra i dialetti regionali e il teatro italiano. Il contributo di Gerardo Guccini ricorda che l’adozione del plurilinguismo verbale sul palcoscenico risale ai personaggi della Commedia dell’Arte e poi individua in Teatro Settimo, Annibale Ruccello, Enzo Moscato, Saverio La Ruina, Spiro Scimone, la continuità storica di questo approccio sperimentale della drammaturgia vernacolare.

Le contaminazioni dialettali diventano terreno di manipolazioni e slittamenti semantici, onomatopee e assonanze, per poi definirsi in opera originale e fortemente connotata dall’attore/autore, come dimostrano gli esempi di Dario Fo e Alessandro Bergonzoni, citati da Stefano Bartezzaghi che, spostandosi nell’area letteraria lombarda, ricorda Carlo Emilio Gadda e Giovanni Testori.

Con l’articolo scritto a tre mani da Sandro Avanzo, Laura Bevione e Laura Santini, inizia il viaggio nelle regioni italiane. In Lombardia è la storica Compagnia dei Legnanesi il contenitore dell’evoluzione del dialetto in scena, che trova altri significativi riscontri in alcune opere di Testori e nelle canzoni sketch di Enzo Jannacci, Cochi e Renato, Teo Teocoli. Il Piemonte si caratterizza per il mancato uso artistico della parlata popolare, ad eccezione delle isolate esperienze di Marco Gobetti, del Laboratorio Teatro Settimo e del cantastorie Claudio Zanotto Contino. In Liguria sono le compagnie amatoriali le depositarie della tradizione dialettale, pur non mancando rivisitazioni di alto livello, dal Teatro della Tosse alla cosiddetta “Scuola dei comici genovesi” rappresentata da Broncoviz, Cavalli Marci, ecc.

La zona del Triveneto presenta un quadro assai variegato, come si legge nelle relazioni di Roberto Canziani e Massimo Bertoldi. Il Veneto ha coniugato la propria identità con l’impulso economico e politico, trascurando il patrimonio culturale teatrale ora vivacizzato da isolati artisti quali Marco Paolini, Babilonia Teatri, Natalino Balasso. In Alto Adige non esiste un dialetto autoctono, si parla un veneto-lombardo imbevuto di termini tedeschi italianizzati, assunto dalla drammaturgia contemporanea attenta alla ricostruzione delle vicende storiche locali; il dialetto trentino, assai praticato dal teatro amatoriale, entra nel tessuto narrativo dei testi di impegno civile di Andrea Castelli, Pino Loperfido, Angela Demattè. Bifronte è anche il Friuli Venezia Giulia con un Teatro Stabile per la comunità slovena e il Rossetti per il pubblico di lingua italiana.

Giuseppe Liotta porta il lettore della rivista milanese in Emilia Romagna e ritrova in Cesare Zavattini e Tonino Guerra gli scrittori che hanno garantito dignità nazionale alla poesia dialettale, aprendo la strada seguita da Marco Martinelli (Teatro delle Albe di Ravenna) e Nevio Spadoni; mentre a Bologna, dopo le commedie dialettali rappresentate dalla Compagnia di Arrigo Lucchini, il testimone è nelle mani di Alessandro Bergonzoni.

In Toscana, spiega Francesco Tei, alla vivacità della parlata corrisponde la vitalità della drammaturgia, che spazia dal recupero delle memorie rurali (Ugo Chiti, Roberto Benigni, Carlo Monni) all’uso della lingua in chiave sperimentale da parte della scena emergente (I Sacchi di Sabbia, Omini). È Filippo Timi l’autore più importante dell’Umbria, come dimostra Diego Vincenti.

Il recupero della tradizione del vernacolo romano spetta alla maestria creativa di Ascanio Celestini, preceduto da Luigi Magni. Inoltre, non trascurabili risultano Semo o nunsemo, spettacolo musicale di Nicola Piovani, e le commedie di Gianni Clementi.

La storia novecentesca del dialetto napoletano è piuttosto lunga e complessa. Stefania Maraucci la ripercorre a partire dai padri fondatori, Raffaele Viviani e Eduardo de Filippo, per proseguire con le commedie antiborghesi di Giuseppe Patroni Griffi, con le esperienze avanguardistiche di Roberto De Simone, il visionario Enzo Moscato, il tormentato mondo femminile di Annibale Ruccello, le visioni fosche di Ruggero Cappuccio, la freschezza linguistica di Mimmo Borrelli. Ulteriori approfondimenti sulla drammaturgia campana contemporanea si leggono nell’intervento di Alessandro Toppi.

La restituzione del dialetto pugliese alla scrittura teatrale, argomento questo che compete a Nicola Viesti, è un processo creativo avviato negli anni Sessanta da Vito Maurogiovanni e poi proseguito da Giuseppe Solfato fino alle recenti esperienze di Perrotta, Koreja, Fibre Parallele.

Paola Abenavoli si occupa della Calabria, dove primeggia il lavoro di Teatro Studio Krypton che ha spianato la strada alle ricerche successive di Teatri del Sud, Saverio La Ruina, Ernesto Orrico, Scenari Visibili.

Alla vitalità del teatro siciliano è dedicato l’ultimo servizio di questo itinerario regionale. Secondo Dario Tomasello, Filippa Ilardo e Elisabetta Reale, si tratta di “scuola siciliana”, tanto è radicata la tradizione novecentesca che, a partire da Pirandello, iscrive nell’indice dei nomi una serie di drammaturghi di alto livello, quali Spiro Scimone, Nino Romeo, Sabrina Petyx, Mimmo Cuticchio, Vincenzo Perrotta, Franco Scaldati. Quest’ultimo è approfondito nell’articolo di Totò Rizzo che ne ripercorre l’opera e illustra il processo creativo. Altra punta di diamante della scena siciliana è Emma Dante, che Giuseppe Montemagno analizza con particolare attenzione, individuando in Mpalermu il punto di partenza di un lungo e proficuo viaggio drammaturgico di cui fanno parte la Trilogia della famiglia siciliana e Carnezzeria.

A completamento del Dossier Sara Chiappori raccoglie le dichiarazioni di sette autori in merito al rapporto tra lingua italiana e dialetto e all’utilizzo delle parlate regionali nella drammaturgia contemporanea anche di tipo sperimentale. Le voci autorevoli sono di Edoardo Erba, Renato Gabrielli, Stefano Massini, Fausto Paravidino, Letizia Russo, Michele Santeramo, Spiro Scimone.

In I protagonisti della giovane scena/99, nella rubrica Nati ieri, si legge il profilo artistico di Tindaro Granata, autore-attore emergente del quale Renato Palazzi ricostruisce le tappe essenziali della carriera artistica e creativa, dalla trilogia Familiae al recente Geppetto e Geppetto.

Spetta a Mario Bianchi la sezione Teatro Ragazzi, in cui trovano posto i resoconti dei principali festival italiani, da Una Città per Gioco a Vimercate a Palla al Centro a Perugia e Colpi di Scena a Bagnacavallo.

La consueta e corposa sezione delle Critiche ordina le tante recensioni degli spettacoli secondo criteri regionali.

Il testo pubblicato in questo numero di Hystrio è Crack Machine. Il denaro non esiste di Paolo Mazzarelli e Lino Musella, che ha debuttato nel 2011 al festival primavera dei Teatri. 

Nella Biblioteca Albarosa Camaldo raccoglie le schede relative alle novità editoriali italiane legate alla cultura dello spettacolo. 

Sono raccolte da Roberto Rizzente le tante e preziose informazioni ne La società teatrale.


di Massimo Bertoldi


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