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Adela Gjata

Il grande eclettico. Renato Simoni nel teatro italiano del primo Novecento

Firenze, Firenze University Press, 2015, 463 pp., euro 16,90, Premio Ricerca “Città di Firenze” 43


ISBN 978-88-6655-944-3

L’eclettismo, spesso confuso con la superficialità del tuttologo, quando si sposa con una fervida curiosità e incontra una solida struttura culturale crea profili non convenzionali intorno ai quali, con naturalezza, prendono a gravitare i fenomeni. Si tratta di una ricerca reciproca: la curiosità dell’eclettico lo spinge verso i fenomeni, le novità, a loro volta sembrano attratte dalla sua aura.

Il grande eclettico è il titolo che Adela Gjata sceglie per questo volume frutto di un lungo e faticoso lavoro di ricerca e di ricostruzione intorno alla biografia artistica di Renato Simoni; tratteggiando l’individuo la studiosa delinea anche uno schizzo del panorama artistico-culturale italiano tra fine Ottocento e le due guerre mondiali. «Personaggio centrale della cultura italiana della prima metà del Novecento […], drammaturgo, critico teatrale, regista, librettista per l’opera seria e buffa, sceneggiatore per il cinema, ritrattista, oratore, autore di riviste di satira politica, balletti, elzeviri, articoli di costume, epigrammi, anacreontiche e facezie rimate» (p. 9), questo e altro ancora fu Simoni. Gjata assolve al compito di sbattere i tappeti della polverosa dimora dell’«uomo più grande di tutti nel Teatro» (p. 9) (così Ridenti in un articolo commemorativo) e facendo entrare aria buona dona ad ogni soprammobile la giusta collocazione.

L’autrice struttura il suo studio in sei capitoli che definiscono la parabola artistica del critico veronese, gestendo la cronologia con sapiente flessibilità. Renato Simoni nasce nel 1875 e muore nel 1952. Seguire il suo percorso biografico vuol dire ripercorrere la storia d’Italia, scontrarsi con eventi epocali e cambiamenti politico-sociali e culturali – tra i quali l’avvento del cinema – particolarmente significativi. Da qui la traiettoria cronologica tracciata nel primo capitolo (pp. 9-50) dedicato agli esordi del giovane Simoni. Si parla poi del suo precoce approccio alla scrittura drammaturgica (argomento centrale del secondo capitolo, pp. 51-89) e delle interferenze liriche. Si pensi alla collaborazione per il libretto della Turandot di Puccini (1921). Non secondario, poi, l’amore, da veronese insediatosi a Milano, per il proprio dialetto e per la tradizione letteraria ad esso legata: da Goldoni a Gallina, agli attori veneti con i quali si troverà a collaborare.

Il terzo capitolo (pp. 91-125) è dedicato alla critica. «Simoni era già nel 1903 l’autorevole critico teatrale del “Corriere della Sera”» (p. 91). Il suo profilo si staglia, contraddittorio, nel panorama dei palcoscenici ufficiali, indagati con un atteggiamento borderline. Il punto di vista, infatti, è quello dell’uomo di scena, del drammaturgo, dell’addetto ai lavori “pericolosamente” vicino alle sperimentazioni dei meccanismi registici. Tale sguardo gli permette di cogliere e precorrere le ventate di novità e i percorsi di cambiamento che serpeggiano in quel mondo teatrale del primo Novecento che avrebbe traghettato l’era del “Grande Attore” verso il “Teatro del Regista”. L’innovazione di questo uomo di scena fu di tipo particolare, non dirompente, ma afferente, come suggerisce l’autrice, al «principio damichiano» (una lunga amicizia legò Simoni e Silvio D’Amico) «dell’“innovare conservando”» (p. 196). Il nostro «critico “buono”» (p. 102) cominciò ad applicare uno sguardo diverso al fatto teatrale, più organico, più attento agli elementi costitutivi dello spettacolo: nel suo caso un teatro di parola, un teatro d’attore. Sono riflessioni, queste, che fanno luce sull’idea di teatro di Simoni (capitolo quarto, pp. 127-168) e  sulla sua attività registica, preponderante in età matura (capitoli cinque e sei, pp. 169-284). Attraverso analisi e ricostruzioni degli spettacoli, dalla Biennale di Venezia al Maggio Fiorentino, le regie del critico verificano e spiegano il côté teorico da cui si generano.

“Regia critica” la definisce Meldolesi nei suoi Fondamenti (p. 128), che tuttavia non registra l’eclettico veronese nella rosa dei “registi critici”. Nonostante ciò è indubbio che l’atteggiamento di questo operatore culturale abbia avuto un profilo moderno, non di rottura, ma prolifero e a tratti “sfuggente”; Strehler lo definì «maestro di qualcosa che a molti sfuggiva» (p. 131). Eppure su di lui la storiografia novecentesca non è stata priva di pregiudizi. Non bisogna perdere di vista il contesto storico: le regie mature di Simoni coincisero con il pieno imporsi dell’egemonia fascista (1936-1942). Il regime apprezzò l’attività del critico del «Corriere», il quale aderì alle più importanti iniziative culturali del periodo: dalle Biennali ai Maggi, passando per le monumentali rappresentazioni all’aperto care alla mission propagandistica del fascismo. Simoni spiccò decisamente in queste imprese, eppure non ci fu, nel suo caso e nel suo teatro, una predominante visione socio-politica; la sua era piuttosto una riflessione interna all’arte stessa (cfr. p. 168). Nel secondo dopoguerra il «critico “buono”» pagherà a caro prezzo il costo della connivenza con il regime, una tacita accettazione analoga a quella di molti altri colleghi che avevano continuato ad operare nella “serie A” dello spettacolo o nei GUF studenteschi. Basti ricordare il cast della sua prima regia goldoniana per comprendere la portata e la centralità di quegli allestimenti: Il ventaglio debuttò nel 1936; tra gli attori troviamo Benassi, Adani, Pagnani, Ricci, Zacconi. Il meglio della scena ufficiale italiana.

Lo studio di Adela Gjata – arricchito da una vasta sezione di apparati di cui fanno parte raccolte di lettere, di documenti e immagini di scena ed una corposa bibliografia – rappresenta, con la giusta distanza prospettica, un momento di riflessione necessario a restituire il profilo di un uomo pratico, inserito nel suo contesto storico ma non da esso travolto – «un anello di congiunzione fra le interpretazioni mattatoriali e la stagione della regia critica del secondo Novecento» (p. 174) – e, non da ultimo, di un curioso studioso: il Museo teatrale alla Scala di Milano conserva oggi la Biblioteca Livia Simoni, un fondo inventariato di trentasettemila volumi che il critico ha accuratamente formato nel corso della sua lunga vita nel teatro.



di Chiara Schepis


La copertina

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