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Jean Genet, l’échappée belle

A cura di Emmanuelle Lambert

Paris-Marseille, Gallimard-MUCEM, 2016, 260 pp., euro 32,00
ISBN 978-2-07-017905-3

Il volume non costituisce soltanto il catalogo-guida della mostra dedicata a Jean Genet dal MUCEM di Marsiglia (aprile-luglio 2016), ma anche un documento originale, nei contenuti e nelle suggestioni, del legame dello scrittore col Mediterraneo, ambiente che collega Genet soldato in Siria e in Marocco (anni Trenta del secolo scorso) al testimone dei massacri in Libano che gli detteranno Quatre heures à Chatila (1983). L’impresa che comprende la mostra e il libro è resa possibile dalla qualità degli archivi detenuti dall’IMEC, costituiti per la passione di Albert Dichy, prima a Parigi dal 1989, poi nella grande, funzionale sede dell’Abbaye d’Ardenne (Caen). La materia è distribuita nelle tre parti intitolate ad opere e figure genetiane: Journal du voleur, Les Paravents e Un captif amoureaux. Ciascuna presenta interventi d’occasione, appunto le échappées (fughe o digressioni) di autori contemporanei ispirati ai testi dello scrittore.  

Dal Journal du voleur, autobiografia romanzata, prende spunto la ricognizione dei luoghi, degli spostamenti e degli incontri dell’autore, dalla nascita alla pubblicazione dell’importante testo d’esordio, redatto a partire dal 1945. I controlli e gli accertamenti delle istituzioni sulla personalità anomala dell’infante abbandonato, seguito dall’Assistenza Pubblica, si sintetizza nel 1938 con la proposta di riforma dal servizio militare. La diagnosi: «Genet est un desequlibré psychique, instable, fugueur, amoral, inaffectif. C’est sans doute un habitué de l’homosexualité passive qu’il pratique  sans convinction apparente. C’est aussi un fabulateur, un imaginatif mythomaniaque» (p. 65). Più volte detenuto, conosce Jean Cocteau, che gli ottiene la pubblicazione di Notre-Dame-des-Fleurs (1943). Segue una lunga dettagliata Chronolologie biografica in fac-simile (pp. 73-76), per poi giungere all’edizione clandestina del Journal (1948), stampata da Skira a Ginevra. La sezione si chiude con Escapar di Sonia Chiambretto e Une fantaisie di Patrick Autréaux.

L’incontro con lo scultore svizzero (presentatogli da Sartre nel 1954) segna una svolta esistenziale e artistica. L’estetica “letteraria” di Genet evolve allora tramite riflessioni ed esperienze a tutto campo, influenzando la sua stessa visione dell’Arte. «Giacometti réaffirme face à Genet l’importance du sujet […]. Il fait ainsi lentement émerger Genet du rêve mallarméen qui le hante» (p. 118). La svolta consisterà nell’abbandonare il progetto di un’opera centrata sul «nulla» per «l’ouverture au pluriel, le geste de l’offrande, la dedicace à l’autre» (p. 119). Il «moment Giacometti» è articolato da Albert Dichy nei tempi (o movimenti) Poser, Rencontrer, Sortir, Boiter. Azioni diverse in cui l’espressione si rivela nello scrittore quale specchio e reazione alla presenza delle forme (sculture e ritratti) plasmate dall’artista. Vengono istituite relazioni molto intime fra le due opere in fieri e Dichy individua in quelle a venire di Genet l’impronta di quelle di Giacometti.

Per quanto riguarda l’opera teatrale, quale avventura esemplare si sceglie Les Paravents, iniziato nel 1955 e pubblicato nel 1961. In presentazione si precisa che «Genet a beaucoup dit et écrit qu’elle [pièce] n’avait qu’un rapport lontain à l’Algérie. La réaction des spectateurs l’aura pourtant contredit» (p. 124). Grazie all’intelligenza del regista Roger Blin, «le pretexte de la guerre d’Algérie permet le développement d’une pensée poétique et politique» (p. 124). Il dossier presenta molti inediti, documentari e iconografici, aperti da un Avertissement dei Servizi d’Informazione (17 aprile 1966) sulla programmazione della pièce al Théâtre de l’Odéon (p. 127). Il testo è tratto dal XIII Quadro dell’ed. 1961. Segue il Rapport dei Servizi sulla prima rappresentazione (17 aprile 1966), lunga descrizione delle fasi dello spettacolo, che conclude: «Aucune manifestation n’a marqué ce spectacle, malgré les répliques violentes et le langage très libre des acteurs» (p. 138). Le recensioni, sui giornali dell’epoca, sono di Poirot-Delpech («Le Monde») e di Gautier («Le Figaro»).

Fogli manoscritti del 1955-1958, con gli abbozzi dei dialoghi e dei “paraventi” (pp. 147-49), precedono bozzetti dei costumi, a cui seguono Lettere e schizzi dell’autore al regista, documenti all’origine delle Lettres à Roger Blin pubblicate nel 1967: profonda riflessione di estetica della scena mista di dettami concreti. Quella intestata «Quelques costumes et maquillages, comme je les vois» (p. 156) è immaginata per Maria Casarès, interprete della Mère: «Des cheveux de toupe blanche. Un face blanche, passée à la céruse, et des rides très travaillées [...]. La robe, très lourde, descend un peu plus bas que les pieds» (p. 156). Fra i costumi di André Acquart, quelli per Germaine Kerjean (ruolo di Kadidja), per Marcelle Ranson (Ommou) e per Madeleine Renaud (Warda). Il disegno del dispositivo scenico appare comprensivo di pedane praticabili e paraventi (p. 171). Un altro documento finora inaccessibile è l’intervista radiofonica di Michel Droit a Jean-Louis Barrault del 3 maggio 1966, dalla quale si apprende la vivace e dolorosa reazione vissuta dall’artista durante la «battaglia dei Paraventi», costellata da polemiche ed azioni di disturbo, fra ragioni politiche, risentimenti e pretesti per alimentare conflitti forse insanabili. Barrault concludeva l’intervista con un’esaltazione civile del Teatro, «un État indépendant qui devrait être reconnu à l’ONU et qui est la gloire et l’honneur de l’humanité» (p. 172).

Il versante politico dell’impegno di Genet appare sotto il titolo di Un captif amoureux, libro di difficile collocazione, pubblicato postumo nel 1986 (non ancora tradotto in Italia), maturato dalle frequentazioni solidali con le Black Panthers e con i feddayn palestinesi. I materiali e i testi relativi – che da noi hanno trovato a suo tempo sensibile riscontro – vengono presentati e commentati per campioni. Fra i primi europei a visitare i campi palestinesi del massacro, Genet rende la sua testimonianza in Quatre heures à Chatila (1983) e segna l’inizio dell’ultimo suo periodo, «celui de la reprise en main des images par l’écriture» (p. 188). Les Palestiniens commenta le fotografie di Bruno Barbey scattate dal 1969 al 1971 e pubblicate su «Zoom» lo stesso anno. Un captif amoureux vale a testamento: «Le livre est une recherche du temps passé […] plus particulièrement la recherche des années après sa rencontre en Jordanie, d’un jeune combattant palestinien nommé Hamza. [...] Celui qui a écrit ces pages, transfiguré dans sa nuit personnelle et portative, ce viel orphelin pouvait enfin mourir» (p. 189). Già nell’Intervista filmata da Antoine Bourseiller nel 1981, la voce di Genet suonava profetica: «Ma vie s’achève à peu près. J’ai soixante et onze ans et vous avez devant vous ce qui reste de tout ça. Rien de plus. Ce n’était pas grand-chose» (p. 7). 

L’impostazione grafica del disegnatore Philippe Millot (docente di tipografia e grafica all’ENSAD di Parigi) risulta lavoro inventivo, prezioso e sofisticato (peccato per certi caratteri al limite della leggibilità), un efficace puzzle visivo che avvalora la contemporaneità dello scrittore e del suo universo.    


di Gianni Poli


La copertina

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