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Scene dal mito. Iconologia del dramma antico

A cura di Giulia Bordignon

Rimini, Guaraldi, 2015, 383 pp., euro 40,00
ISBN 9788869270123

Il volume, a cura di Giulia Bordignon, raccoglie i contributi degli studiosi convenuti al Seminario Pots&Plays promosso dal Centro studi classicA dell’Università Iuav di Venezia. I saggi approfondiscono le questioni di metodo relative allo studio delle raffigurazioni vascolari a soggetto teatrale e trattano specifici case studies (Niobe, Laocoonte, Neottolemo/Diomede, Medea, Ione) in rapporto dialettico con i fondamentali contributi di Oliver Taplin, studioso insigne in questo ambito di ricerca.

Lo studio dell’iconografia vascolare come documento del teatro materiale (ambientazione scenica, costumi) e degli aspetti performativi (movimenti, gestualità) è complesso e interdisciplinare. Esso coniuga filologia, archeologia, storia dell’arte antica, letteratura greca, storia del teatro antico e in generale visual studies. I saggi raccolti nel volume spaziano e interagiscono in questi diversi e interrelati campi di indagine.

Il volume è diviso in tre parti: Questioni di metodo. Teatro e archeologia: tra convenzione e innovazione iconografica. Visioni testuali e versioni figurative: casi di studio. Seguono Ricognizione critica e bibliografia generale.

La prima parte si apre con un contributo fondamentale di Taplin, About Pots&Plays, accompagnato da un repertorio iconografico di buona qualità, in cui lo studioso inglese riassume il suo lavoro (cfr. Pots&Plays: interactions between tragedy and Greek vase-painting of the fourth century B.C., Los Angeles, J. Paul Getty Museum, 2007). Segue il saggio a più mani, coordinato da Anna Beltrametti, Teatro attico e iconografia vascolare: appunti per un metodo di lettura e di interpretazione, focalizzato su alcune questioni nodali circa il rapporto tra testo teatrale e figurazione vascolare. Si sottolinea la necessità di un approccio storico alla materia contestualizzando i singoli documenti vascolari.

Complesso stabilire se le situazioni e i personaggi raffigurati sui reperti siano riconducibili al repertorio drammaturgico o se, più genericamente, si riferiscano al repertorio iconografico del mito di cui la versione teatrale è una variante. Il riferimento costante è al citato studio di Taplin, in cui sono proposti possibili signals, ovvero spie di una connessione della pittura vascolare con la performance teatrale. Tali indicatori sono: la presenza di elementi di attrezzeria e, più significativamente, di scenografia teatrale; la personificazione di concetti astratti che interagiscono con la scena rappresentata; la raffigurazione di personaggi secondari quali la nutrice e il pedagogo; i nomi inscritti accanto alle figure, identificabili con il “cast” (personae dramatis). Accanto a questi signals si propone un nuovo indicatore: l’hapax dromenon, che classifica «i casi in cui l’immagine riporta un particolare narrativo che solo un tragediografo, a quanto risulta, ha inventato per il suo dramma. È il caso di Medea che fugge dopo l’infanticidio sul carro del Sole (invenzione drammaturgica euripidea)» (p. 39).

Ci si chiede poi se il teatro, e in particolare la tragedia, siano fondati principalmente sull’innovazione degli intrecci del mito, e se viceversa la ceramica tenda a conservare la tradizione del mito. E ancora: se siano da includere nel repertorio delle “scene teatrali” anche le raffigurazioni pittoriche di scene non effettivamente rappresentate, ma narrate, ad esempio, nella rhesis di un messaggero.

Un’altra questione riguarda la gestualità e l’azione. In alcune rappresentazioni vascolari sono presenti personaggi nell’atto di irrompere in scena, accompagnati spesso da una gestualità enfatica, oppure intenti a interagire tra loro. I “superlativi patetici” della gestualità (così Aby Warburg) sono «significativi indizi di scene che, se non sono immediatamente teatrali, comunque sono rappresentazioni di “mito in azione”» (p. 44). Si evidenzia, a questo proposito, la necessità di uno «strumento che ancora non esiste» (p. 50): un catalogo iconografico dei gesti attorici. Ricordiamo tuttavia l’archivio digitale Dionysos, promosso dal dipartimento SAGAS dell’Università di Firenze sotto la direzione di Renzo Guardenti, con oltre ventunomila immagini e schede catalografiche riferibili al teatro e allo spettacolo, dall’antichità classica alla prima metà del Novecento.

Un ulteriore nodo di interesse è quello delle “diffrazioni” tra immagine vascolare e testo teatrale. La pittura vascolare, anche se accostabile a una precisa scena teatrale, non è mai una “fotografia” della situazione scenica, ma è una creazione artistica originale. Si pensi ai casi in cui l’artista rappresenta sinteticamente in una sola scena più momenti di un dramma.

Rispetto agli studi di Taplin, nuova è poi la convinzione che anche l’immaginario collettivo degli intrecci tragici e comici possa aver influenzato i pittori: «la versione tragica di un mito “fa mito”» (p. 55).

Il corposo contributo si chiude con una ricognizione dei principali studi sulla relazione teatro/pittura vascolare, a cominciare da Bild und Lied (1881) di Carl Robert. Sono catalogati, soprattutto dal punto di vista metodologico, i contributi che hanno segnato l’evoluzione della disciplina, tra cui: Greek Tragedy in the Light of Vase Paintings di John Homer Huddilston (1898), Études sur la tragédie grecque dans ses rapports avec la céramique grecque di Louis Séchan (1926), Illustrations of Greek Drama di Thomas Webster (1935), Rhesus between Dream and Death: On the Relation of Image to Literature in Apulian Vase-Painting di Luca Giuliani (1996) fino al più volte menzionato Pots & Plays di Taplin.

In Il dialogo tragico e il ruolo della gestualità, Giovanni Cerri sostiene che la tragedia greca è per eccellenza fabula stataria, non fabula motoria. Attraverso riferimenti puntuali alla Poetica di Aristotele, lo studioso afferma che «il gesto dell’attore deve essere paralogico, nel senso che segue passo passo il contenuto del λόγος dialogato e si limita ad attuarne le indicazioni» (p. 93). Cerri individua nelle opere di Eschilo, Sofocle e Euripide tre tipi di gestualità: una gestualità retorica paraverbale, una gestualità operativa ipoverbale e una gestualità pratica metaverbale. Un punto di vista discutibile.

Alessandro Grilli (Mito, tragedia e racconto per immagini nella ceramica greca a soggetto mitologico [V-IV sec. a.C.]: appunti per una semiotica comparata) sostiene che il legame che unisce tragedia e pittura vascolare «non passa da una concreta esperienza visiva, ma dalla visualizzazione mentale di un racconto» (p. 108). La storia mitica è la matrice che genera da un lato la tragedia, dall’altro il racconto figurativo. L’organizzazione dei contenuti del mito tramite la parola privilegia percorsi analitici; al contrario l’immagine è incline all’organizzazione sintetica. I discorsi costituiscono il nucleo dell’azione tragica, mentre sono gli eventi apicali l’oggetto privilegiato della narrazione per immagini. Ne deriva che quando l’azione raffigurata è priva di tratti salienti e ridotta al semplice incontro-dialogo tra personaggi, allora non è azzardato ritenere che quell’immagine provenga dalla scena.

Nella seconda parte del volume, Ludovico Rebaudo (Teatro e innovazione nelle iconografie vascolari. Qualche riflessione sul Pittore di Konnakis) analizza le innovazioni iconografiche dettate dalla prassi teatrale sui crateri di diversi centri della Magna Grecia e della Sicilia, dalla seconda metà del V a tutto il IV secolo a.C. Sui cosiddetti “vasi comici” i pittori raffigurano gli attori in azione e mostrano allo spettatore il teatro in quanto tale. Il Pittore di Konnakis, artigiano tarantino, rappresenta maschere e attori in costume, esclusivamente comici.

In Personificazioni di concetti astratti nelle rappresentazioni teatrali e nelle raffigurazioni vascolari: alcuni esempi, Giulia Bordignon esamina alcuni esempi di raffigurazioni vascolari, riferibili al teatro in quanto presentano personificazioni astratte di testi tragici pervenuti: Bia e Kratos, Thanatos, Lyssa e le Erinni.

La terza parte registra i saggi: Il tema di Niobe in lutto di Rebaudo, con una utile appendice in cui sono elencati i vasi sud-italici con questa iconografia; Il Laocoonte perduto di Sofocle: una ricostruzione per fragmenta testuali e iconografici di Monica Centanni, Chiara Licitra, Marilena Nuzzi, Alessandra Pedersoli, in cui, sulla base di fragmenta testuali e fragmenta iconografici, si ipotizza una ricostruzione del perduto Laocoonte di Sofocle; Neottolemo o Diomede? Sul giovane imberbe al fianco di Odisseo nell’ambasciata a Lemno di Simona Garipoli; Pittura vascolare, mito e teatro: l’immagine di Medea tra il VII e il IV secolo a.C. di Silvia Galasso, con una galleria iconografica; The Underworld Painter and the Corinthian adventures of Medeia. An Interpretation of the Krater in Munich, in cui Rebaudo analizza in modo dettagliato la complessa iconografia del cratere con le avventure di Medea a Corinto; Il canestro di Ione, la κíστη di Erittonio: mitografia, drammaturgia e iconografia di un oggetto di Fabio Lo Piparo, curatore anche della Ricognizione critica e bibliografia generale (pp. 337-383).

Il volume ha il pregio di proporre diverse metodologie di ricerca. Gli autori sollevano dubbi e offrono certezze, poche ma ben documentate. L’apparato iconografico è adeguato e accompagna sempre in modo preciso il testo.


di Diana Perego


La copertina

cast indice del volume


 



 
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