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Rivista Italiana di Musicologia, 2015, n. 50
Rivista annuale della Società Italiana di Musicologia

328 pp., euro 65,00
ISSN 0035-6867

Con il numero del 2015 la «Rivista Italiana di Musicologia» compie cinquant’anni. L’anniversario coincide con la valutazione positiva da parte dell’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca, che ha recentemente inserito la «Rivista Italiana di Musicologia» tra i periodici di classe A.

Il nuovo fascicolo è aperto da un breve editoriale del direttore Claudio Toscani; seguono otto contributi che coprono un arco cronologico compreso tra il XVII e il XXI secolo, cui si aggiungono numerose recensioni e schede.

Il primo contributo, a firma di Étienne Darbellay, illustra un manoscritto adespoto di esercizi di contrappunto nei quali si distinguono le mani di un allievo e del suo maestro, conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana (Chigi Q VIII 205-206). Darbellay – confermando come la grafia del maestro sia di Girolamo Frescobaldi, già identificata da Claudio Annibaldi (1998) – descrive minuziosamente la fonte, ricostruendo il dialogo tra docente e allievo (probabilmente Leonardo Castellani) che si esplica in correzioni e suggerimenti sulla realizzazione di contrappunti di difficoltà progressiva su un basso dato.

Il saggio di Angela Fiore è incentrato sulla vita musicale nel ricco monastero delle clarisse di Santa Chiara a Napoli. Lo studio, frutto di ricerche approfondite negli archivi cittadini, illustra i provvedimenti delle autorità religiose volti a limitare gli eccessi musicali all’interno del monastero di clausura. Si descrivono inoltre le occasioni religiose nelle quali la musica era permessa e si indicano quali fossero gli intrattenimenti concessi alle monache. Il saggio ha dunque il merito di restituire la sonorità di un ambiente claustrale rilevando, infine, la partecipazione di musicisti esterni al monastero in occasioni festive particolari. 

Alessandro Restelli approfondisce la figura di Pascal Taskin, costruttore settecentesco di strumenti a tastiera, cembalaro e conservatore degli strumenti musicali della casa reale di Francia, soffermandosi su una serie di cembali falsificati attribuiti alla dinastia fiamminga Ruckers/Couchet. Oggetto di indagine sono cinque clavicembali custoditi a Bruxelles, Lisbona, Edimburgo, Amburgo e Milano, attribuiti a Ruckers/Couchet e passati per la bottega di Taskin, che potrebbe essere stato l’autore (non necessariamente con intenzioni fraudolente) della falsificazione.

Alla Napoli dell’Ottocento è dedicato lo studio di Giorgio Ruberti, incentrato sulle macrostrutture formali della canzone napoletana. Lo studioso ribadisce come la forma in strofa e ritornello, seppure in diverse declinazioni, sia una delle caratteristiche stilistiche più evidenti nel repertorio; è la melodia, tuttavia, ad assurgere a elemento principale di costruzione e variazione formale. L’autore indaga, poi, il ruolo del testo letterario nella costruzione della macrostruttura della canzone napoletana classica e il rapporto tra quest’ultima e la romanza da salotto.

Giovanni Salis indaga gli interventi musicali di Ildebrando Pizzetti nell’allestimento curato da Jacques Copeau de La rappresentazione di Santa Uliva per la prima edizione del Maggio Musicale Fiorentino (1933). Il saggio prende in considerazione le recensioni della stampa dell’epoca, l’apporto di Guido M. Gatti e di Silvio d’Amico alla costruzione dello spettacolo e analizza la collaborazione tra il regista e il compositore attraverso la descrizione della partitura e del manoscritto di regia, rivelando la complessità del lavoro drammaturgico.

Il saggio di Nicolò Palazzetti concerne il rapporto tra Béla Bartók e l’Italia negli anni ’40 e ’50 del Novecento. Prendendo le mosse dalle reazioni provocate dai primi concerti con musica di Bartók in Italia agli inizi del secolo, l’autore analizza il tentativo del regime fascista di usare Bartók per rivendicare la propria autonomia artistica dal nazismo; prosegue esaminando la fortunata ricezione delle sue composizioni nel periodo postbellico e il successivo oblio nella seconda metà degli anni Cinquanta. Al saggio è allegata la lista delle esecuzioni di opere di Bartók in Italia tra il 1911 e il 1950.

Angela Carone propone l’analisi delle Variazioni intorno all’ultima Mazurka di Chopin di Roman Vlad (1964) illustrando come l’interesse per la tecnica della variazione sia stato da lui espresso sotto forma di numerose composizioni, cicli di lezioni-concerto e trasmissioni radiofoniche. L’autrice si sofferma sulla struttura delle Variazioni, che prendono avvio da un «magma sonoro» di figure dodecafoniche, per sfociare in una sintesi del linguaggio pianistico del Novecento.

L’intervento di Alessandro Turba concerne la figura di Fedele d’Amico e il suo ruolo nella critica italiana del Novecento. Passando in rassegna i ruoli ricoperti dal musicologo sin dall’inizio della carriera, con riferimento costante agli scritti raccolti in Forma divina (Firenze, Olschki, 2012), Turba approda a constatazioni sulla fortuna e sull’attualità del suo pensiero.

Chiudono la rivista numerose recensioni e schede descrittive di testi musicologici editi tra il 2010 e il 2014.



di Giulia Giovani


La copertina

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