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Fata Morgana, a. VIII, n. 24, settembre-dicembre 2014
Quadrimestrale di cinema e visioni

pp. 360, euro 15,00
ISSN 1970-5786

Il nuovo numero di «Fata Morgana» è interamente dedicato al dispositivo cinematografico e ai suoi sviluppi nella società contemporanea. Azzeccata la scelta di aprire il dossier con la bella intervista di Bruno Roberti al regista giapponese Tsukamoto Shin’ya. L’autore di Vital e di Tetsuo riflette su come il cinema si sia notevolmente modificato a fronte del proliferare dei nuovi media (computer, telefonini, maxischermi) e su come tale sviluppo contrasti con il rapporto “umano” che sta alla base del mezzo cinematografico.

La sezione Focus è aperta da un articolo di Thomas Elsaesser (Girando in tondo. Cavalli, caroselli e il metacinema del moto meccanico, tradotto da Simona Busni), che evidenzia come, con l’avvento delle nuove tecnologie, non sia più possibile considerare il medium cinematografico soltanto nelle sue componenti ottica e riproduttiva. La storiografia, dunque, sarebbe chiamata, secondo Elsaesser, al cosiddetto «revisionismo mediaarcheologico» (p. 21).

Tematiche simili sono affrontate nel recente saggio di André Gaudreault Philippe Marion La Fin du Cinema? (Parigi, Armand Colin, 2013). Luca Malavasi ne propone una lettura critica (Quel che resta del cinema), interrogandosi sul futuro del concetto stesso di cinema e sull’importanza degli studi sul dispositivo cinematografico e sulle forme audiovisive.

Da altri contributi saggistici sulla settima arte prendono le mosse gli articoli L’“acinéma” della rete di Dario Cecchi, che riprende e mette in discussione L’acinéma di François Lyotard (Milano, Il Saggiatore, 2008), e Archivio amatoriale e rimediazione digitale di Diego Cavallotti, che rielabora alcuni passaggi di Programming and performing early cinema today di Frank Kessler (New Barnet, John Libbey, 2011). Il primo articolo amplia e problematizza l’invito dello studioso francese a considerare il cinema non solo come un movimento, ma come strumento che, mettendo in relazione i soggetti con altri “dispositivi” (l’economia, la politica), ne configura la forma di vita. Cavallotti si occupa, invece, della funzione degli archivi amatoriali nella società contemporanea, introducendo la questione della “memoria del quotidiano”.

Ne I mille fiori blu: archeologia del dispositivo Massimo Locatelli attribuisce al cinematografo un processo di oggettivizzazione dell’esperienza soggettiva, individuando nella sua invenzione lo stadio conclusivo di una evoluzione di pratiche e ritualità ottocentesche.

In Ciprì e Maresco: il dispositivo cinico dell’informe Dalila D’amico analizza la serie televisiva Cinico TV, concentrandosi sui suoi aspetti di “scarto” e di “informità” (p. 211). Se il dispositivo cinematografico offre sempre la risposta a un’urgenza in un dato momento storico, le produzioni di Ciprì Maresco possono essere considerate una reazione al presagio di un futuro distopico e artificiale.

Corposa, come sempre, la sezione Rifrazioni. Nella Critica del dispositivo confessionale Giacomo Tagliani, partendo dal concetto di confessionale come «cardine di formazione di un corpo sociale docile e moralizzato» (p. 280), analizza Todo Modo, pellicola in cui Elio Petri cerca di decostruire tale dinamica attraverso il proprio linguaggio filmico.

In Alla conquista dello spazio: Georges Méliès l’esploratoreFrancesco Giarrusso ritorna sull’opera di Méliès concentrandosi sulla bidimensionalità dell’azione, sulla frontalità della visione e, soprattutto, sul rapporto che lo spettatore instaura con questo tipo di immagini. Sul versante opposto Federico Vitella (Il paradosso del 3D. La stereoscopia in Viaggio al centro della terra), a partire dal celebre film di Eric Brevig (primo esperimento 3D di finzione non animato), propone un approccio metodologico applicabile al cinema stereoscopico nella sua totalità.

In Autoriflessività del dispositivo come dialettica intermediale Pietro Manzullo esamina I Wish I Knew di Jia Zhangke, individuando nel film una lucida analisi delle memorie condivise e delle relazioni intermediali nella Shangai di oggi. Vincenzo Tauriello (Il combine movie di Gondry e i dispositivi ipomediali) approfondisce la pellicola di Michel Gondry The We and The I: un’«opera autoriflessiva sulle trasformazioni dei regimi scopici e sulla produzione di immagini» che «mostra nuove modalità di esperire e cartografare la dimensione spaziale» (p. 323).

Chiude il volume OS di Paolo Goldani che analizza Lei di Spike Jonze. Lo studio di Goldani si concentra, in particolare, sul personaggio di Samantha partner virtuale del protagonista del film: un dispositivo molto sofisticato, in quanto non solo è capace di emulare il corpo umano, ma rivela soprattutto l’indiscernibilità delle caratteristiche che costituiscono il reale e quelle che compongono il cosiddetto «immaginario» (p. 340).  


di Raffaele Pavoni


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