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Isabella Andreini. Una letterata in scena

A cura di Carlo Manfio
Atti della giornata internazionale di studi "Isabella Andreini. Da Padova alle vette della Storia del Teatro" nel 450° anniversario della nascita (Padova, 20 settembre 2012)

Padova, Il Poligrafo, 2014, 213 pp., euro 22,00
ISBN 978-88-7115-871-6

 

Dalla storia al mito. Dalla scena del mondo al cielo della gloria. Sono questi i cardini su cui ruota la seduzione esercitata ancora oggi dalla celebre comica dell’Arte Isabella Andreini. L’attrice diva seppe diffondere con lucida consapevolezza un’immagine di sé sublimata, dove abilità recitativa, fascino femminile e ambizioni letterarie si intrecciarono sapientemente fino a far sfumare i confini tra biografia e mitopoiesi. Un’accurata strategia comunicativa perseguita, come noto, dal marito Francesco, dal figlio Giovan Battista e da molti comici professionisti che la “glorificarono” quale moglie e madre devota, accademica laureata, attrice divina destinata a eterna fama. Un processo di legittimazione della presenza della donna in scena certo, a fronte del topos infamante della comica meretrice, ma anche di nobilitazione dell’arte dell’attore. “Storia” e “Mito” sono anche i termini attorno a cui ruotano gli interventi della giornata internazionale di studi Isabella Andreini. Da Padova alle vette della Storia del Teatro, organizzata da Carlo Manfio il 20 settembre 2012, sotto l’egida del Comune di Padova, in occasione del 450o anniversario della nascita dell’attrice, ora editi da Il Poligrafo a cura dello stesso Manfio.

Lo esplicita già in apertura di volume Cristina Grazioli nel ripercorrere le tappe principali della vita e dell’opera di Isabella, dalla nascita a Padova ai successi fiorentini e francesi, dalla scrittura poetica e letteraria sino alla Aeterna Fama. Ma qualsiasi tentativo in tal senso deve necessariamente confrontarsi sia con gli accadimenti biografici che con le avventure della storiografia, pena non comprendere la straordinarietà di una vicenda artistica su cui restano molti interrogativi e poche certezze: «Possiamo dire che noi ci occupiamo oggi di un’Isabella quattrocentocinquantenne, o meglio guardiamo l’attrice con uno sguardo strabico: un occhio cerca affannosamente la Storia, la “verità” dei fatti, ma l’altro, inevitabilmente dominante, è quello puntato sul nostro presente, con tutta la storia e le storie che sono corse (la storiografia e il mito)» (p. 11). 

Cosa resta, ad esempio, delle «vicende sceniche» e dei «registri d’interprete» dell’attrice patavina? «Prevale l’oscurità» (p. 33), come dimostra Stefano Mazzoni nel ricostruire il repertorio e le tappe della vita teatrale di Isabella. Pochi episodi sono documentati in maniera attendibile, molti aspettano ancora di essere adeguatamente indagati, e le fonti coeve ci restituiscono solo indizi, labili tracce di quella che fu la sua sapienza scenica e la sua versatilità performativa. Un’attrice dal talento eccezionale, in grado di passare sul palcoscenico del teatro Mediceo degli Uffizi dalla “follia” all’“armonia” e alla «bella eloquenza» delle orazioni accademiche. Senza dimenticare le sue spiccate doti canore. In chiusura di saggio Mazzoni torna opportunamente sull’ipotesi della partecipazione dei comici Gelosi alla presunta messa in scena ferrarese dell’Aminta il 31 luglio 1573 confermando, se ancora ce ne fosse bisogno, l’inconsistenza di tale ipotesi, non supportata da alcun riscontro documentale.

Dall’attrice all’autrice con il saggio di Maria Luisa Doglio dedicato alla scrittura poetica di Isabella, dalla pastorale Mirtilla, alle Rime alle Lettere. Una scrittura in bilico, ancora una volta, tra reali interessi culturali, bisogno di un immediato riscatto sociale e ricerca di una sopravvivenza che travalichi il tempo della vita terrena.

Elena Tamburini approfondisce l’attività dell’accademia della Val di Blenio, presieduta dal pittore Giovan Paolo Lomazzo e protetta dal conte Pirro Visconti di Modrone. Il sodalizio proponeva, in opposizione alla cultura borromaica imperante, i temi dell’illusorietà del reale e della contaminazione grottesca degli stili, dell’ispirazione artistica e del furor poetico. Ma, dato ancor più interessante e inconsueto per l’epoca, esso promuoveva la libera circolazione delle idee tra cultura “alta” e “bassa”, grazie alla compresenza di letterati, artisti, artigiani e attori. Una dialettica tensione che fu propria anche dei comici dell’Arte. Non a caso tra gli accademici bleniani è certa la presenza di Simone Panzanini da Bologna, comico Geloso. E i documenti testimoniano che anche Isabella Andreini intrattenne rapporti con alcuni personaggi legati all’accademia, quali il poeta Gherardo Borgogni e l’editore Comin Ventura.

Non persuade invece la certezza con cui Roberto Cuppone sostiene di poter rintracciare nel Teatro delle favole rappresentative di Flaminio Scala «l’imago dell’arte di Isabella» (p. 102). Una convinzione nata dall’identificazione a priori e senza opportuni riscontri documentali del personaggio con l’attrice.

Maria Ines Aliverti affronta il problema dell’iconografia d’attore e, nello specifico, di Isabella Andreini, in bilico tra incisioni accertate e ritratti presunti. Anche in questo caso occorre comprendere quanto quelle immagini possano rivelare dei connotati fisici dell’attrice e delle sue doti recitative, e quanto invece corrispondano a un meditato progetto di “sublimazione”. In altre parole (ancora una volta) cosa pertiene alla storia e cosa al mito? Senza trascurare l’imprescindibile capitolo della censura gravante sui ritratti dei comici. La studiosa ipotizza l’esistenza di almeno tre ritratti di Isabella, disegnati o dipinti, da cui furono tratte le stampe oggi note. Mentre non pare che l’attrice diva sia mai stata raffigurata nelle vesti di Talia, sebbene non sia da scartare a priori la presenza nelle effigi di riferimenti alla musa. In chiusura si prende in considerazione un dipinto di Paolo Veronese conservato a Madrid, identificato dalla studiosa come un ritratto di Isabella.

Con Silvia Fabrizio-Costa si torna a Isabella scrittrice, in particolare alle Lettere e alla loro fortuna editoriale, non solo italiana. Lo dimostra, tra l’altro, la pubblicazione parigina, nel 1642, dei due volumi di François de Grenaille, Nouveau Recueil des dames tant anciennes que modernes. Nella seconda parte vengono tradotte trentanove delle cinquanta epistole andreiniane, tutte incentrate sulla problematica amorosa femminile. Esse vengono proposte come esempio di condotta ideale della donna nel rispetto della «honnêteté», dimostrando il successo di una lunga strategia familiare di elevazione sociale e riconoscimento culturale. A quasi quarant’anni dalla morte non solo il ricordo di Isabella è ancora vivo, ma essa viene celebrata per le sue femminili qualità fisiche e morali che la avvicinano «a Venere per la sua bellezza e a Minerva per la sua altezza d’ingegno, precisando immediatamente che era una “Venere casta” e una “Minerva sposata”» (p. 208). L’immagine purificata dell’attrice divina si era ormai consolidata.


 

di Lorena Vallieri


La copertina

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