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Alfabeto Poli

A cura di Luca Scarlini

Torino, Einaudi, 2013, pp. 171, € 18,00
ISBN 978-88-06-21609-2

 

Nel 2009, nel recensire qui il volumetto Siamo tutte delle gran bugiarde, rimpiangevo la mancanza di un libro che rendesse pienamente giustizia a Paolo Poli, che ne restituisse cioè l’inesauribile estro e la travolgente vitalità e l’elegantissima leggerezza senza far pagare al lettore il prezzo di sermoni, esegesi, filtri, parafrasi e postille varie.

 

Ed ecco, finalmente, nel 2013, il libro di e su Poli che mancava. Alfabeto Poli non è né un saggio monografico, né una biografia, né la trascrizione di un colloquio: Luca Scarlini, abile curatore di questo cosiddetto «romanzo parlato» (che è atipico proprio come è atipico il suo protagonista), ha infatti sfogliato e sbobinato centinaia di interviste all’attore per poi isolare certi temi principali e ricorrenti, scegliere alcune “parole chiave” e costruire – come si legge nella bandella sinistra – «un sillabario poetico e brillante: una sarabanda di racconti spericolati e divagazioni fulminanti, un “Alfabeto Poli” da decrittare seguendo il filo dell’ironia». Si tratta insomma – come è scritto nella brevissima, conclusiva, nota del curatore – di «un esperimento di “filologia verbale”, per rendere alla strepitosa favella di Poli la sua orchestrale varietà».

 

Si parte dalla A di «Attore» per arrivare fino alla Z di «Zeffirelli», passando attraverso la F di «Firenze», la P di «Parodia» e di «Pinocchio», la T di «Teatro», e così via. Scarlini, dunque, sceglie di scomparire per fare spazio solo ai racconti, ai ricordi, alle descrizioni, alle opinioni, agli aforismi di Poli, che, raccontando, ricordando, descrivendo, pronunciandosi un po’ su tutto, per mano ci accompagna dentro il suo mondo, che è quello della Firenze anni Trenta, e della Roma di Pasolini e della Betti: il mondo di un teatro che si compiace di dare sempre scandalo pur agitando solo l’arma della cultura e dell’irrisione divertita, il mondo di una fantasia e d’una prontezza di spirito che gli permettono di non librarsi mai a meno d’un metro da terra, e di prenderla sempre sul ridere.

 

Sfogliando il libro a caso, alla pagina 30, sotto la parola «Consigli», si legge: «chi chiede consigli è uno scemo, chi dà consigli anche peggio», mentre alla pagina 31, alla parola «Cucina», ecco quel che c’è scritto: «le convivenze: meno male che il sale lo hai messo tu. Io metto prima l’aglio, poi il pomodoro lo metto a crudo. Per me c’è da impazzire. Credevo che il mio fosse il secolo del sesso, e invece è quello della cucina: quando guardo la televisione, ci sono sempre persone che spadellano». A pagina 41 troviamo poi la «Fantasia», che «non è volare a vanvera nel cielo»: «per me vuol dire stare fermo con i mezzi guanti e lo scaldino e immaginare Gerione, il serpente volante. Per quello che mi riguarda acchiappo Balzac e vo a dormire con lui, che è il vero amore».

 

Ci s’imbatte quindi nell’«Omosessualità»: «il bello degli amori omosessuali è la loro libertà e la loro riprovazione. Ma non è meraviglioso stare nudi su un letto, saltarsi addosso senza regole? Io voglio seguire l’istinto e la perversione, non tornare a casa e trovare qualcuno che mi chiede cosa voglio per cena. “Ciao, ti faccio la besciamella?”. Fuggirei subito, con un principe o un marinaio».

 

Cose che, a leggerle, in un periodo di «Mamme imperfette» e di «Mammenellarete», riconciliano decisamente con l’umanità. Dopodiché, a pagina 96, ecco il binomio «Ordine/Disordine»: «io sarò sempre disordinato, io dirò con Metastasio: “dell’error mio / or mi disdico. E mi disdico anch’io”. Finché il cuore sanguina, è ancora vivo».

 

Sotto la T, come prima cosa, appare il «Teatro»: «io sono un’artigiana, non sono il tipo che piscia sulla testa del critico in prima fila per aumentare il cachet e incuriosire i gazzettieri. Del teatro mi piace che non sia realistico ma convenzionale: il cartone dipinto sventolante è il suo emblema. Meglio un fondalino dipinto di qualunque paesaggio delle Alpi. Questa bella polvere, questa benefica aria fetida […]. Comunque non mi piacerebbe morire sulla scena, come Molière. Chi se ne frega! A me piace vivere, sulla scena». Sotto la V, ecco la «Vecchiaia»: «infanzia e vecchiaia non sono senza dolcezza […]. C’è come una strana voluttà di follia, siamo più liberi. Si ritrova una leggerezza, una serenità che nell’età adulta, la più rompicogliona, non c’è». La parola «Attore», infine, una delle più importanti, se ne sta, ovviamente, quasi all’inizio del libro: «sull’attore aveva ragione Diderot: conta più l’intelletto del sentimento. E aveva ragione Anna Magnani, suprema quando passava dal riso al pianto. Sono andato a veder girare Bellissima. Nei camerini sento: “trucco: lacrime” e poi “e che me guardi, non devo piagne io, devono piagne gli altri”».

 

Smettere di leggere Alfabeto Poli, vero e proprio «libro scritto vivendo», è quasi impossibile fino a che non si è arrivati alla fine. Bello è che questo «romanzo parlato» può essere aperto a caso, interrotto e preso alla rovescia, quando meno se l’aspetta: insomma, il modo migliore per leggerlo è come faceva Tozzi, scomponendolo, perché è la sua stessa forma che si presta. Una forma semplice semplice eppure straordinaria, che assomiglia un po’ a quella dei Sillabari di Parise, ma che però è nuova, cucita su misura per un personaggio inetichettabile, imprendibile, aereo, e fatto della stessa materia di cui son fatte le contraddizioni, come Poli.

 

Ora che si stanno avvicinando le feste, che sono sempre fonte di un’infinita mestizia, questo libro è la medicina ideale: l’antidoto perfetto per chi è depresso, per chi è triste, per chi si è reso conto che si sta prendendo un po’ troppo sul serio, per chi ha voglia di ridere d’un riso intelligente, per chi ha bisogno di ritrovare la leggerezza.

di Giulia Tellini


La copertina

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Rimandiamo qui all' intervista a Paolo Poli curata da Giulia Tellini.

 
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