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Milano, 1948: un convegno per il teatro. Documenti, riflessioni e polemiche.

A cura di Alberto Bentoglio.

Firenze, Le Lettere, 2013. Euro 19,00.
ISBN 978- 88 6087 657 7

Tra le preziose carte conservate presso l’archivio del Museo Biblioteca dell’attore di Genova Alberto Bentoglio ha recuperato gli atti del convegno che nel giugno 1948 richiamò a Milano le maggiori personalità italiane del teatro allo scopo di risollevare le infauste sorti della scena nazionale contemporanea.

Promosso dal sindaco della città, Antonio Greppi, e organizzato da Paolo Grassi, il convegno fu una tappa significativa del processo di reinvenzione del sistema teatrale all’interno della complessiva ricostruzione della società italiana all’indomani del secondo conflitto mondiale. Il suo obiettivo era infatti analizzare lo stato dell’arte e produrre proposte concrete per il suo rinnovamento da sottoporre al vaglio della politica tramite la persona del direttore generale dello spettacolo Nicola De Pirro.

Per i suoi intenti ri-fondativi il programma del simposio contemplava un vasto e variegato ventaglio di temi, affidati di volta in volta a competenti relatori. Per primo Mario Apollonio, investito del compito di esplorare i legami tra teatro e cultura, si soffermò sulla necessità della riflessione critica teatrale sia di taglio giornalistico, sia di tipo scientifico attraverso una nuova e specifica disciplina universitaria. L’insegnamento della recitazione fu invece oggetto dell’intervento di Orazio Costa che in questa occasione interessò (e spiazzò) l’uditorio proponendo quale novità il suo metodo mimico. Diego Fabbri, Giorgio Strehler, Gianni Ratto e Sergio Tofano furono chiamati a riferire circa le difficoltà delle categorie professionali di appartenenza, rispettivamente quella degli autori teatrali, dei registi, degli scenografi e degli attori. La disamina sulle forme di intervento dello Stato a favore dell’arte drammatica fu affidata a Silvio d’Amico, mentre il regista Guido Salvini si soffermò sulla questione dei teatri stabili sovvenzionati.

L’importanza dell’appuntamento milanese è testimoniata non solo dalla levatura dei relatori, ma anche dal coinvolgimento tra i partecipanti di numerosi operatori del settore («autori, attori, registi, scenografi, critici, industriali, organizzatori e studiosi»), insieme a uomini di cultura e anonimi appassionati. Tra gli altri non fecero mancare la loro presenza Renato Simoni, Cesco Baseggio, Massimo Bontempelli, Enzo Ferreri, Salvatore Quasimodo, Eugenio Montale e Roberto Rebora. Nonostante la crisi il teatro era evidentemente un’attività che suscitava un’attenzione condivisa. Prova della passione per il teatro di molti degli intervenuti è il loro contributo ai dibattiti e alle polemiche che animarono il convegno condizionandone l’andamento anche in direzioni non previste dagli organizzatori.

Tramite le trascrizioni delle relazioni e delle discussioni che ne seguirono, il volume curato da Bentoglio compone un articolato affresco del teatro italiano nel 1948. La situazione era critica. Le diverse categorie professionali si premurarono di evidenziare i problemi: l’agonia del sistema capocomicale, la diffidenza verso la neonata figura professionale del regista, l’assenza di una solida drammaturgia nazionale, la latitanza dello Stato, ecc. Le soluzioni prospettate furono tutt’altro che univoche. Proprio i «particolarismi di categoria» e la spaccatura in “correnti” ostacolarono la formulazione di proposte universalmente condivise. Ma accanto alle divisioni, alle tensioni, alla fatica di una fase oggettivamente «non facile della storia del nostro paese», il convegno milanese fece emergere anche le speranze, i sogni e le utopie di più generazioni di uomini di teatro accomunati dalla fiducia che il cambiamento fosse possibile.

Il saggio con cui Bentoglio prepara la lettura degli atti svela i retroscena dell’organizzazione del convegno, presentandone i protagonisti e portando alla luce le trame sottese ad alcune delle discussioni più accese. Tramite il ricorso ad altre fonti coeve (recensioni, articoli, ecc.) Bentoglio verifica la risonanza che l’incontro milanese ebbe nella società e nella stampa dell’epoca, affidando al lettore il compito di valutare le conseguenze che le decisioni scaturite da occasioni di riflessione come questa ebbero sul teatro italiano del secondo Novecento. Meglio di altre tipologie di documenti gli atti del convegno restituiscono il senso del work in progress. Da questo punto di vista l’operazione compiuta da Bentoglio va oltre il recupero documentario e assume una prospettiva etica. Ci ricorda che niente di quello che ci circonda è immutabile: in massima parte il futuro che ci attende non sarà frutto del caso ma delle scelte culturali e politiche operate nel presente.


di Emanuela Agostini


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