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Jura Soyfer

Teatro

A cura di Hermann Dorowin
Traduzione italiana di Laura Masi

Perugia, Morlacchi Editore, 2011, 2 voll., pp. 393+323, euro 15+15
ISBN 978-88-6074-385-5 e 978-88-6074-386-2
                                 

Questi due volumi, apparsi nella bella collana perugina diretta da Giovanni Falaschi e Alessandro Tinterri, permettono di leggere in lingua originale con traduzione italiana a fronte, e con adeguato apparato di note, i testi teatrali di uno scrittore poco noto in Italia e scomparso giovanissimo a soli ventisei anni: nato da genitori ebrei nel 1912 a Charkov in Ucraina, vissuto a partire dagli otto anni a Vienna, Jura Soyfer morì infatti nel campo nazista di Buchenwald nel 1939. Di lui, in lingua italiana, si ricordano, oltre a una pionieristica traduzione di Franco Fortini (Dachau-Lied) nel «Politecnico» del 2 febbraio 1946: Strofe del tempo. Zeitstrophen, a cura di Fabrizio Cambi e Primus-Heinz Kucher (Pisa, Giardini, 1983); il romanzo d’impegno politico Così morì un partito, a cura di Eugenio Spedicato, Marietti, Casale Monferrato, 1988; la raccolta di prose giornalistiche e teatrali intitolata Ciminiere fredde, a cura di Simona Bartoli, Fabrizio Cambi, Primus-Heinz Kucher e Adriana Vignazia (Ravenna, Longo, 1994).

 

Cinque sono le commedie adesso edite da Morlacchi. Corredate di un bel saggio introduttivo (pp. 7-48) scritto da Hermann Dorowin, le opere sono tradotte da Laura Masi, che già aveva predisposto i copioni di Soyfer per gli spettacoli allestiti fin dagli anni Novanta del secolo scorso dal regista Riccardo Massai e da altri. Il libro documenta un ulteriore perfezionamento di quelle versioni italiane grazie alla collaborazione della traduttrice con lo studioso di germanistica Hermann Dorowin che – oltre a curare l’intera edizione con un ricco apparato di note – ha arricchito l’opera con una bella introduzione, una cronologia sinottica e un’ampia bibliografia.

 

Il primo volume è aperto da un’opera ‘fiabesca’ e satirica (Der Weltuntergang [Le fine del mondo]), con forti riferimenti a Goethe, Nestroy e Karl Kraus, rappresentata nel caffè-cabaret viennese ABC il 6 giugno 1935 e firmata dall’autore con un prudente pseudonimo per proteggersi dalla censura autoritaria del governo Dollfuß. Segue Der Lechner Edi schaut ins Paradies (Edi Lechner guarda in Paradiso) opera rappresentata tra il 1936 e il 1937, ancora firmata con uno pseudonimo, parodia con musiche di uno spettacolo propagandistico del regime autoritario viennese. Farsa musicale densa di satiriche allusioni politiche è anche Die Botschaft von Astoria (L’ambasciata d’Astoria) andata in scena tra il marzo e l’aprile 1937. All’autunno di quell’anno risale il debutto di Vineta: è, questo, il nome della mitica città sommersa del Baltico, che aveva ispirato prima di Soyfer, anche Heinrich Heine e Karl Kraus; secondo la curatrice il riferimento satirico dell’opera sarebbe indirizzato al porto morto di Amburgo piuttosto che alla capitale Vienna. L’opera figura nel secondo volume di questa edizione ed è seguita da Melodia di Broadway 1492, una lunga e complessa rielaborazione (tre atti e venti scene) del vaudeville in stile parigino, Colombo o la scoperta dell’America di Kurt Tucholsky e Walter Hasenclevere (alcuni anni dopo i parenti di quest’ultimo accusarono Soyfer – nel frattempo scomparso – di plagio). Affollato da più di trenta personaggi, lo spettacolo era apertamente satirico nei confronti del regime e Soyfer – sebbene coperto dal solito pseudonimo – dovette seguirne le vicende dall’interno del suo carcere, prima di concludere la sua esistenza nei campi di sterminio. I due autori ‘plagiati’ non ebbero sorte migliore, essendo morti suicidi per sfuggire al nazismo.

 

Giustamente, nella sua Introduzione, Dorowin difende e sottolinea la qualità del lavoro di adattamento di Soyfer citando anche la produzione di Nestroy: «dovendo rifornire i loro stabilimenti di sempre nuovo materiale, attingevano a piene mani dai prodotti altrui per relaborarli e adattarli» (p. 45). Del resto, è questo il metodo di tutto il grande teatro popolare, per non dire di tutta la drammaturgia novecentesca europea, fondata sulla parodia e la riscrittura critica (basti pensare a Brecht, a Pirandello, a Ionesco, a Pinter, a Genet, allo stesso Beckett). L’appartenenza a un artigianato artistico fondato sulle revisioni critiche, gli adattamenti, le collaborazioni a più mani, la vena parodica è un dato strutturale fondante della tradizione drammaturgica occidentale dalla Commedia dell’Arte italiana al teatro novecentesco europeo. Facilmente visibile qualora si voglia considerare la storia materiale degli spettacoli e dei testi, ‘sporcati’ dall’uso e dalla contaminazione dei punti di vista (su questo tema mi piace rinviare al primo numero della rivista «Drammaturgia» in formato cartaceo [1994] e al saggio dedicato alla ‘drammaturgia a più mani’). Tutto da studiare resta – anche per Soyfer – il contributo che alla sua scrittura possono avere arrecato gli attori e i cantanti e i musicisti con cui ebbe la fortuna di collaborare.

 

Il merito grande dei curatori del volume – con l’aiuto di questo intelligente scrittore – consiste nell’avere posto all’attenzione dei lettori, e anche della critica, il valore d’uso dell’opera teatrale rispetto al suo, pur rispettabilissimo, valore letterario. I due volumi costituiscono dunque un’operazione esemplare di editoria teatrale. Non solo per gli studiosi ma anche per i teatranti che amano la ricerca vera.

 

Ogni testo è accompagnato da un ricco commento e da un buon apparato di note. Ricchissima la bibliografia che è replicata in appendice al primo e al secondo volume.


di Siro Ferrone


La copertina

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