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Richard Beer-Hofmann, Hugo von Hofmannsthal

Pierrot Mago, L'alchimista

A cura di Paola Maria Filippi

Bologna, Kolibris edizioni, 2012, pp. 230, euro 12,00
ISBN 978–88–96263–62–4

 

È noto che nel dibattito europeo maturato intorno al superamento della tradizione realistico-naturalistica, il linguaggio della pantomima fu un genere che conobbe grande fioritura creativa. La sua fortuna culturale in area tedesca nel periodo a cavallo tra XIX e XX secolo non corrisponde alla risicata conoscenza di cui dispongono oggi il lettore e lo studioso italiano per la mancanza di un adeguato sostegno bibliografico comprensivo di studi e testi. In merito un prezioso contributo è offerto dalla pubblicazione di Pierrot Mago di Beer-Hofmann e L’alchimista di Hugo von Hofmannsthal, testi inediti tradotti e raccolti il volume da Paola Maria Filippi per  Kolibris edizioni, che già si era occupata dell’argomento consegnando alle stampe le pantomime di Hermann Bahr e Arthur Schnitzler (La parola muta, Faenza, Moby Dick, 1997).

 

Il nucleo tematico condiviso dalle due opere teatrali è l’alchimia che, richiamandosi a personaggi emblematici come Faust e Paracelso, «si intreccia con le istanze scientifiche e conoscitive della modernità per “recitare” le angosce più nascoste di maschere-prototipo dell’uomo», come sottolinea la Filippi nella nota introduttiva (p. 11).

 

La lunga e articolata pantomima di Beer-Hofmann, preceduta da preziose e illuminanti notazioni storiche utili per conoscere le riflessioni teoriche dello scrittore, presenta Pierrot Mago quale figura di vecchio studioso che pratica le arti magiche, attraverso l’ipnosi, per ottenere la mano di Colombina, a sua volta innamorata e corteggiata da Arlecchino. L’opera fu scritta probabilmente nel 1892, non fu mai rappresentata e rimase inedita fino al 1984. Circondato da personaggi assunti dal mondo della Commedia dell’Arte (Brighella, Tartaglia, Truffaldino, Pantalone, Smeraldina) fedeli alle loro canoniche tipologie, Pierrot consuma il dramma dell’impotenza e della solitudine di un uomo sconfitto Beer-Hofmann dalle sue stesse armi, parafrasando, in questo modo, una sorta di decadimento delle certezze che aleggiavano nelle coscienze dell’epoca. I quattro atti presentano una minuziosa descrizione della mimica e della gestualità dei vari personaggi, che trovano nell’ambientazione scenica, un interno domestico finemente tratteggiato, puntuale intreccio drammaturgico. Il sapiente dosaggio di dialoghi parlati modula e orienta i passaggi narrativi verso situazioni ora comiche ora drammatiche, che rendono l’opera compatta e pregevole sotto il profilo letterario.

 

L’alchimista di Hugo von Hofmannsthal fu pubblicato nel 1901 e fu scritto, a detta dello stesso autore, per effetto dell’interesse alimentato dalla lettura di Pierrot Mago dell’amico Beer-Hofmann. Lo scrittore austriaco contiene la pantomima in un testo di breve lunghezza e limitato a pochi personaggi, che ruotano intorno al protagonista, Il Maestro, un erudito alchimista in possesso di un anello magico capace di muovere le persone a suo piacimento. Un Delinquente, assistito dalla complicità della figlia Taube, cerca di rubare il prezioso oggetto, ma a seguito di una sequenza di colpi di scena a tinte noir la sua azione si concluderà con l’assassinio della persona sbagliata.

di Massimo Bertoldi


La copertina

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