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Lucia Cardone

Il melodramma


Milano, Il castoro, 2012
ISBN 978-88-8033-615-0

Nella monografia dedicata alla persistenza del melodramma nel cinema italiano, Lucia Cardone compone un appassionante «atlante immaginario» del genere, nel quale intelligentemente anziché mirare a un utopistico centone di carattere enciclopedico, traccia percorsi, suggerisce visioni e letture, che restituiscono una ben più suggestiva e coinvolgente mappatura delle emergenze del melodramma nel corso della storia del cinema italiano, dal muto alla contemporaneità.

La prosa scorrevole dell’autrice precisa d’abord una definizione di melodramma:  al di là delle inevitabili differenze, «il centro, il cuore pulsante del racconto, si configura come un percorso amoroso e propriamente passionale, irto di ostacoli, capace di suscitare acutissime emozioni e ineguagliabile coinvolgimento spettatoriale». Prendendo a prestito gli strumenti della psicanalisi classica,  freudiana e  lacaniana in particolare, Cardone sottolinea come la narrazione melodrammatica sia sostanzialmente incentrata su un amore impossibile, su «una ricerca del piacere incentrata sul bisogno di soffrire» in ultima analisi.

«L’attitudine all’iperbole e alle altre figure dell’enfasi costituisce un tratto costante dei film che appartengono al genere», trovando dunque nella retorica dell’étonnant valido supporto interpretativo.

Completano il quadro della griglia teorica di riferimento i gender studies, cui le eroine femminili del melodramma, cinematografico e non solo, ora disconosciute, ora esaltate, offrono fonte inesauribile di riflessione.

L’autrice attraversa epoche e generi del cinema italiano muovendo dal muto dei primi decenni, che attinse largamente all’immaginario teatrale e letterario e nel quale dunque largo spazio trovarono le protagoniste del melodramma, per approdare poi a un periodo di magra: «non stupisce, dopo la grande fiamma dei primi decenni, riscontrare negli anni Trenta e in generale nel cinema del Ventennio una presenza assai debole di film riconducibili a questo genere».

«Occorre attendere la fine del decennio per assistere a una ripresa decisa del genere, con il ritorno di seduzione, colpa, sacrificio e con la valorizzazione dei sentimenti materni». Gli anni Quaranta segnano il ritorno di fiamma del cinema italiano per il melodramma, un fenomeno che si intensificherà nel periodo immediatamente successivo, a partire dalla fine del decennio, che l’autrice opportunamente definisce come l’«epoca d’oro del melodramma, negli anni della sua più fulgida popolarità». Alimentato dalla diffusione dell’editoria popolare dei rotocalchi e dei fotoromanzi, il melodramma conosce qui la sua stagione più florida: «che le fortune e le sfortune del filone larmoyant siano legate alla vicinanza con il romanzo d’appendice e soprattutto al successo della letteratura a fumetti è un dato ormai acquisito».

Se alla fine degli anni Cinquanta il genere «perde le sue attrattive rispetto a un pubblico popolare ormai più propenso alla commedia», se ne trovano comunque tracce significative e declinazioni peculiari in autori come Antonioni e Visconti prima e Bernardo Bertolucci e i fratelli Taviani poi.

Seguendo il percorso delle lacrime di tante eroine femminili, l’analisi dell’autrice approda alla contemporaneità, dove il melodramma «trova una nuova dimensione popolare attraverso lo schermo piccolo, ma spudoratamente accogliente, della televisione», nel quale la soap opera si configura come la modalità privilegiata della «ripresa contemporanea del racconto d’appendice».

Infine tra gli autori del cinema italiano del XXI secolo che hanno dimostrato una certa propensione per i meccanismi del melodramma in chiave contemporanea, riletto attraverso la specola delle criticità che caratterizzano questo tempo, l’autrice cita Ferzan Ozpetek, Matteo Garrone, Silvio Soldini, Marco Bellocchio ed Emanuele Crialese.

A una prima sezione introduttiva del testo, ricca di riflessioni e a sua volta stimolante per ulteriori approfondimenti del lettore, segue una sezione analitica articolata in sei capitoli, ciascuno dedicato ad un diverso film, che da Assunta Spina (Gustavo Serena, 1915) fino a Respiro (Emanuele Crialese, 2002), mette in luce diversi modi di darsi del melodramma nel corso della storia del cinema nazionale. Per ciascun film Cardone affianca dunque all’analisi filmica un approfondimento dal quale emerge di volta in volta un diverso aspetto del genere, a cominciare dall’intermedialità  che caratterizza un testo fortunato come Assunta Spina, che dalle pagine della novella scritta da Salvatore Di Giacomo (1888) ha incontrato larga fortuna nel corso del tempo, trovando spazi e forme sempre nuove e testimoniando dunque «la sua capacità di negoziare con le consuetudini produttive e di consumo di media differenti e distanti».




di Elisa Uffreduzzi


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