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Sebastiano Ricci 1659-1734
Atti del convegno internazionale di studi (Venezia, Fondazione Giorgio Cini, 14-15 dicembre 2009)
A cura di Giuseppe Pavanello

Verona, Scripta, 2012
ISBN 978-88-96162-49-1

Non stupisce che una personalità esuberante come quella di Sebastiano Ricci, dai molteplici interessi e dall’esistenza non poco avventurosa, continui a capitalizzare l’attenzione della ricerca scientifica e della letteratura critica. Nonostante il fluire, specie negli ultimi anni, di un’inesausta bibliografia (culminata con la bella monografia di Annalisa Scarpa, Alfieri, 2006), molto resta ancora da dire sul conto del poliedrico bellunese, che non fu solo pittore, ma anche mercante d’arte, probabile caricaturista, scenografo e impresario d’opera. Per celebrare i 350 anni dalla sua nascita, due anni fa è stata allestita una mostra alla Fondazione Giorgio Cini dal titolo Sebastiano Ricci. Il trionfo dell’invenzione nel Settecento veneziano, con relativo catalogo (Marsilio, 2010). Contestualmente, sempre nell’isola di san Giorgio, si è tenuto un convegno, i cui atti, a cura di Giuseppe Pavanello, escono ora in questo volume edito da Scripta. Un insieme di interventi tesi a indagare diverse sfaccettature della vita e dell’opera di Sebastiano Ricci, firmati da studiosi affermati così come da giovani storici dell’arte. Ne risultano notevoli spunti di novità, accanto a (spesso inevitabili) ripetizioni e più o meno stimolanti consuntivi di studi pregressi.

Il primo contributo di Alberto Craievich si riallaccia esplicitamente al tema portante della citata mostra della Cini, ripensando i cosiddetti “modelletti” di Sebastiano Ricci, ossia la quarantina di progetti bozzettistici per opere pubbliche realizzati dall’artista con inusitata perizia. Nel Settecento il “bozzetto” diventa un vero e proprio «genere pittorico»: non più, dunque, mero «strumento di lavoro» (p. 55), ma opera d’arte in sé stessa, secondo una “poetica” che lo stesso Ricci contribuisce ad alimentare (sottintesi gli interessi commerciali che da quella “poetica” potevano derivare).

Sergio Marinelli fa il punto sul citazionismo e sul sottotesto culturale dell’opera di Sebastiano, passando in rassegna, con exempla, puntuali modelli figurativi e maestri del passato che hanno ispirato l’arte del bellunese, da Tintoretto a Domenico Fetti fino a Rembrandt (quest’ultimo conosciuto attraverso le collezioni di casa dell’amico Anton Maria Zanetti il vecchio). Tuttavia l’aspetto forse più interessante messo a fuoco da Marinelli, perlomeno per gli addetti ai lavori, riguarda quello della finora sconosciuta vicinanza del pittore a idee anticlericali, eterodosse, di matrice preilluministica, di cui si apprende per la prima volta grazie a un documento reso noto da Federico Barbierato in uno studio recente (Politici e ateisti. Percorsi nella miscredenza a Venezia fra Sei e Settecento, Milano, Unicopli, 2006, p. 300).
 


Sebastiano Ricci, Cincinnato. Parma, Galleria Nazionale

Il contributo più corposo, e non solo quantitativamente, è senz’altro quello di Lino Moretti, che nella sua Miscellanea riccesca riannoda i fili interrotti oltre trent’anni fa nel suo fondamentale contributo agli studi sul Ricci comparso sulla rivista «Saggi e memorie di storia dell’arte» (1978, n. 11, pp. 95-125). Basandosi sui documenti d’archivio, e sulla falsariga di lucide deduzioni, Moretti mette dei punti fermi nella sterminata e spesso dispersiva bibliografia riccesca, ripercorrendo alcune tappe della biografia dell’artista e affrontando al contempo aspetti molteplici e dibattuti come la questione dell’alunnato, la cronologia del periodo giovanile, il problematico capitolo dei copisti e degli imitatori. Non mancano in questa Miscellanea curiosità filologiche (il cognome di Sebastiano era Ricci o Rizzi?, p. 71), precisazioni iconografiche («non Venere e Adone […] ma Aurora e Cefalo sono rappresentati nel celebre affresco nella saletta a pian terreno di palazzo Pitti», pp. 93-94), ricostruzioni di iter collezionistici e attribuzionistici sulla base di considerazioni originali e della bibliografia più aggiornata. Utile infine (toni inutilmente caustici a parte) la disamina critica che Moretti fa della menzionata monografia di Scarpa, con benvenute integrazioni e puntuali emendamenti a quel monumentale catalogue rasonnè.

E se Fernando Rigon insiste sulla «sapienza iconografica» di Sebastiano Ricci, a «conferma di una cultura brillante, alla ‘moda’ e ‘di mondo’» (p. 137), Annalisa Scarpa integra il catalogo riccesco con novità affluenti dal frenetico mercato antiquario, aggiungendo nuovi elementi alle suggestioni pittoriche nell’opera dell’artista e in particolare alla vexata quaestio dell’imitazione del Veronese. Nicola Spinosa sottolinea invece l’ascendente del Solimena e soprattutto quello, imprescindibile, di Luca Giordano nella pittura di Sebastiano, tracciando le Relazioni tra Napoli e Venezia tra fine Sei e inizio Settecento. Alessandro Morandotti ripercorre le tappe milanesi del Ricci (1694-1696) e i suoi rapporti con la pittura lombarda, allestendo una mostra virtuale destinata ad accogliere, sala per sala, alcuni dei capolavori di quella fase.

Renzo Mangili rende nota un’opera finora sconosciuta di Sebastiano, Marte curato da Peone, proveniente da una quadreria privata “minore”, ipotizzando per questo dipinto una datazione compresa tra il 1703 e il 1704, al ritorno del pittore da Vienna. Xavier F. Salomon affronta i problemi di committenza e di esecuzione della dibattuta Resurrezione del catino absidale della cappella del Royal Hospital di Chelsea, unico affresco del Ricci sopravvissuto in Inghilterra, richiamando ancora una volta l’attenzione sul soggiorno inglese di Sebastiano (di cui, curiosamente, si riporta la vecchia datazione 1711-1716, ignorando per la data di ritorno il termine post quem fornito da una ormai acquisita lettera di Francesco Stiparoli a Rosalba Carriera del settembre 1715).


Sebastiano Ricci, Resurrezione. Columbia, Columbia Museum d'Art

Annalisa Perissa Torrini affronta il capitolo della cospicua produzione grafica dell’artista, a partire dai disegni dell’album appartenuto a Zanetti e ora alle Gallerie dell’Accademia, composto da ben centotrentaquattro fogli autografi (alcuni dei quali tuttora inediti). Giuseppe Pavanello fa luce sulla fortuna del Ricci tramandata dai suoi tanti incisori, da Giovanni Antonio Faldoni a Pietro Monaco, da Jean-Michel Liotard a Francesco Fontebasso, da Giacomo Leonardis a Francesco Bartolozzi, solo per citarne alcuni. Infine, Enrico Lucchese dà conto del lascito dello specialista riccesco Jeffrey Daniels ai Civici Musei di Udine, pubblicando l’inventario del fondo, composto in gran parte dal materiale iconografico raccolto dall’illustre studioso inglese in anni di ricerche.

Tutti i contributi (ai quali vanno aggiunti quelli di Andrea Tomezzoli, Simonetta Coppa, Francesca Flores d’Arcais, Denis Ton, Benjamin Paul, Irina Artemieva, Filippo Pedrocco, Monica De Vincenti, Ugo Ruggeri, Bernard Aikema) sono corredati da un esaustivo apparato iconografico, di agevole consultazione, anche se non sarebbe spiaciuto vedere qualche tavola a colori in più, specie là dove nel testo si fa esplicito riferimento alla componente cromatica delle opere riprodotte.

 

di Gianluca Stefani


La copertina

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