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Studi Goldoniani, IX / 1 n.s., 2012
Quaderni annuali di storia del teatro e della letteratura veneziana nel Settecento

pp. 204, euro 50
ISSN 2280-4838

 

Il primo numero della nuova serie degli «Studi goldoniani» si presenta in una nuova veste grafica, ma rimane invariato il peso scientifico degli interventi che costituiscono il volume.

 

Il saggio d’apertura di Piermario Vescovo propone la rilettura di un’opera cardinale della produzione goldoniana, Il teatro comico, che sta in bilico (non solo in termini cronologici) tra il teatro in declino dei comici dell’Arte e quello in statu nascendi della commedia di carattere. In essa, nella sua duplice edizione Bettinelli e Paperini, e in virtù di un confronto tra i Mémoires e le cosiddette memorie italiane, lo studioso rinviene le tracce della presenza e del ruolo ricoperto da Carlo Goldoni come poeta di compagnia. Appurato il riferimento ai comici della compagnia Medebach nella costruzione dei personaggi-attori, la figura di Lelio offre l’immagine di un Goldoni deciso a rinnovare il teatro a dispetto dell’apparente resistenza della pratica all’improvviso. Egli sembra d’altro canto consapevole che il cambiamento, seppure apparentemente rifiutato dal capocomico Ottavio, ha già preso piede dall’interno, con il lavoro di attori che stendono quasi parola per parola i loro scenari.

 

Con l’acutezza che sempre contraddistingue i suoi studi, Anna Scannapieco affronta il tema del Goldoni concertatore, già peraltro toccato da Vescovo nel precedente contributo. Anche grazie allo spoglio del riemerso Archivio Vendramin, e il confronto dei contratti stipulati da Goldoni con Girolamo Medebach (prima) e con i proprietari del Teatro San Luca (poi), la studiosa riconosce nell’attività proto-registica del drammaturgo una delle chiavi di volta per comprendere pienamente la portata della riforma goldoniana: questa viene così svincolata da certi limiti accademici che la vorrebbero ridurre al confronto tra commedia delle maschere e commedia di carattere, ed estesa al piano spettacolare vero e proprio.

 

Attraverso gli scritti di John Wilkes, Pietro Chiari e Carlo Goldoni, Franco Fido propone un profilo della ballerina nel Settecento. Donne dalle straordinarie capacità seduttive, queste artiste erano spesso indotte, talvolta per necessità, talvolta per ambizione, a farsi cortigiane. Soprattutto analizzando la Ballerina onorata dell’abate bresciano e La figlia obbediente e La scuola di ballo di Goldoni, Fido scopre i tentativi (pur non sempre sinceri) dei due autori di dar credito a una figura altrimenti condannata dalla società settecentesca.

 

Nell’intervento dal titolo Il giuoco delle parti. Su una chiosa goldoniana a proposito della ‘Donna di garbo’, Francesco Cotticelli prende ad esempio la famosa prima commedia distesa dell’avvocato veneziano, per metterne in luce il lavoro di “risanamento” del testo in vista dell’edizione Paperini. Le sostanziali differenze (almeno dichiarate dall’autore) – tra l’edizione veneziana curata da Bettinelli e quella fiorentina – del modus operandi sulle opere da pubblicare rivelano in realtà la rinnovata consapevolezza di Goldoni riguardo alla sua funzione e soprattutto al suo disegno di riformatore; ma sono anche l’inevitabile conseguenza della diatriba con l’editore ormai al servizio di Girolamo Medebach, colpevole di mandare ai torchi lavori parziali, ancora troppo segnati dalle esigenze del palcoscenico in termini di tempi e rappresentazione. Non è un caso quindi che a fare le spese dei tagli più rilevanti siano quei passaggi che dichiarano il legame, più che mai forte nella commedia scritta originariamente per la compagnia Imer, con il teatro dei comici dell’Arte e le sue convenzioni performative.

 

Curioso lo studio di Chiara Biagioli, la quale, pur muovendosi con indispensabile cautela, tenta un’attribuzione delle parti del Festino ai comici che facevano parte della compagnia del San Luca nel carnevale del 1754, quando la commedia fu posta in scena. Uno studio che procede dal confronto tra i personaggi e gli attori, le precedenti interpretazioni di questi ultimi e il loro grado comico, e che perviene a una verosimile (per quanto non sempre verificabile) attribuzione della metà delle parti.

                                                                       

Paologiovanni Maione affronta uno dei temi più interessanti e scottanti del panorama teatrale settecentesco, quello sul ruolo dell’impresario d’opera, figura centrale del sistema di produzione del teatro lirico a Venezia a partire dal 1737. Già “condannato” dalla satira sul Teatro alla moda di Benedetto Marcello per la sua posizione sostanzialmente avulsa dalla pratica teatrale vera e propria, egli è in certo qual modo redento da Goldoni – grato alla categoria – quando ne L’impresario delle Smirne, ridisegna nel personaggio di Alì non solo il finanziatore dell’opera, ma un “padrone” attento ai meccanismi della produzione. Egli è anzi smaliziato e cauto fino al punto di controbattere con decisione alle mille pretese dei cantanti, e ancor più fino ad accorgersi che la strada intrapresa non potrà portare benefici economici e che è meglio abbandonarla, pena il fallimento.

 

Sul problema del contributo degli attori alla scrittura e all’allestimento delle commedie torna Andrea Fabiano nel saggio che chiude la sezione “Studi” del volume, e che è dedicato alle Commedie goldoniane del periodo parigino. Fatta eccezione per le commedie dichiaratamente scritte o, più spesso, aggiustate a quattro mani, il sodalizio con la compagnia della Comédie Italienne (ancora legata ai canoni della Commedia dell’Arte) e l’assenza di Goldoni agli allestimenti, porta gioco-forza a una significativa partecipazione dei comici alla creazione drammaturgica. La nota interessante, ma difficilmente certificabile, del saggio di Fabiano, sta nella proposta di leggere come programmatica la scelta collaborativa del commediografo con gli attori, nell’intento di dare circolarità alla propria carriera teatrale, cominciata nel segno dei comici del San Samuele.

 

Per le “Rassegne”, un importante sguardo sulla fortuna di Goldoni nel teatro contemporaneo, si segnalano i due interventi di Roberto Alonge, La ‘Trilogia’ alla Comédie Française. Un Goldoni senza realismo e di Cesare De Michelis, ‘Il ventaglio’ di Damiano Michieletto (Venezia, Teatro Goldoni).

 

Oltre all’importante corpus dei saggi, si segnala volentieri in chiusura del volume un primo aggiornamento della bibliografia goldoniana (che era assente dal numero 8 del 1988) per gli anni dal 1996 al 2000, a cura di Anna Bogo.

 


di Lorenzo Galletti


La copertina

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