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Ilaria Crotti

Le Memorie inutili di Carlo Gozzi
I mostri della mente e i fantasmi dell'io

Roma, Bulzoni, 2011, pp. 168, euro 15
ISBN 978-88-7870-614-9

 

Attraverso quattro densi e appassionati capitoli, Ilaria Crotti riporta l’attenzione su un testo, quale Le memorie inutili di Carlo Gozzi, già più volte studiato in passato e ora oggetto di inevitabili ripensamenti in seguito all’acquisizione di un’importante mole di manoscritti di Casa Gozzi da parte della Biblioteca Marciana di Venezia.

 

Un primo approccio con i tre volumi del conte non può prescindere dal confronto con gli illustri modelli autobiografici coevi, ed è infatti ciò che l’autrice si premura di fare subito: i Mémoires (1787) del fratello/rivale Carlo Goldoni, l’Histoire de ma vie di Giacomo Casanova (scritta tra il 1789 e il 1798) e Les confessions di Jean-Jacques Rousseau (1782) rappresentano tre modi di presentarsi al pubblico dei lettori, attraverso i quali Gozzi si insinua e districa con spirito, almeno apparentemente, decisamente innovativo. Innanzitutto sembra ravvisabile nelle Memorie di Gozzi un’intenzione tutt’altro che autocelebrativa, contrariamente a quanto accade per Goldoni e Casanova, artefici della propria immagine e primi esaltatori della propria gloria. E poi c’è la Vita di Giambattista Vico scritta da se medesimo (1723?), che pare mettere in atto quel programma promulgato da Giovanartico di Porcìa nel suo Progetto ai letterati d’Italia per scrivere le loro vite, secondo cui la letteratura autobiografica deve imitare e abbracciare la storiografia per servire da esempio ai lettori e contribuire al bene nazionale. Lezioni di cui Gozzi non sembra tener conto, come vorrebbe dimostrare l’aggettivo «inutili» con cui qualifica le sue «memorie» e l’«umiltà» con cui pubblica il suo libro, ma che segue a distanza, come esemplarmente denuncia la più famosa delle sue battaglie per la «verità», quella intrapresa contro il concittadino e avversario politico Pietro Antonio Gratarol.

 

Se dunque di primo acchito le Memorie di Gozzi sembrano prendere le distanze dal progetto autocelebrativo sotteso a quelle goldoniane, molte rimangono le tracce della volontà apologetica che muove la sua crociata letteraria. Alla già menzionata «umiltà» fa da corollario un esaustivo vocabolario del “semplice”, che raccoglie «a cadenza troppo regolare per essere neutra» (p. 65) termini come «ingenuità», «verità», «cordialità», «umiltà», «innocenza», «candidezza», «semplicità». Allo stesso fine generale, quello di denuncia della «morale a rovescio» che governa il mondo esterno all’io narrante, contribuisce la creazione del bestiario che popola le Inutili. Esso, oltre a fare da pendant allo zoomorfismo già tipico delle Favole rappresentative, e quindi spiegare l’idea gozziana dei rapporti tra teatro e mondo, serve all’autore per esorcizzare l’altro da sé avverso e convincere il lettore della «verità» di cui si fa unico portatore.

 

Che la scena sia un luogo favorito per osservare (e dileggiare, perché no) il mondo, è confermato dalle numerose deviazioni che Gozzi opera nel suo stile letterario, là dove «guarda a una tipologia di scrittura che sommi al versante diegetico il mimetico, imponendo così al tracciato autobiografico uno scarto capace di ridefinirne i contorni, sia semanticamente che retoricamente, mentre lo tramuta in un crogiuolo ideale in cui fondere scena e Mondo» (p. 127). Il teatrale attraversa il romanzesco, ne è anzi l’elemento cardinale, tanto più che il romanzo è genere deprecato da Gozzi. Da qui, soprattutto, la relazione che secondo Ilaria Crotti le Memorie inutili intrattengono con il Don Chisciotte di Cervantes: tanto le une che l’altro accettano come un contenitore la forma letteraria canonica, salvo poi scardinarla dall’interno, moltiplicando non soltanto i tempi in un esasperato aggrovigliarsi dell’intreccio, ma anche la persona del protagonista con risultati «autoparodic[i] ma anche conflittuali» (p. 109).

 

L’ultimo interessante aspetto preso in esame dall’autrice riguarda i luoghi delle Memorie gozziane. Due sono sostanzialmente gli spazi impegnati, ancora una volta, in uno scontro frontale. Mentre è ancora del tutto esclusa la campagna delle lunghe passeggiate roussoviane, nel faccia a faccia esterno/interno è il contesto cittadino in cui Gozzi abita e i cui cattivi costumi aborre a portare la minaccia del negativo, del falso, anche del mostruoso. Essa è innanzitutto il luogo della battaglia tra il nemico numero uno, Pietro Antonio Gratarol, e l’autore; al contempo costituisce il campo da convertire a proprio sostegno, e contro l’avversario, con parole illuminanti. A far da contraltare allo spazio infido di una città labirintica quale Venezia, c’è lo “stanzino” caro a tanti scrittori prima e dopo Gozzi, rifugio sicuro all’interno della propria casa, che lo scrittore condivide con la famiglia, a sua volta avversa. La camera diviene dunque allegoria del corpo stesso dell’autore, ospite scomodo (nel e) dell’ambiente Mondo; da lì, dal suo privato, emana il suo potere di correttore.

 

In un saggio breve ma complesso Ilaria Crotti compie un’analisi delle Memorie inutili di Carlo Gozzi attenta e approfondita, che vive soprattutto del necessario confronto con i suoi simili nel genere autobiografico, ma non solo. Ne emerge soprattutto il carattere centripeto di un’opera che vive veramente con il suo proteiforme autore e che questi non vorrebbe concludere, forse perché sa che dove finisce il recupero del passato, finisce la vita stessa.

 

di Lorenzo Galletti


La copertina

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