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Stephanus Tuccius S. J.

Christus Nascens, Christus Patiens, Christus Iudex. Tragoediae

Edizione, introduzione, traduzione di Mirella Saulini

Institutum Historicum Societatis Iesu, Roma, 2011, pp. 292
ISBN 978-88-7041-208-6

 

Negli ultimi anni, soprattutto a partire dal 1994, quando si tenne il convegno I Gesuiti e i primordi del teatro barocco in Europa, il teatro gesuitico è stato molto studiato, e sono usciti numerosi saggi riguardanti ora i contenuti ora le forme di questa tipologia spettacolare, che attraversò la fase del suo massimo splendore nel XVI e XVII secolo, e che – come scrive Mirella Saulini – «raccolse l’eredità delle rappresentazioni sacre, ma anche del dramma classico, anticipando al contempo […] gl’ingegni del teatro barocco».

 

La novità e l’importanza di questo volume, impeccabilmente curato dalla Saulini, risiedono invece nel fatto che non vi vengono presi in esame contenuti o forme, ma che vi vengono proposti (sia in latino che in traduzione italiana) tre dei più bei testi scritti da un gesuita e allestiti all’interno di uno dei collegi della Compagnia di Gesù.

 

Si tratta della trilogia costituita dalle tragedie Christus Nascens (ecgloga rappresentata a Roma nel 1573), Christus Patiens (data di composizione ignota) e Christus Iudex (rappresentata a Messina nel settembre del 1569 e poi a Roma nel 1574), scritte dal padre Stefano Tuccio.

 

Nato a Monforte (in Sicilia, fra i monti Peloritani e il mare), nel 1540, da famiglia di umili origini, Stefano Tuccio entrò nella Compagnia di Gesù nel 1557, diciassettenne. Nel Collegio Mamertino, a Messina, studiò la retorica, il greco e l’ebraico. Poi, a Palermo, nel 1560, gli fu affidato l’incarico di maestro dei novizi. Era molto basso e di carnagione scura, aveva una faccia enorme, l’aspetto fisico rozzo, un tono di voce sgradevole e un modo di parlare primitivo e disadorno: quest’uomo scrisse opere teatrali coltissime, tanto vivaci e ricche da un punto di vista spettacolare, quanto profonde sul piano dottrinale e, nello stesso tempo, commoventi. In tutto, compose sei tragedie in lingua latina: tre di argomento biblico e altre tre – quelle qui antologizzate – sulla vita di Cristo. Dopodiché, se ne andò via dalla Sicilia per non farvi mai più ritorno, e non scrisse più per il teatro. Insegnò teologia a Padova e a Roma, dove ebbe incarichi di grande prestigio, fra cui quello di essere invitato a entrare nella commissione impegnata a redigere la Ratio atque institutio studiorum Societatis Iesu. La lunga malattia (un tumore al cervello) gli impedì di partecipare alla fase finale dei lavori. La Ratio vide la luce il 29 marzo 1599. Lui morì, fra atroci sofferenze, il 21 gennaio 1597.

 

Nell’ambito della drammaturgia sacra, l’importanza della trilogia sulla vita di Cristo non risiede solo nel fatto che l’autore traccia una grandiosa storia dell’umanità, dall’incarnazione di Gesù fino al suo ritorno per il giudizio universale, ma anche nel fatto che, dopo anni di drammi incentrati su figure di martiri e di sante, il figlio di Dio torna di nuovo sulla scena, e lo fa – tanto per usare una metafora dello stesso Tuccio – calzando «i tragici coturni». Si tratta infatti di tre tragedie che, per quanto riguarda sia la struttura (atti intervallati da cori) che il metro, s’inseriscono appieno nella tradizione classica.

 

Di indole malinconica e «molto ritirata», Tuccio non aveva niente dell’intellettuale umanista, non amava né la vita mondana, né le conversazioni, che non soltanto non gli piacevano, ma addirittura lo infastidivano, e gli facevano venire il mal di testa, specialmente «certe speculationi del tutto aride e metaphisiche». Il suo teatro lo rispecchia: non a caso è profondo senza avere nulla di complicato; mira a istruire, ma senza fare la morale; trabocca di cultura, senza tuttavia esibirla in nessun modo; e commuove in modo onesto, senza furberie, senza retorica.

 

Di cristallina semplicità, il Christus Nascens è strutturato come una Sacra Rappresentazione di Natale, con tante brevi scene che probabilmente venivano mostrate sul palcoscenico nello stesso tempo. Il Male è simboleggiato dal mondo pagano e dall’Idolatria, che, personificata, insieme ai suoi sacerdoti, si lamenta così: «piangiamo i tuoi casi, Saturno, / e togliamo i sacrifici a tuo figlio. / Oh, quanto fango ricopre le are / che reggevano le statue degli dei! / […] / Occuperà i vostri templi, o dei, / un bambino nato da una tenera vergine, / uno solo chiede ormai per sé / molti onori e li ottiene tutti». Mentre un angelo, sopra la stalla in cui Maria sta per partorire, canta: «se il ruotare del cielo porta il sole e la sorella, / il Creatore del sole è disteso nella grotta / e splende adagiato nel grembo della luna. / Nella stalla c’è il cielo, i presepi manifestano il cielo». Poi, l’angelo Gabriele dà il lieto annuncio ai pastori, e i re Magi, arrivati alla stalla, salutano il bambino.

 

Di alto contenuto teologico e, al contempo, di grande impatto emotivo, il Christus Patiens si apre con un prologo pronunciato dalla personificazione della Natura, la quale afferma che Dio stesso ha voluto si mettesse in scena lo strazio della propria morte. Ecco allora il toccante dialogo in cui Gesù cerca di persuadere la madre della necessità della sua tragica morte: «se gli uomini delirano, – gli chiede lei – perché è punito un mite?», e lui le risponde «l’infelice Adamo, cogliendo dall’albero i frutti fatali, aveva condannato gl’innocenti nipoti a una misera sorte. È tempo ormai che la morte di un altro renda all’Olimpo, liberati dal male, i rei della colpa di un altro». Ed ecco Maria, disperata, che cammina alla ricerca del figlio, per le vie della città: «qual è, mesta madre, l’aspetto del Figlio cercato?», le chiedono allora le donne di Gerusalemme, e lei lo descrive così «è più candido della neve, ma un giusto rossore / colora il bianco volto, egli è più bello tra mille. / Il capo è biondo e la chioma si alza simile alle palme; / brillano gli occhi dolci come quelli d’una colomba / e ridono le guance come un campo seminato di costo / e dei balsami degli Arabi». L’opera si chiude poi sullo straziante pianto di Maria di fronte al cadavere del figlio: «Oh, nessuna quiete ha l’animo e nessuna misura / lo strazio, cure e dolore affannano il petto, brucia / l’animo! O, perché mi è dato tanto stare nella luce? / Portami insieme a te nelle ombre, Figlio. Lasciami, / ti prego, il tuo corpo, se non vuoi darmi ciò che chiedo. / Piegata, unirò il petto al tuo petto, pietosa, le mani / alle mani e la bocca alla bocca, fino a che dormirò, / abbracciandoti triste, in una morte tranquilla».

 

Unica delle tre tragedie già precedentemente edita, e ispirata soprattutto all’Apocalisse di Giovanni, il Christus Iudex mostra infine il ritorno di Gesù e l’inizio dell’eternità, beata per chi ha accolto Dio e dannata per chi lo ha rifiutato. Di grande potenza dal punto di vista teatrale – con un centinaio di personaggi, storici, biblici e del mito; visioni; angeli sempre in movimento, e continui passaggi dal cielo alla terra –, l’opera produsse una forte impatto sugli spettatori e portò a numerose conversioni. Non a caso, è stata definita «un monumento di Tragedia sacra». E se, nella prima parte, l’Anticristo e Cristo sono posti l’uno di fronte all’altro, nella seconda parte si assiste addirittura a un dialogo fra Dio e Gesù: «prendi le insegne del nostro / potere per colpire ogni malvagità e colpa ovunque / sia – ordina il Padre al Figlio – e non andrai certo sulla terra privo di gloria. Già per molti anni fosti un tempo guida negata, ora i popoli devono vedere la tua maestà e il tuo potere». Dopodiché, Tuccio – che aveva un’immensa vocazione all’evangelizzazione (e difatti il suo sogno, rimasto irrealizzato, era quello di andare missionario in India) – si diverte a far sfilare davanti a Dio e a Gesù, dopo il gruppo dei martiri e delle vergini, una lunga serie di anime destinate all’eterna dannazione, fra cui quelle di Giulio Cesare, Achille, Maometto e Lutero. E persino di Aristotele, che a un certo punto, di fronte a Dio e a Cristo, esclama: «chi è, chiedo, quest’uomo? Non fu mai da me / conosciuto. Potei forse ignorare sì gran Re; chi è costui? / Forse questo è un altro Dio? Ma chi immagina due numi, / la natura non tollera più Dei, al mondo basta un solo Dio». Ai colpevoli, che lo adulano e lo blandiscono in ogni modo, Gesù, irremovibile, non concede nessun perdono: «Michele, – ordina all’arcangelo – quando avrai portato i colpevoli all’Orco, poni cento serramenti e cento chiavi alle porte». E mentre i beati ascendono, con il Cristo, «alle mura del regno felice», Michele, «calcando tre volte col piede i dannati», chiude in eterno le porte dell’Averno «con usci di ferro».

 

Corredato da note a piè di pagina sintetiche, chiare e preziose, il volume porta alla ribalta la figura di Stefano Tuccio: drammaturgo di grande talento e sensibilità la cui opera meriterebbe senz’altro una maggiore attenzione da parte della critica, che lo ha riscoperto solo di recente, dopo averlo per tanti anni ingiustamente trascurato.

 

Un discorso a parte va fatto, infine, per la traduzione dei tre testi dal latino. Una traduzione che è stata cesellata da una Saulini davvero in stato di grazia: con tocco lieve, tavolozza ricca di toni, e ammirevole semplicità.


di Giulia Tellini


La copertina

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