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Alessandro Piccolomini (1508-1579)
Un siennois à la croisée des genres et des savoirs
A cura di Marie-Françoise Piéjus, Michel Plaisance, Matteo Residori
Acte du Colloque International (Paris, 23-25 septembre 2010)

Centre Interuniversitaire de Recherche sur la Renaissance Italienne, Paris, 2011, pp. 295, euro 30
ISBN 978-2-900478-31-8

 

Con un piccolo ritardo sul cinquecentenario della nascita, il Centre Interuniversitaire de Recherche sur la Renaissance Italienne pubblica uno studio corpulento e approfondito sulla figura di Alessandro Piccolomini, risultato del convegno internazionale tenutosi a Parigi nel settembre del 2010 e curato da tre studiosi autorevoli quali Marie-Françoise Piéjus, Michel Plaisance e Matteo Residori. Attraverso il continuo imprescindibile confronto con gli studi di Mireille Blanc, l’insieme dei saggi qui raccolti ridisegna il profilo proteiforme di uno dei maggiori intellettuali del Cinquecento italiano.

 

Il volume si divide in più sezioni, col desiderio di fornire un ritratto a tutto tondo del grande umanista, attivo in tutti i settori della cultura rinascimentale. Apre il volume un gruppo di studi sui rapporti di Piccolomini con le due città che più ne hanno segnato la formazione e l’affermazione: la nativa Siena con l’Accademia degli Intronati e l’adottiva Padova degli Infiammati. Segue una sezione dedicata a «les femmes», con un contributo di Konrad Eisenbichler, lo studio di Diana Robin sulla traduzione dell’Economia di Senofonte e quello di Piéjus sull’orazione funebre di Aurelia Petrucci. Ricco di spunti lo spazio dedicato al teatro, dove spicca il saggio di Michel Plaisance, prima del largo spazio dedicato a «vulgarisation et commentaire», ovvero alla questione della lingua e agli studi scientifici prevalentemente di carattere astronomico, i due settori in cui il lavoro programmatico di Alessandro Piccolomini si rivela più completo.

 

Curioso è lo studio di Paul Larivaille sui rapporti intrattenuti da Alessandro Piccolomini con Pietro Aretino. Un’indagine, quella condotta dallo studioso francese, tesa a dimostrare la labilità dei contatti tra i due, voluti, cercati e avidamente insistiti per mero interesse dal primo, e misurati con reticenza e crescente disaccordo dal secondo. I documenti a nostra disposizione sono segnati dalle inevitabili lacune dovute ai colloqui diretti tra i due letterati; tuttavia le cinque lettere di Piccolomini all’Aretino e le tre risposte di quest’ultimo (la terza rivolta peraltro all’Accademia degli Infiammati e non direttamente al privato corrispondente) confinano detti rapporti tra l’estate del 1540 e l’ottobre dell’anno seguente. Da un lato l’insistenza del senese testimonia come, al fondo del suo interesse per il lavoro del “flagello dei principi”, ci fosse il bisogno di ottenere un riconoscimento autorevole all’ambiziosa politica culturale che doveva condurlo – e lo portò di fatto – alla carica di principe degli Infiammati; dall’altra parte le risposte evasive dell’Aretino preludono alla sua simpatia per il fronte del successivo principe, Sperone Speroni, avverso al «programma di volgarizzazione della scienza e della filosofia di Aristotele» (p. 60) di cui il nostro si era fatto appunto paladino.

 

Il saggio di Konrad Eisenbichler tratta un tema che sarà al centro di un più ampio studio di prossima pubblicazione: il posto delle nobildonne nel panorama politico e culturale del Rinascimento senese e il loro ruolo nel percorso di formazione del giovane Piccolomini. Il suo sonetto Tombaide, frutto di un pellegrinaggio ad Arquà presso la tomba di Francesco Petrarca, dette l’avvio a una tenzone poetica tra l’Accademia degli Infiammati di Padova e un nutrito gruppo di giovani senesi, tutti impegnati a rispondere “per le rime” al letterato toscano. Solo pochi di questi componimenti ci sono pervenuti: delle cinque poesie scritte da mano femminile, tutte corredate di contro-risposta, l’autore di questo saggio ne esamina due, tentando al contempo di ricostruire la figura delle due autrici attraverso un’indagine storiografica e archivistica. Emergono così, dal confronto tra i sonetti, i profili di Virginia Martini Salvi, poetessa di riconosciute capacità e produttività, e di Virginia Luti Salvi, donna meno coinvolta nei dibattiti letterari e politici, ma impegnata in una battaglia silenziosa di riforma religiosa.

 

Lo studio di Nerida Newbigin, saggio che apre la sezione del libro dedicata al teatro di Piccolomini, offre molti interessanti spunti di riflessione sulla drammaturgia senese della prima metà del XVI secolo. Lo studio comparato di diversi testi per il teatro scritti all’interno dell’Accademia degli Intronati dimostra quanto i precetti dello «studere» e del «gaudere» fossero centrali tra i sei che il circolo si era dato («orare, […] neminem laedere, nemini credere, de mundo non curare» gli altri). Proprio la lettura dei classici, Plauto e Terenzio su tutti, e il confronto continuo con la letteratura contemporanea, da Ariosto a Machiavelli e al già citato Aretino fino a quella artigiana dei cosiddetti pre-Rozzi, è alla base delle drammaturgie de Gli ingannati, de I prigioni e dell’Aurelia, tutti a firma dell’Accademia. A loro volta i princìpi di composizione degli stessi testi (con la ripresa ciclica di temi, trame, talvolta interi brani appena rimaneggiati) sono alla base delle opere del Piccolomini medesimo, a dimostrazione di come la stesura di quelle opere fosse un’operazione collettiva e non di uno solo. La suggestiva ipotesi che chiude il saggio della studiosa australiana, supportata dal precoce esordio del letterato tra le file degli accademici, propone quindi per l’autore dell’Alessandro e de L’amor costante un ruolo di iniziatore e guida al lavoro di spoglio, studio, scomposizione e ricomposizione dei testi classici attuato dall’Accademia degli Intronati.

 

Michel Plaisance indaga i significati della commedia Alessandro rappresentata dagli Intronati di Siena nel Carnevale del 1544, prima uscita pubblica dell’Accademia dopo la chiusura di alcuni anni imposta dai disturbi politici all’inizio degli anni Quaranta. L’alleanza stipulata tra Carlo V e Cosimo I Medici, cui è affidato il governo di Siena, è esaltata da Piccolomini, che con abile gesto politico canta le qualità del nuovo principe, auspicando, similmente a quanto è avvenuto a Pisa, luogo dell’azione della commedia, la rinascita della città dopo le vessazioni patite per le lotte tra fazioni. Accanto all’impegno civile, Piccolomini mette in campo grandi abilità drammaturgiche, dimostrando tutte le proprie competenze nell’uso dello spazio e del tempo scenici. Similmente padroneggia il trattamento delle tematiche amorose care alla commedia cinquecentesca, che conduce su un doppio binario: da un lato racconta un’unione clandestina e redenta con l’aiuto del servo, dall’altro si misura col genere del travestitismo già sondato ne L’amor costante, spingendo sul pedale del gioco omosessuale. Per questi caratteri, collocandosi sulla scia di tutto il lavoro degli Intronati ben esposto da Nerida Newbigin, l’Alessandro prende ulteriormente le distanze dalla letteratura scabra della congrega dei Rozzi e si allinea con la drammaturgia più seria che caratterizza la seconda metà del secolo.

 

Ci piace chiudere questo breve spoglio ricordando il saggio dedicato da Luciana Miotto, docente dell’Université Paris VIII, all’allestimento scenico di Bartolomeo Neroni detto Riccio per l’Ortensio del Piccolomini. Incaricato per l’occasione di adibire a teatro la grande Sala del Consiglio del Palazzo Pubblico, in concomitanza con la prima visita a Siena di Cosimo I, il Riccio eseguì il lavoro nel pieno rispetto dei canoni rinascimentali, ma con l’aggiunta di un elemento che diverrà presto di rigore in tutti i teatri all’italiana: un imponente arcoscenico decorato con cui l’architetto dette il suo importante contributo alla celebrazione degli Intronati e soprattutto dei nuovi principi. E tuttavia l’autrice avanza qualche sospetto circa l’apparente sottomissione dello scenografo al nuovo potere granducale: le differenze risultanti dal confronto tra il disegno preparatorio del Riccio e alcune autorevoli incisioni di un trentennio posteriori (opera di Andrea Andreani) sembrano registrare l’abolizione di ogni cenno d’avversione al nuovo potere. Collocate in un tempo di transizione e indubbia tensione, ad oggi non sappiamo però se fu il volere del Riccio o degli Intronati a imporre tali modifiche.

 

di Lorenzo Galletti


La copertina

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