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Guido Molinari

Compositori britannici dal Romanticismo al XXI secolo


Sestri Levante, Gammarò editore, 2012, pp. 688, 35 euro
ISBN 889667 446-8

Dopo gli ampi lavori monografici su Schreker (Rugginenti 2001) e d’Albert (Gammarò 2009), Guido Molinari prosegue nelle sue ricognizioni attraverso quei musicisti grandi, notevoli, interessanti comunque che la pigrizia e la stagnazione delle programmazioni operistico-sinfoniche hanno lasciato ai margini della Storia, quando non totalmente sepolti nel dimenticatoio. Questo libro spinge però l’indagine a un raggio assai più vasto, perché il tentativo è quello di far luce non su un singolo autore, ma un intero mondo sommerso: i compositori britannici dall’inizio dell’Ottocento a oggi.

Sono 212 anni di storia e 286 musicisti condensati in 688 fittissime pagine, minuscole nel carattere e poco maneggevoli nel formato (ma era lo scotto da pagare per rendere fisicamente possibile il volume), attraverso un lavoro di minuziosa schedatura che, ovviamente, non può restituire un ritratto artistico-umano di ciascun compositore, come Molinari seppe fare con Schreker e d’Albert, e ha il respiro d’una sequenza di lemmi d’enciclopedia, quale più quale meno dettagliato. A ciò si affianca l’analisi musicale tecnica ma non tecnicistica, nel senso che l’indagine accordale si accompagna a una più ampia riflessione estetica di svariate decine di partiture: sinfonie e poemi sinfonici, opere e balletti, oratori e cantate, pagine cameristiche e musiche di scena o da film. Segue una “discografia selettiva” di quasi cento pagine, utilissima mappatura di ciò che, tra tanto materiale, è disponibile in cd. Infine non mancano graduatorie e pagelle: l’autore individua sui quasi trecento compositori presi in esame quelli che giudica i venticinque più grandi e, in una sorta di appendice in coda al volume, dà una votazione da 6 a 10 e lode a molti tra i brani analizzati in precedenza, con l’implicito codicillo che quelli esclusi non raggiungerebbero la sufficienza. I 10 e lode, per inciso, vanno a due pagine di Elgar, due di Arnold Bax (outsider tardoromantico particolarmente caro a Molinari) e una di Ernst John Moeran.

Dare i voti, in musica e in arte, è sempre un po’ limitativo: in questo caso, tuttavia, l’impressione non è quella di una smaccata soggettività, ma d’una bussola per orientare il lettore attraverso un mondo pochissimo frequentato oltremanica. Alla fortuna che, da noi, ha sempre incontrato Britten fa riscontro un vuoto quasi totale su ogni altro autore (anche se il revival operettistico di questi ultimi anni ha forse portato qualche adepto ad Arthur Sullivan): italiano per origini ma inglese per nascita, e anzi recentemente insignito del titolo di baronetto, l’attuale direttore musicale dell’Accademia di Santa Cecilia dovrebbe divulgare di più questo mondo musicale nella stagione sinfonica romana. Ma qui si apre una lunga serie di note dolenti, che riguardano pure una certa incuria (o sfiducia) degli stessi inglesi nel valorizzare il proprio patrimonio di musica colta, come viene documentatamente illustrato nella prefazione al volume. Perfino il cinema spesso indiretto veicolo di diffusione musicale non ha giovato, se si pensa allo squallido ritratto di Elgar che emergeva dal film biografico di Ken Russell.

La magmaticità del materiale trattato lascia forse piccoli squilibri (resta l’impressione che un contemporaneo dell’importanza di Peter Maxwell Davies venga un po’ frettolosamente archiviato) e, pur nell’enorme messe d’informazioni offerte dal libro, è inevitabile che qualche dato manchi (The Knot Garden di Tippett ha potuto contare qualche anno fa su una produzione italiana al Cantiere di Montepulciano): ma l’impresa editoriale è davvero titanica, e l’autore si conferma un vero scandagliatore insieme appassionato e rigoroso di tesori musicali sommersi. C’è da augurarsi un procedimento a ritroso e che Molinari, dopo questi Compositori britannici dal romanticismo al XXI secolo, affronti quelli dalle origini al Settecento. Nel frattempo Holst e Bliss, Vaughan Williams e Walton restano un’ottima compagnia, e anche le mere curiosità (facciamo conoscenza con la più lunga sinfonia della storia: la Gotica del carneade Harvegal Brian, 1927, un’ora e cinquanta minuti, circa dieci più della Terza di Mahler) lasciano al lettore un senso di arricchimento. Anche se, riponendo il libro sullo scaffale, ciò che più resta nella memoria collettiva è la marcetta fischiettata del Ponte sul fiume Kwai, unico successo internazionale di un serio sinfonista come Malcolm Arnold, che la pagella a chiusura di volume insignisce d’un bel 10.



di Paolo Patrizi


Cover

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