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Vincenzo Picone

Il teatro di Patrice Chéreau e Bernard-Marie Koltès
Il percorso di un regista e il suo incontro con la scrittura koltèsiana

Bologna, ArchetipoLibri, 2012, pp. 167, euro 18
ISBN 978-88-6633-041-7
                                 

Nel suo libro di fresca pubblicazione Vincenzo Picone prende in esame i sei anni di lavoro congiunto di due delle più interessanti e significative personalità del mondo culturale (e teatrale nella fattispecie) francese e mondiale: il drammaturgo Bernard-Marie Koltès e il regista Patrice Chéreau. La loro collaborazione venne stretta tra il 1983 e il 1989, nel periodo in cui Chéreau dirigeva il Théâtre de Nanterre-Amandiers. Combat de nègre et de chiens (1983), Quai Ouest (1986), Dans la solitude des champs de coton (1987), Le Retour au desert (1988) sono, insieme a Sallinger e Roberto Zucco, i testi più noti dello scrittore francese, e lo sono senz’altro per l’attenzione che Chéreau, già acclamato enfant prodige della scena teatrale planetaria quindici anni prima, riservò loro. D’altro canto Koltès ha dimostrato di saper meritare il successo che scaturì da quelle messinscene anche al momento della sua separazione dal regista francese, nella scrittura di Roberto Zucco appunto, la sua ultima opera rappresentata postuma da Peter Stein nel 1989.

 

Vincenzo Picone analizza con competenza il percorso artistico dei due personaggi, scavando tanto nella biografia e nelle passioni di Koltès quanto nei precoci successi registici di Chéreau, per individuare in quei retroterra diversamente fondanti le ragioni della loro prolifica sintonia. Sono passati quindi in rassegna gli anni della collaborazione al Théâtre de Nanterre-Amandiers, preceduti da un evento fondamentale: nel 1973 Koltès assiste alla messinscena de La Dispute di Marivaux con la regia di Patrice Chéreau al Théâtre National Populaire di Villeurbanne. Si tratta di uno spettacolo col quale il regista impone una significativa sterzata alla propria poetica: allontanandosi dall’attivismo politico che aveva segnato soprattutto gli anni italiani (1970-72), penetra la dimensione più intima del testo, ponendo un’attenzione crescente all’anima del personaggio più che all’individuo sociale; prediligendo spazi simbolicamente più efficaci a discapito della classica disposizione frontale del teatro all’italiana; infine portando il rapporto con l’attore a un livello di profondità nuovo, basato non più sulla pratica dittatoriale del regista-despota, ma su quella del regista-maieuta, che accompagna l’attore tra le battute del testo e gli ostacoli della scena.

 

Il senso di empatia profonda provato dal Koltès spettatore della Dispute è spiegato da Picone nella trattazione ampia e approfondita della concezione filosofico-poetica che anima tutta l’opera del drammaturgo francese, e che sta al fondo della collaborazione con Chéreau. Lo spettacolo che meglio rappresenta il legame tra queste due grandi personalità, ma che ne fa registrare anche i primi disaccordi, è Dans la solitude des champs de coton, portato in scena per la prima volta nel 1987, quindi riproposto a più riprese da Chéreau dopo la morte del drammaturgo. Nel 1989 e poi, soprattutto, nel 1995 il regista (e interprete nella parte del Dealer) si dedica alla ricerca dell’essenza dei significati del testo, in un continuo gioco di scarnificazione. La parola, che è per Koltès l’unico vero veicolo di un messaggio psudo-metafisico, mantiene la propria centralità, isolata in quello che sembra più un accostamento di due monologhi che un dialogo. Andando più in là, Chéreau la priva di ogni ambiguità: il colloquio tra il Dealer, il venditore, e il Cliente assume quasi le tinte di un trattato sul desiderio. L’oggetto del mercato non è mai nominato: non è la droga della prima versione, né l’amore omoerotico della ripresa del 1989, quanto il desiderio stesso, teso come un elastico dal gioco di seduzione del Dealer e smascherato dal vero desiderabile, il Cliente, nella battuta: «consideriamoci due zeri, tondi tondi, impenetrabili l’uno all’altro, provvisoriamente giustapposti per poi filarsela ognuno nella sua direzione» (cfr. p. 96).

 

Una lettura, questa, che coincide perfettamente con la poetica dell’“altro” di Koltès, di cui Picone riconosce la graduale evoluzione nei quattro spettacoli sopraelencati: «l’incontro con l’altro» nel Combat, «la descrizione dell’altro» di Quai ouest, «il desiderio dell’altro» della Solitude, «l’origine dell’altro» nello spettacolo che chiude il cerchio, appunto il Retour. Dove l’“altro” è il principio seduttivo, è il desiderabile, che non ha niente a che vedere con le differenze di sesso, né quindi con la metafisica tendenza a uno stato androgino pre-esistenziale. Lo scrittore francese preferisce ritrarre l’“altro” nell’immagine del negro, latore più del fascino di un mondo sconosciuto, simbolo dell’ignoto (e per ciò intimamente attraente), che non di chissà quale principio razziale. In altre parole, quello proposto da Bernard-Marie Koltès, e abbracciato da Patrice Chéreau, è un tentativo di restituire all’uomo un centro in un mondo in cui Dio è morto ormai da decenni, come affermò Nietzsche e come ha ribadito La condizione postmoderna di Lyotard. L’altro è sconosciuto, e il suo desiderio è il nuovo nous: desiderio, non bisogno, sempre inappagabile e per ciò sempre perseguito.

 

Sotto la ricca disamina, restituita qui in pochi cenni, dei motivi della collaborazione Koltès-Chéreau, l’autore di questo appassionato libro nasconde un altro tema, ancora oggi al centro di dibattiti a cui partecipano tanto i professionisti della scena quanto gli studiosi di teatro. Si tratta della vexata quaestio sul ruolo della regia e sui suoi doveri nei confronti del testo teatrale. Il tracciato professionale del tante volte citato regista protagonista di queste pagine si pone come exemplum delle diverse vie del far regia: dall’interpretazione al commento al testo, dalla sostituzione dell’autore al lavoro con l’attore. Problemi e difficoltà spesso derivano dall’assenza fisica del drammaturgo, ma si risolvono mirabilmente nel prototipo ben collaudato di questo binomio-francese, non meno attento alle esigenze di colui che ogni sera si offre al pubblico: l’attore.

 

di Lorenzo Galletti


La copertina

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