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«Duellanti» anno IX, n. 72, settembre 2011
Mensile di cinema e (sfocature)

«Duellanti» anno IX, n. 72, settembre 2011, € 6.00, pp. 120.
ISSN 1724-3580

Trascorsi dieci anni dall’attacco al World Trade Center, «Duellanti» sceglie di aprire il nuovo numero di settembre con un’analisi di come il cinema americano, e non solo, ha rappresentato e rievocato un evento che ha spaccato la Storia, penetrando in maniera indelebile nell’immaginario. Franco Marineo, che firma l’articolo iniziale, sottolinea come il cinema abbia reagito a caldo dando vita al collettivo 11 settembre: undici registi provenienti da tutto il mondo realizzano ciascuno un cortometraggio della durata di undici minuti, nove secondi e un fotogramma. Da questo momento il vuoto lasciato dalle Twin Towers diventa il termine di riferimento quasi assoluto per la scansione cronologica di un intero mondo. Contemporaneamente si assiste alla moltiplicazione virale di film prodotti e autoprodotti caratterizzati dalla comune volontà di intessere trame piene di ipotesi non necessariamente fantasiose sull’esistenza di un Complotto. Il cinema americano della prima decade del XXI secolo sembra diventare metafora del clima di paura totale innescato dall’attentato alle Torri Gemelle e rinforzato dalla miopia della guerra preventiva di G. W. Bush e dei suoi falchi. Nell’articolo successivo, Roy Menarini approfondisce la tesi sviluppata dal collega affermando che la maggior parte delle pellicole prodotte oltreoceano sembrano dirci che la Storia di ieri e di oggi è frutto di un dietro le quinte, di una menzogna, «di un intrigo nazionale». Non sarà un caso che anche i più recenti blockbuster insistano, in maniera fantasiosa, su questo aspetto: in X-Men – L’inizio si ipotizza che tutta la vicenda dei missili a Cuba sia stata manovrata dai diversi gruppi dei mutanti. Interessante, secondo il critico, appare la rilettura che Transformers 3 propone al pubblico a proposito dello sbarco sulla Luna, finanziato in verità per scoprire la civiltà alinea nella zona oscura del satellite. Con Captain America – Il primo vendicatore, l’eroe, vera e propria arma umana, combatte per snidare mortali progetti segreti. Per Menarini siamo all’interno di un periodo di ridefinizione del ruolo americano nello scacchiere geopolitico. Questo ritorno all’idea di complotto e della deresponsabilizzazione storica (Cuba, Luna, guerra) va ricondotto al senso di fragilità e di ridimensionamento simbolico che l’era Obama pare suggerire. Dopo l’analisi di The Conspirator, con cui Robert Redford rilegge la storia degli Stati Uniti per ribadire un punto di vista morale sul presente, la rivista torna sul cinecomics Captain America. Per Rocco Moccagatta l’universo supereroistico della Marvel, ben più di quello della DC Comics, «ha saputo negli ultimi decenni ripensarsi come esaltante koiné sincretica di mondi e sapori anche esterni e lontani dal fumetto in senso stretto», abituando il suo pubblico di affezionati lettori a una permeabilità continua e naturale tra media e linguaggi.

Nello spazio denominato “incontriepercorsi”, la rivista si occupa di Super 8. Secondo Moccagatta il merito del film è da ricondurre all’incontro tra «il movie maker hollywoodiano par excellance (Steven Spielberg) in equilibrio sottile tra blockbuster miliardario e animo d’autore, in grado di alternare piccoli film personali e kolossal planetari e l’autore televisivo (J. J. Abrams) più brillante degli ultimi anni (Alias, Lost, Fringe), sperimentatore della tenuta e delle possibilità della narrazione seriale anche oltre il piccolo schermo, sempre più spesso richiesto dal cinema». Per il critico, con Super 8 Abrams si sovrappone a Spielberg nei termini della nostalgia evocata dietro tutta l’operazione. L’intervento di Marco Toscano chiude la sezione dedicata alla pellicola americana, incentrando l’analisi sulla vocazione metalinguistica di Abrams: Super 8 si pone come opera sul cinema, sull’atto del vedere, imprimendo traccia di ciò che è possibile (o possibile solo) su un supporto. «Tutte le linee narrative evolvono grazie all’intervento del congegno cinematografico e all’atto della fruizione, momento di rivelazione non solo di elementi esterni, ma anche di vicende private, sentimenti e ricordi». Secondo Toscano, nel farsi ragionamento sul mezzo e sul linguaggio cinematografico, Super 8 acquista velocità e imprevedibilità, riuscendo a risultare addirittura toccante. Sempre nella stessa sezione, «Duellanti» compie un’incursione nel cinema d’animazione e quello tratto dalla letteratura per ragazzi, analizzando Cars 2 (J. Lassater), Kung Fu Panda 2 (J. Yuh) e Harry Potter e i Doni della Morte 2 (D. Yates). Anna Antonini, cultrice dei cartoons, sostiente con ferma convinzione che la Pixar può essere considerata a tutti gli effetti l’erede della Disney: ogni titolo deve rappresentare una sfida al precedente e contenere una piccola o grande meraviglia tecnica in grado di stupire e conquistare ancora una volta il pubblico. Per quanto riguarda la fortunata serie tratta dal best seller di K.J. Rowling, Antonini rintraccia il punto di forza della saga nell’inattesa sinergia tra il massimo dell’artificiale (effetti speciali visuali, ottici, digitali, make up) e il massimo dell’umano (la parola scritta e soprattutto quella pronunciata dagli attori che nel successo di questi film hanno avuto un ruolo determinante). Da alleati scavalcano l’autore, quel parametro sul quale si è tarata per decenni la storia e la critica del cinema che non ha né posto né senso in  questo contesto. Secondo la redattrice, per realizzare un buon adattamento, c’era necessariamente bisogno di qualcuno sufficientemente umile e responsabile da tenere tutti i pezzi insieme e farli funzionare fino alla fine, non di una spiccata personalità destinata a produrre conflitti. Terminando il suo intervento, il critico ricorda ai lettori «l’importanza nel riuscire ad andare oltre il gusto personale per valutare quanto distrugga e quanto costruisca nell’industria cinematografica questa immensa cattedrale di immagini». Antonini prosegue affermando che il ruolo del ciclo Harry Potter è simile a quello di Titanic: «come il kolossal di Cameron, anche il trionfo di pubblico è un deterrente alla corretta valutazione del peso e delle conseguenze dell’opera». Nell’approfondimento destinato agli interpreti, Marzia Gandolfi si sofferma sull’attore tedesco Micheal Fassbender, corpo che incarna figure cha sembrano possedere qualcosa di infranto, e che la performance attoriale prova a ricomporre. «Dinamico, denso, misticamente turbato, l’attore vibra di tensione immanente ed è abitato da un’eccitazione perpetua che non riesce a fugare le ombre del passato. Un perfetto guerriero “chiaroscuro”, vago e torbido, che mescola i contrari. Per quanto riguarda la trattazione di argomenti non cinematografici, «Duellanti» si interessa della 54° Esposizione Internazionale d’Arte alla Biennale di Venezia, dove si tende a riflettere sull’immagine riflessa e in movimento, con le opere di Lee Yong-Baek, Pipilotti Rist, e James Turrell.

Resta da segnalare l’uscita di Post Mortem, diretto da Pablo Larraín, presentato in concorso alla 67° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e distribuito in sordina in pochissime sale italiane. L’uscita in dvd è l’occasione per recuperare un’opera capace di osservare attraverso gli occhi di un personaggio avulso dalla Storia le violente trasformazioni politiche e sociali del Sud America ai tempi di Salvator Allende.


di Francesca Valeriani


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