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Il castello di Elsinore a. XXIV, n. 64, 2011


a. XXIV, n. 64, 2011, pp. 135, euro 18

Il sessantaquattresimo numero de «Il castello di Elsinore», bipartito nelle sezioni Saggi e Materiali, si apre con un contributo di Roberto Alonge dedicato alla recente edizione critica della ruzantiana Moschetta procurata dal filologo Luca D’Onghia (Marsilio, 2010). La nuova edizione è arricchita da una densa storicizzante Introduzione e corredata da un prezioso apparato di note. Un lavoro storico-filologico pregevole, giustamente messo in valore da Alonge che offre al lettore una serie di appunti originali per l’esegesi della commedia del Beolco. Si pensi al complesso tessuto allusivo sotteso alle battute di Menato, Tonin, Betìa, o alla psicologia ricca di sfumature del personaggio Ruzante (sul quale, a ben vedere, restano basilari gli studi di Ludovico Zorzi).      

 

Giuliana Altamura si sofferma invece sul teatro simbolista. La studiosa fa il punto sulla bibliografia degli ultimi sessant’anni: dalla monografia sul Théâtre de l’Œuvre dell’americana Gertrude R. Jasper (Adventure in the theatre. Lugné-Poe and the Théâtre l’Œuvre to 1899, New Brunwick [New Jersey], Rutgers University Press, 1947), fino alla recente pubblicazione di Mireille Losco-Lena, La Scène symboliste [1890-1896]. Pour un théâtre spectral (Grenoble, Ellug, 2010).     

 

Matteo Paoletti indaga la regia di Strehler nel teatro d’opera. Il saggio analizza due momenti della parabola artistica del regista: l’esordio alla Scala con la Traviata (andata in scena, dopo molti rinvii, il 6 marzo 1947) e le grandi produzioni internazionali degli anni Settanta. Attingendo alla ricca documentazione del semisconosciuto fondo Giorgio Strehler dei Civici Musei di Trieste (posta saggiamente a interagire con gli archivi musicali del Teatro alla Scala), Paoletti mostra come il teatro lirico fosse per Strehler un terreno di compromesso tra le esigenze di mercato e l’inesausta aspirazione a un “teatro d’arte”.  

 

Concludono la sezione Saggi due contributi di Giaime Alonge e Roberta Gandolfi. Il primo esplora il teatro politico di Ben Hecht – sceneggiatore, giornalista, romanziere, autore di testi per la radio e per la tv, oltreché drammaturgo –, esaminando in chiave «storico-ideologica» tre dei sette spettacoli a noi noti della sua produzione di propaganda: Fun to Be Free, We Will Never Die, A Flag Is Born. Il secondo, innervandosi sulle prospettive aperte da un recente studio di Freddie Rokem (Performing History, Theatrical Representations of the Past in Contemporary Theatre, Iowa City, University of Iowa Press, 2000), pone al centro dell’indagine le due regie italiane de L’istruttoria di Peter Weiss: quella sperimentale e tecnologica del Piccolo Teatro, del 1967, per la regia di Virginio Puecher; e quella, più intimista e onirica del Collettivo di Parma, andata in scena quasi vent’anni dopo, nel 1984.  

 

A seguire la sezione Materiali che registra, in Omaggio al Risorgimento, i contributi di Marco Meriggi e di Ernesto Napolitano, già presentati nell’ambito del convegno Italia-Austria. Cento anni controversi (1821-1918) promosso dal Dipartimento di Discipline Artistiche, Musicali e dello Spettacolo dell’Università di Torino (4-5 novembre 2010). Se Meriggi affila il suo sguardo di storico ripercorrendo una pagina significativa dei moti risorgimentali, quella del 1848, vero spartiacque nel comune sentire degli italiani verso i dominatori austriaci, il musicologo Napolitano indaga il rapporto controverso di Mahler (in qualità di direttore dell’Opera di Budapest prima, di quella di Vienna poi) con il melodramma italiano, in particolare con Cavalleria rusticana di Mascagni e con il Puccini di Bohème, Tosca, Madama Butterfly.

di Gianluca Stefani


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