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Theatre Research International
in association with the International Federation for Theatre Research

vol. 36, n.3, October 2011, pp. 120, £53
ISSN 0307-8833

L’editoriale di Elaine Aston, Senior Editor di «Theater Research International», riflette sul labile confine tra teoria e pratica teatrale, soffermandosi in particolare su esperienze sceniche vissute, alle quali si riferiscono i primi tre saggi del volume 36 del periodico.

Alyson Campbell sottolinea la necessità  di sviluppare drammaturgie e messe in scena incentrate sui temi dell’AIDS e dell’omosessualità, tematiche ancora oggi di particolare rilevanza politica e sociale. L’autrice dimostra, attraverso l’analisi delle sue regie di Bogeyman (1991) di Reza Abdoh e Bison (2009-2010) di Lachlan Philpott, come il teatro possa favorire il raggiungimento di una maggiore consapevolezza collettiva. Gli interventi di Daniel Johnston, Andrew Filmer e Kate Rossmanith osservano invece il teatro da dietro le quinte, soffermandosi – secondo una prospettiva ancora insolita negli studi teatrali – sui processi compositivi di alcuni spettacoli. La riflessione di Johnston parte dal workshop sul testo 4:48 Psychosis di Sarah Kane che la compagnia sud australiana dei Brink organizzò all’Università di Sidney nel 2004. L’autore definisce le prove come un tempo-luogo creativo dove si assiste a un «processo di svelamento della verità», una sorta di rivelazione dell’aletheia heideggheriana. Space and actor formation di Filmer e Rossmanith è invece il punto di arrivo di indagini svolte nei “fuori scena” di diversi teatri di Sidney. Gli autori dimostrano quanto il lavoro creativo svolto in questi «offstage spaces» sia stato determinante non solo per l’esito della rappresentazione, ma soprattutto per la formazione dei performers

La questione della formazione dell’attore e dell’identità viene affrontata secondo prospettive e metodologie diverse da David Kornhaber e Marlis Schweitzer. Kornhaber analizza l’influenza dei pensieri di Friedrich Nietzche sull’attore e sull’individuo in gran parte del teatro del XX secolo. In particolar modo egli esamina l’influsso del filosofo tedesco nel concetto della «critica del logocentrismo» di Philip Auslander, e soprattutto nella poetica di Tim Etchell, co-fondatore e regista di Forced Entertainment. Marlis Schweitzer dimostra invece come la costruzione del personaggio di «the canny Scot» (lo scozzese scaltro), che rese celebre il cantante di vaudeville Harry Lauder, avesse contribuito ad alimentare il sentimento patriottico e nazionalista degli scozzesi nel primo Novecento.

Il dossier Changing the Landscape of Irish Theatre Studies curato da Melissa Sihra mette in evidenza il panorama degli studi teatrali irlandesi, contraddistinto da una crescente attenzione per le tematiche storico-culturali e politico-sociali del paese. Il filo rosso che attraversa gli interventi è la riflessione critica, spesso provocatoria, verso le egemonie culturali ereditate e i contesti di produzione e ricezione di significati e ideologie.

Christopher Collins si sofferma sulla figura di John Millington Synge (1871-1909), il popolare drammaturgo irlandese che è «the fulcrum upon which Irish drama and theatre studies is balanced». Lo studioso dimostra quanto le radici culturali anglo-irlandesi di Synge abbiano influenzato la sua drammaturgia, senza che questa diventasse nazionalista. 

Gli interventi di Mary Caulfield e Shonagh Hill indagano sul contributo dell’attività femminile nel contesto della storia politica e culturale del XX secolo e nello sviluppo degli studi teatrali in particolare. Entrambe le studiose osservano la profonda distanza tra la quotidiana attività femminile e il riflesso iconografico, spesso idealizzato e limitativo, che la denota. Caulfied e Hill sottolineano la tenacia con la quale certe donne, tra cui spicca la figura della drammaturga irlandese Lady Augusta Gregory, si sono imposte anche nel più ampio panorama politico nazionale.  

Performance and Queer Praxes di Fintan Walsh sottolinea come tanto teatro incentrato su temi come l’omosessualità, il divorzio e l’aborto, sia il riflesso diretto di certi cambiamenti sociali che si verificano nella comunità irlandese degli ultimi due decenni. Cormac O’Brien nota l’incidenza della matrice maschile nella produzione drammaturgica e spettacolare irlandese, come sintomo del clima culturale e politico-sociale della nazione. Infine Aoife McGrath ripercorre la storia della danza irlandese, ulteriore veicolo di esplorazione «dell’essere irlandese, dell’identità nazionale e della memoria culturale». La disciplina, un tempo emarginata anche per ragioni di ordine storico-religioso, è ora riconosciuta ufficialmente e viene valorizzata grazie anche alle continue ricerche e sperimentazioni sul campo.


di Adela Gjata


La copertina

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