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Prove di drammaturgia, a. XVII, n. 1, settembre 2011
Performing pop

A cura di Fabio Acca

a. XVII, n. 1, settembre 2011, pp. 64, euro 9,00
ISSN 1592-6680 (cartaceo); 1592-6834 (on line)

All’universo performativo pop, troppo a lungo trascurato dagli studi teatrali, è dedicato il pregevole numero doppio di «Prove di drammaturgia», arricchito da documentazione fotografica. Curato da Fabio Acca, l’approfondimento monografico, introdotto da un Editoriale di Gerardo Guccini, offre gli strumenti metodologici per un approccio storicizzante a un così vasto e variegato orizzonte performativo, già sondato da settori disciplinari quali la sociologia, la semiotica, le scienze della comunicazione. Una linea d’indagine, quella promossa da Acca, atta non solo a “storicizzare” un fenomeno snobbato dalla cultura “alta”, ma anche a esplorare nuove possibilità di applicazione della teatrologia. In ambito extra-teatrale anzitutto, a dimostrazione della vitalità epistemologica di una disciplina istituzionalmente penalizzata dall’attuale «drastica riduzione degli spazi accademici» (p. 3).

 

Nel saggio introduttivo, Acca sviscera la nozione di «performing pop» in dieci punti, mediante una serie di concettualizzazioni: il corpo del performer come veicolo – quando non testo – della comunicazione di massa; il concetto di «autenticità pop», in bilico tra “verità” e “rappresentazione”; il rapporto tra performance in senso stretto e performance simbolica; lo spauracchio (mistificato) dell’industria culturale di adorniana memoria.

 

Segue, in una prima sezione (Sistemi pop), l’inquadramento teorico della materia, affidato ai contributi di Lucio Spaziante, Gianni Sibilla, Daniela Cardini. Spaziante presenta una breve storia critica del pop, oggettivata da personaggi simbolo (Elvis Presley, Vasco Rossi, Jovanotti, Sex Pistols, Beatles, Madonna, Michael Jackson, Lady Gaga) e puntellata su alcuni snodi significativi: l’evoluzione dal concerto rock tradizionale all’happening, passando per il glam, il progressive, il punk; l’avvento del videoclip, contestualmente alla trasformazione del concerto live in concerto mediale e all’affermazione del live media. Sibilla introduce il concetto di performance mediale musicale, analizzandone tipologie ed evoluzione drammaturgica (dal palcoscenico di MTV a quello di Youtube). Infine, Cardini riflette sui rapporti tra musica e televisione, prendendo in esame le logiche di spettacolarizzazione che la performance musicale assume in tv. Si pensi alle esibizioni canore nell’ambito di programmi “ordinari” quali i talent shows oppure in contesti televisivi “eccezionali” come quelli dei Grammy Awards o degli MTV Video Music Awards o, infine, dell’italico Festival di Sanremo.

 

Nella seconda sezione (Fenomeni pop) le teorizzazioni metodologiche sono applicate a singole figure di artisti. È il caso di Peter Gabriel, frontman dei Genesis, la cui epopea performativa rivive nell’approfondimento critico di Fabriano Fabbri. E se Andrea Laino fa il punto sulle esibizioni live degli Area, con il tempo sempre più confinanti con l’happening, Tomas Kutinjač, Eleonora Felisatti e Jacopo Lanteri si occupano rispettivamente delle parabole di due regine del trasformismo: l’italianissima Patty Pravo, diva camaleontica dagli esordi trasgressivi; e l’italo-americana Lady Gaga, al secolo Stefani Joanne Angelina Germanotta, il cui personaggio (Gaga) ha totalmente soppiantato la persona reale (Germanotta) sulla base di strategie mediatiche mutuate-vampirizzate dal battistrada Madonna.   

 

Chiude il fascicolo un dossier (Una scena pop in Italia) che raccoglie nove interviste ad artisti attivi sulla scena teatrale italiana, accomunati dalla propensione a contaminare il proprio linguaggio con i contenuti e le forme della cultura pop. Del resto, se è vero che in Italia siamo ancora lontani dall’affermarsi di una “scena pop”, alcune emergenze sembrano profilarsi. Teatro delle Albe (Marco Martinelli), Motus (Daniela Nicolò e Enrico Casagrande), Kinkaleri (Massimo Conti e Marco Mazzoni), Teatro delle Moire (Alessandra De Santis e Attilio Nicolò Cristiani), Teatro Sotterraneo (Sara Bonaventura, Matteo Ceccarelli, Claudio Cirri, Daniele Villa), Babilonia Teatri (Enrico Castellani), ricci/forte (Stefano Ricci e Gianni Forte), Cristian Chironi, Codice Ivan (Anna Destefanis, Leonardo Mazzi, Benno Steinegger), sono alcune di queste realtà. Nelle interviste citate emerge il rapporto privilegiato che tali artisti intrattengono con il mondo pop: dalla (ri)scoperta della musica anni Novanta (Teatro delle Albe, Motus) all’indagine nelle pieghe dell’immaginario collettivo contemporaneo (Kinkaleri, Teatro Sotterraneo); dalla scomposizione critica dei meccanismi divistici (Teatro delle Moire) all’uso del linguaggio pop come mezzo per esprimere indignazione (Babilonia Teatri, ricci/forte); dal bisogno di riappropriarsi del contesto urbano in cui siamo immersi (Codice Ivan) a quello di ricondurlo al dominio dell’arte (Cristian Chironi).

di Gianluca Stefani


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