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Theatre Research International
in association with the International Federation for Theatre Research

vol. 36, n. 2, July 2011, pp. 93, £53
ISSN 0307-8833

Il nuovo numero di «Theatre Research International» prende le mosse da un articolo di Janelle Reinelt in cui si legge «“censorship has become a common-sense catchword; since everyone knows what it means, merely to name it is to proclaim it» (TRI, vol. 32, n. 1, march 2007). L’intento è quello di riflettere sul modus operandi della censura teatrale (ma anche di quella sociale) nel passato e nel presente. Nello specifico si vuole riflettere sull’importanza del controllo verticale sulle performance di quei paesi retti da un governo dittatoriale, per evidenziare come questo ne abbia influenzato anche la struttura culturale, sociale e politica. La trattazione di argomenti così delicati vuole far riflettere sull’attenzione critica che lo studioso delle arti performative deve mantenere attiva in relazione all’uso di concetti, teorie e idee: «to name and to proclaim censorship [...] does not necessarily help us to fully appreciate and document the implications and functions of these acts».

 

I due contributi in apertura sono altrettanti paper letti al convegno organizzato nel 2009 in Portogallo dall’IFTR (International Federation for Theatre Research) intorno a Silent Voices/Forbidden Lives: Censorship and Performance. Jean Graham-Jones si rivolge al teatro argentino degli ultimi trentacinque anni e analizza quattro performance: Telarańas e La nona  (1977) che mettono in scena momenti di violenza familiare e due produzioni di Eva Perón  (2004). Attraverso l’esposizione diacronica si mette in evidenza il funzionamento della censura (solo alcune tra le pièce analizzate furono interdette) e si intende evidenziare come essa sia una categoria problematica qualora venga applicata allo stesso modo in tutte le epoche, ma soprattutto «when naming constitutes proclaiming».

 

Paul Rae muove dalle considerazioni intorno all’ipotesi repressiva coniata da Foucault per riuscire a comprendere le specificità locali dei processi della censura attuata a Singapore. L’autore basa il suo discorso su una nutrita serie di esempi, in particolare su una produzione di The Importance of Being Ernest per la regia di Wilde Rice (2009) recitata solo da uomini, che subì molti attacchi censori.

 

Janelle Reinelt evidenzia come la censura sia connessa con ciò che lei stessa ritiene una delle elucubrazioni peggiori della società civilizzata: il “politicamente corretto”. Nonostante tutto intende attuare una sorta di correzione e ridare luce al valore più positivo del concetto per riconsegnarlo a un mileu artistico che sembra avere perso la comprensione della sua utilità. Il punto critico, sostiene la studiosa, è nella discrepanza «between political correctness as a concept and as an embodied practice».

 

James Frieze analizza la pratica del teatro cosiddetto in-yer-face che negli ultimi due decenni si è sempre più sviluppato. Il meccanismo d’innesco è un’attenzione spasmodica al dramma naturalista, ma anche alla possibilità che tale dinamica performativa offre di riflettere sulle ansie causate dal degrado della vita reale. Contestualizzando il discorso con riferimenti al naturalismo, alle riflessioni di Pirandello, Beckett e dei Blast Theory, ma anche ricorrendo a esempi delle pratiche televisive – le crime-scene investigation e i fly-on-the-wall ‘reality show’ – Frieze concentra il suo discorso intorno al funzionamento della «theatre’s diagnostic machinery», per concludere con due esempi recenti che cercano di scardinare quel meccanismo.

 

Concentrando la sua attenzione sulla teoria dell’evento teatrale in relazione a un contesto di teatro-comunità Dani Snyder-Young analizza il rapporto sociale tra gli housed (spettatori) e gli homeless (attori). Partendo dalla concretezza dello spettacolo Housed and the Homeless (From the Very Same Cup) agito dal gruppo zAmya Theatre Project in tre diversi paesi per altrettanti diversi pubblici, l’articolo intende indagare l’effettivo grado di costruzione comunitaria dello spettacolo.

 

 

di Diego Passera


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