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Jacques Lassalle

Ici moins qu’ailleurs


Paris, P. O. L., 2011, pp. 768, euro 30,00
ISBN 978-2-8180-1355-7

La presenza europea di Jacques Lassalle è segnalata da alcune tappe ed eventi creativi e organizzativi importanti, quali la fondazione dello Studio-Théâtre di Vitry nel 1967; la direzione del Théâtre National de Strasbourg (dal 1983) e l’amministrazione – dal 1991 all’agosto 1993 – della Comédie-Française, interrotta in anticipo (per «départ provoqué», p. 456). Indi, è rilevante per un’attività di regista indipendente e itinerante, dalla Norvegia alla Russia, dall’Italia alla Polonia e alla Svizzera, fino all’America e alla Cina. Le riflessioni sul proprio lavoro di metteur en scène e drammaturgo, davano luogo frattanto a un’opera scritta che si sarebbe rivelata di notevole portata letteraria e intellettuale, oltre che documentaria. Un’opera che ricorda l’esperienza, anche scritta, di Antoine Vitez (edita dalla stessa Editrice P.O.L.). Lassalle, nato a Clermont-Ferrand nel 1936, completa con l’ultimo volume una trilogia memoriale ad andamento diaristico; scandita a decenni, iniziata con Pauses (1981-1990) e proseguita con L’Amour d’Alceste (1991-2000). La dimensione del libro (dedicato al periodo 2001-2010) corrisponde alla vastità della materia nonché alla qualità e alla varietà degli apporti. Il titolo già motiva lo sguardo che organizza gli argomenti. «Dans Ici moins qu’ailleurs il porte un regard, encore forcément subjectif et transversal, sur le devenir du théâtre français et sur la socièté où désormais il s’inscrit. C’est l’Ici. Il tente aussi de donner sens à la part croissante de ses séjours et réalisations à l’étranger et à la découverte passionnée de ces autres scènes. C’est l’Ailleurs». Un preambolo e una chiusa inquadrano le sei sezioni del libro.

 

Rifacendosi all’esperienza più recente, l’artista mostra la consapevolezza della propria vocazione internazionale, sofferta e conquistata con autorevolezza, a partire da origini umili e lontane: «Cet excès d’appartenance en fait plus résigné que choisi, cette francitude, sans doute, par contrecoup trop proclamée, très tôt je les avais affirmés comme des appendices d’identité, des préalables de travail, des balises d’imaginaire. Ils m’habitèrent longtemps. Pour une part, ils m’habitent ancore» (p. 12). Ecco forse perché l’autore mantiene costantemente in tesa relazione sia le coordinate del suo pensiero estetico sia i moventi più intimi dei propri sentimenti. Infatti, la tessitura del discorso s’avvale di giudizi dalla coerente razionalità, accanto a poetiche intuizioni, rese con sintetiche immagini. Più vividi si stagliano l’itinerario della presa di coscienza della propria condizione (scelte politiche, estetiche, esistenziali); quelli dell’interazione (a scopo produttivo artistico) con i partners, francesi o stranieri; o quello che dallo studio testuale esigente raggiunge la messa in scena (scrupolosa fino ai dettagli pratici) sollecitando la collaborazione con l’attore. Qui gli scambi vanno da Christine Fersen e Gérard Depardieu a Isabelle Huppert; da Andrzej Seweryn e Roger Mollien a Hubert Gignoux. Il commercio coi drammaturghi genera spesso fecondi e duraturi incontri personali (fra cui, Michel Vinaver e Jon Fosse; Roger Planchon, Jean-Pierre Sarrazac, Nathalie Sarraute, Marguerite Duras, Véronique Olmi), incontri restituiti in Visages et Paysages.

 

Riconosciuta l’interdipendenza fra testo e rappresentazione, Lassalle percorre con rigorosa esattezza diversi percorsi esegetici – in saggi critici di luminosa misura, applicati a Čechov, Ibsen, Goldoni o Marivaux, o ancora a Fosse e a Vinaver – che comportano la totale responsabilità della concretizzazione scenica. Ciò vale tanto per i classici quanto per i contemporanei e anche in rapporto alla traduzione, affrontata con la passione e l’impegno di una vera creazione. Perciò, come le sue regie evolvono senza replicare le precedenti, così le successive traduzioni rinnovano nel mutamento storico e linguistico il messaggio originale dell’opera. Si incontrano gli esempi di La Fausse Suivante, di Marivaux, tradotto in polacco da Jerzy Radziwilowicz (p. 166) e La Seconde surprise de l’amour, tradotto in norvegese da Jon Fosse; Emilia Galotti di Lessing e Rosmersholm di Ibsen tradotti in francese da Bernard Dort (pp. 84-87); Il Campiello di Goldoni tradotto da Ginette Herry e Valeria Tasca: tutti con dimostrazione implicita d’una conoscenza strutturale straordinaria dei testi affrontati.

 

Del resto, la sensibilità per la storia della scena italiana è profonda, avvalorata da regie di testi di Pirandello, Svevo, Ruzante e, soprattutto, di Goldoni, da Baruffe a Campiello; così che quel sapere si riflette in citazioni, ricordi, accostamenti ai nomi maggiori della nostra tradizione. E affiorano i problemi di adattamento di copioni come Platonov di Čechov o Lorenzaccio di De Musset, nelle occasioni di confronto con mondi e persone lontane e differenti (tipico di una reattiva partecipazione e impegnativa, il soggiorno in Cina nel 2004-2005), i cui esiti si trasformano in racconti d’avventura intellettuale.

 

Dalla cronaca si passa facilmente alla definizione e ai principi: «Le théâtre est jeu et, simultanément, conscience ludique de ce jeu. C’est dans sa capacité de métamorphoses, de transformations, d’incessants mensonges, par-delà sexes et générations, qu’il trouve sa vérité» (p. 153). Sul senso del teatro: «Mettre en scène ce n’est peut-être rien d’autre, à force d’écoute, d’égards et d’attention, que d’empecher les miracles de n’avoir lieu qu’une fois» (p. 381). I viaggi, sempre profondamente formativi poiché interiori, si gustano per «l’étonnement du retour» (p. 245).

 

La Sezione Entre texte et représentation, ripropone Programmi di spettacoli originati in maggioranza da autori viventi. L’intento è nell’exergo «Je voudrais mettre en scène en écrivain, dévoiler l’espace intime où vie et fiction s’unissent, mettre en lumière le roman caché qu’il y a sous la pièce» (p. 493). Molti sono i debiti dichiarati, in arte e amicizia. Ad esempio, verso il direttore del T.N.P. di Villeurbanne: «C’est Planchon qui m’enseigna sans le savoir les deux principes désormais fondateurs à mes yeux de toute mise en scène: affirmer la pluralité des lectures possibles d’un même fragment et privilégier celle qui unifie et féconde la pensée totale de l’œuvre sans tout à fait renoncer les autres» (p. 461). Occasione per un saggio di lucida, sincera critica alla sua carriera e alla sua produzione d’autore.

 

La necessità di trasmettere esperienze e ideali è espressa negli articoli di Transmettre, con contributi sul rapporto fra artista e pedagogo; sui lasciti teorici e umani di studiosi come Robert Abirached o di maestri come Jean Vilar, per cui la riconoscenza e la fedeltà verso la sua opera aprono alla memoria e all’impegno per il futuro, concretati oggi dall’Association Jean Vilar presso la Maison omonima di Avignone. Il passaggio di testimone è assicurato «entre les vivants et les morts» (p. 725) nella più nobile accezione storica e civile. In Cinéma, l’artista prende atto dell’inespresso, malgrado il grande amore e la forte partecipazione all’arte dello schermo. «J’ai tenté de quitter quelque temps le théâtre pour le cinéma. Je n’y suis pas parvenu», conclude parzialmente (p. 673). Infine, Lassalle confessa il bisogno di un teatro per la società valido soltanto quando in scena risuoni la voce di quella stessa società che, nella sua sostanziale bellezza, malinconia o denuncia di comportamenti, vive le stesse contraddizioni della realtà che rappresenta. Anche perciò è passionalmente affermativa la sua risposta alla domanda casuale che gli viene posta dal direttore di un grande teatro parigino, «Tu en veux donc ancore?». «Eh bien, oui, j’en veux ancore. J’en veux ancore parce que je ne peux pas faire autrement [...]. Parce qu’enfin je crois que je mourrais dans l’heure si je songeais à m’arrêter» (p. 726).

 

 

di Gianni Poli


La copertina

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