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Daniel Arasse

L’Annunciazione italiana. Una storia della prospettiva

Con un saggio di Omar Calabrese. Traduzione di Cora Presezzi

Firenze, Usher, 2009, pp. 383, euro 58,00
ISBN 978-88-95065-35-9

Daniel Arasse, brillante allievo di André Chastel, è stato tra i più importanti storici dell’arte rinascimentale italiana, ma il suo pensiero ha stentato ad affermarsi nel nostro paese, dove pure ha soggiornato a lungo ed è stato direttore dell’Istituto francese di Firenze tra il 1982 e il 1989. Nel caso del volume che qui si presenta, edito in Francia nel 1999 e tempestivamente tradotto in inglese e tedesco, sono occorsi dieci anni per disporre finalmente della versione italiana di Cora Presezzi, con introduzione di Omar Calabrese (ed. or. Annonciation italienne. Une histoire de la perspective, Paris, Éditions Hazar, 1999).

 

Come spesso accade, il punto di partenza dell’indagine è dato da un’intuizione: tra il Trecento e il Cinquecento è esistita nella pittura italiana una particolare affinità tra Annunciazione e prospettiva. Il riferimento immediato, esplicitato dallo stesso autore, è al saggio di Erwin Panofsky La prospettiva come forma simbolica (1927), nonché agli studi di John Spencer e Hubert Damisch (rispettivamente sulla spazialità delle Annunciazioni fiorentine del Quattrocento e di quelle di Veronese). Solidi presupposti, che non evitano al lettore un’iniziale sensazione di disorientamento. Arasse, infatti, propone due ipotesi all’apparenza contrastanti: se da una parte vuole confermare l’esistenza di un’affinità tra Annunciazione e prospettiva, dall’altra intende sottolineare il carattere paradossale di tale affinità, fondata non sull’accordo, bensì sulla tensione tra il tema rappresentato e lo strumento della sua rappresentazione. Inoltre, non va trascurata la prevalenza delle Annunciazioni “asimmetriche” su quelle “simmetriche” (quest’ultime si trovano principalmente nei dipinti del Quattrocento toscano e umbro).

 

Naturale dunque interrogarsi sulla legittimità dell’inchiesta. D’altra parte, occorre riconoscere che alcuni dei dubbi sin qui rilevati sono causati, anzitutto, da un banale errore di traduzione. Il titolo italiano, L’Annunciazione italiana. Una storia della prospettiva, fa pensare che il libro voglia ricostruire una storia della prospettiva attraverso il tema dell’Annunciazione. Non è così. Una corretta traduzione permette di cogliere l’impostazione che Arasse dà al proprio lavoro: Annunciazione italiana. Una storia (o meglio una questione) di prospettiva. L’oggetto della ricerca, infatti, è un problema teorico: «se l’Annunciazione, proprio in quanto porta con sé l’evento dell’Incarnazione, è il momento in cui l’Incommensurabile entra nella misura, in che modo ha potuto la prospettiva, “forma simbolica” di un mondo commensurabile, render visibile questo ingresso (latente) dell’Irrafigurabile nella figura?» (p. 21). In altre parole, è possibile che alcuni pittori abbiano utilizzato la costruzione prospettica per raccontare l’avvento del divino nell’umano, del corpo del figlio di Dio nel ventre di Maria?

 

La risposta, ovviamente, è affermativa, come dimostra l’attenta analisi di oltre duecentocinquanta Annunciazioni, da Ambrogio Lorenzetti a Veronese. Il punto di rottura con la tradizione medievale viene individuato, dallo studioso, nella Firenze degli anni Venti del Quattrocento e nella produzione di una prima serie di opere “simmetriche” derivate da un prototipo oggi perduto. In particolare, si deve a Masaccio la codificazione di un nuovo modello con il quale gli artisti successivi dovettero inevitabilmente confrontarsi, offrendo risposte diversificate a seconda dei diversi contesti geografici e culturali in cui operarono. Da non dimenticare che in quegli stessi anni Bernardino da Siena andava componendo il sermone De triplici Christi nativitate (1420-1444) in cui veniva messa in discussione la possibilità di raffigurare il momento dell’Incarnazione. D’altra parte, è noto come il mistero fondatore della fede cristiana fosse all’epoca oggetto di un’accesa disputa teologica tra le chiese di oriente e di occidente. Culmine di tale confronto fu il Concilio del 1439 che, inaugurato a Ferrara, fu presto trasferito a Firenze. Per l’occasione Brunelleschi allestì un’innovativa rappresentazione dell’Annunciazione in cui si tentava di dare una risposta spettacolare al ruolo da assegnare allo Spirito Santo nella Trinità.

 

La tesi di Arasse, dunque, ha un’indiscutibile pertinenza storica e teorica e all’autore va il merito di aver affrontato con paziente abilità un tema di lunga durata che seppur palese in poche Annunciazioni non per questo deve essere trascurato. 


di Lorena Vallieri


La copertina

cast indice del volume


 



 
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