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Shakespeare and Renaissance Literary Theories. Anglo-Italian Transactions

A cura di Michele Marrapodi

Farnham, Ashgate, 2011, pp. 338, £65
ISBN 978-1-4094-2149-8

Fin dal XIII secolo l’Inghilterra ha visto dapprima transitare e poi stabilirsi al suo interno italiani attivi a vari livelli professionali: mercanti, banchieri, ambasciatori, letterati, artisti, attori… Nel corso del tempo essi hanno acquisito sempre più importanza, arrivando a lasciare una significativa e quindi non trascurabile impronta di italianità pressoché in tutti i settori. Uno tra gli esempi più significativi del grande interesse inglese per la cultura italiana è il World of Words di John Florio: uno strumento imprescindibile che soccorreva gli intellettuali d’oltremanica nella lettura di Dante, Petrarca e Boccaccio. Per quanto concerne nello specifico la drammaturgia cosiddetta elisabettiana è ampiamente assodato che essa abbia tratto linfa vitale e a volte preso a prestito dalla nostra cultura, ma probabilmente anche dalla presenza sul territorio degli attori italiani.

 

In questi ultimi venti anni Ashgate ha dedicato ampia attenzione a queste tappe della storia teatrale anglo-italiana attraverso le sue pubblicazioni. Ulteriore approfondimento è il nuovo volume curato da Michele Marrapodi, approfondimento e integrazione di Italian Culture in the Drama of Shakespeare & His Contemporaries: Rewriting, Remaking, Refashioning (Aldershot, Ashgate, 2007). Come spiega il curatore nella Introduction, Shakespeare conosceva bene la separazione dei generi del teatro italiano, «distinguishing scripted five-act drama, following the neo-Aristotelian rules […] from improvised play-acting […] inspired by the comici of the Commedia dell’arte». Nei suoi drammi infatti si rilevano le tracce di una drammaturgia consuntiva, influenzata anche dalla performatività dei suoi attori. Louise George Clubb parlando degli elementi di improvvisazione e di commistione dei generi nella tecnica compositiva di Shakespeare, allude a una «jazz-like quality of the dramatist». Shakespeare è quindi il trait d’union dei saggi, che però allargano il loro orizzonte investigativo alla drammaturgia elisabettiana e giacomiana tout court.

 

Le diverse aree disciplinari di ricerca coinvolte nell’analisi suddividono il volume al suo interno in tre macrosezioni (Part I: Art, Rhethoric, Style; Part II: Genres, Models, Forms; Part III: Spectacle, Aesthetics, Representation) ognuna delle quali è segmentata secondo gli interessi personali e le competenze dei singoli studiosi. L’apparente frammentarietà è comunque risolta dall’obiettivo primario, che ricompatta la struttura nel suo insieme: «to place the presence of Italian literary theories against and alongside the background of English dramatic traditions and to assess this influence in the emergence of Elizabethan theatrical conventions and the innovative dramatic practices under the early Stuarts».

 

Shakespeare and Renaissance Literary Theories getta luce su uno degli aspetti più controversi ma anche, ne siamo convinti, più affascinanti di questo intricato argomento della storia teatrale europea. Si evita, infatti, di focalizzarsi soltanto sui singoli esempi drammaturgici, facendone il fine dell’analisi. Si parte invece da essi come base concettuale per indagarli alla luce delle coeve teorie della letteratura enucleate sia dagli intellettuali italiani che da quelli inglesi. Si riesce così a innalzare il discorso verso le più elevate e impalpabili questioni inerenti alle dinamiche dei processi di scambio e di transazione culturale, per esplorare poi il concreto livello di appropriazione, di contaminazione e di influenza, che hanno caratterizzato la storia del dramma inglese tra la metà del Cinquecento e i primi trenta anni del Seicento.

 

Sigillo del volume è la Coda di Louise George Clubb (How Do We Know When Worlds Meet?), in cui la studiosa riannoda il bandolo della matassa attorno agli argomenti trattati, espone alcuni principi e problemi metodologici e denuncia la scarsità di studi in questa direzione, auspicando per essi un pronto rinvigorimento. Infine formula alcuni quesiti fondamentali a cui non dà risposta perché è più importante riflettere sulla «question of evidence». È a questo livello, infatti, che le reticenze si ampliano e il “sistema” rivela le sue falle: «on what basis can we demonstrate to the unconvinced that [italian and english] worlds have indeed met? What kind of evidence of kinship between Italian drama and Shakespeare’s is solid? How much of it is needed for a sound conclusion?».

 

L'unico appunto da fare riguarda la mancanza quasi totale del sostegno di una bibliografia critica italiana per le questioni  inerenti al mondo dei comici dell’arte e alla vita materiale del loro teatro. Un tale ricorso avrebbe permesso di evitare alcuni elementi di imprecisione nelle esegesi. Ci riferiamo soprattutto ma non solo alle questioni legate ai viaggi dei comici dell’arte in Europa, aspetto peraltro ampiamente affrontato nel volume. L’analisi della presenza dei comici in Inghilterra non è mai stata affrontata in modo sistematico e approfondito, come la stessa Clubb riconosce nel suo saggio e ribadisce nella Coda. Eppure un’indagine condotta in tal senso potrebbe evidenziare perfino le influenze performative dirette sul teatro inglese, ormai ampiamente riconosciute ma oggetto di continue, perpetrate e inutili reticenze.

 

 

di Diego Passera


La copertina

cast indice del volume


 



 
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