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L’immaginario scenografico e la realizzazione musicale
Atti del Convegno in onore di Mercedes Viale Ferrero (Torino, Teatro Regio, 5-6 febbraio 2009; Venezia, Fondazione Giorgio Cini, 5-6 marzo 2009)
A cura di Maria Ida Biggi e Paolo Gallarati

Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2010, pp. 295, € 35
ISBN 978-88-6274-191-0

«Contro l’approssimazione». Così, in una formula, si potrebbe racchiudere l’insegnamento metodologico di Mercedes Viale Ferrero. Il rigore – «rigore piemontese», come sottolineato affettuosamente da Daniela Goldin Folena – è da sempre uno dei tratti distintivi della studiosa torinese, figlia dell’autorevole storico dell’arte Vittorio. Rigore e generosità (intellettuale) di una «investigatrice di razza», capace di mettersi ogni volta in discussione, caratteristica propria delle persone intelligenti.

 

Alla studiosa è stato dedicato un doppio convegno – organizzato nel 2009, a coronamento delle sue ottantacinque primavere, tra il Teatro Regio di Torino (5-6 febbraio) e la Fondazione Giorgio Cini di Venezia (5-6 marzo) –, i cui atti a cura di Maria Ida Biggi e Paolo Gallarati confluiscono ora in volume per i tipi delle Edizioni dell’Orso. Un sentito omaggio di musicologi, storici, estimatori a una “maestra”, vera e propria pioniera (accanto a Elena Povoledo e Maria Teresa Muraro) degli studi scenografici in ambito operistico, o piuttosto, come fa notare Pierluigi Petrobelli, di una rivalutazione dell’«aspetto visivo del teatro in musica» (e del teatro tout court). Autrice di imprescindibili monografie sui Galliari, Juvarra, Sanquirico, curatrice di mostre storiche (si pensi solo alla memorabile Mostra del barocco piemontese, 1963), responsabile dal 1990 della parte iconografica dei programmi di sala del Teatro alla Scala di Milano, Viale Ferrero ha condotto per mano la “nuova” disciplina a livelli di «autorevolezza» inimmaginabili fino a pochi decenni fa, tracciando un percorso sicuro per le generazioni successive. Si pensi inoltre al saggio Luogo teatrale e spazio scenico, in Storia dell’opera italiana, a cura di Lorenzo Bianconi e Giorgio Pestelli, V, La spettacolarità, Torino, EDT, 1988, pp. 1-122.  

 


                 

La prima parte del volume è dedicata al profilo scientifico della studiosa, con annessa bibliografia e le presentazioni – non prive di note amicali – di Alberto Basso, Franco Pulcini, oltreché dei già citati Petrobelli e Folena. Segue la seconda parte, che registra i contributi dei relatori intervenuti al convegno. I saggi sono ordinati cronologicamente (dal Seicento al Novecento, arco temporale investigato da Viale Ferrero).

 

Nella relazione di apertura, Elena Tamburini passa in rassegna gli spazi teatrali destinati all’ambizioso programma di politica culturale e spettacolare messo in atto dalla famiglia Barberini a Roma a partire dagli anni Trenta del Seicento. Più in particolare, Tamburini cerca di ricostruire sulla base di ipotesi ragionate la struttura interna e l’impianto scenotecnico del teatro Grande (eretto in un’ala di palazzo Barberini e inaugurato nel 1639), del quale molto resta ancora ignoto, e dell’ancor più ignota struttura teatrale stabile fatta costruire tre anni dopo nel medesimo spazio dal cardinale Antonio. 

 

Di Ferdinando Galli Bibiena tratta invece Marinella Pigozzi, delineando la fortuna del grande architetto-scenografo in bilico tra la «prassi» del proprio “mestiere” e l’«esemplarità didattica» delle sue pubblicazioni trattatistiche. A seguire, il confronto analitico proposto da Elena Sala Di Felice tra le sontuose scenografie degli spettacoli d’opera metastasiani e quelle, di ben altro tenore, delle commedie di Goldoni. Sempre in ambito settecentesco, Annarita Colturato prende in esame L’accorta cameriera del compositore spagnolo Vicente Martín y Soler, opera buffa messa in scena al Teatro Regio di Torino il 6 settembre 1783, in occasione della visita regale di Ferdinando d’Asburgo-Lorena e di Beatrice d’Este.   

 

Un altro allestimento, quello del Moïse et Pharaon di Rossini, è al centro della relazione di Emilio Sala, che affronta i problemi di mise en scène dell’opera confrontando due documenti conservati alla Bibliothèque de l’Opéra di Parigi. L’attività di due architetti-scenografi, Antonio Basoli e Alessandro Sanquirico, è invece indagata da Deanna Lenzi e Maria Ida Biggi nei rispettivi interventi con esiti originali. E se David Rosen si occupa della fortuna scenica in Italia de La Muette de Portici, opera in cinque atti di Auber, Marcello Conati fa luce sulle vicende librettistiche del Macbeth verdiano, colpito dalla censura in Russia come a Roma a cavallo tra gli anni Quaranta e Cinquanta dell’Ottocento.     

 

Dal Macbeth ai bozzetti di alcune opere verdiane. Tali documenti iconografici offrono a Olga Jesurum lo spunto per una riflessione sulla Metodologia dello studio della scenografia ottocentesca. Il librettista Luigi Illica è invece il trait d’union tra il tema svolto da Virgilio Bernardoni, incentrato sull’«immaginario scenico» del mascagnano Isabeau, e quello di Gabriella Olivero, dedicato alla messa in scena scaligera dell’Anton di Cesare Galeotti (17 febbrario 1900).  

In chiusura, Vittoria Crespi Morbio ricostruisce il profilo poco frequentato dello scenografo e costumista Luigi Sapelli (in arte Caramba), mentre Elvidio Surian sottolinea i meriti dell’attività editoriale di Giuseppe Bocca, a partire dalla pubblicazione della «Rivista musicale italiana», che segna l’inizio degli studi musicologici in Italia. Infine, Michele Girardi si sofferma sull’esemplare esegesi dell’Enfant et le sortilèges di Ravel prodotta da Melanie Klein, pioniera della psicanalisi dell’età infantile.

di Gianluca Stefani


La copertina

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