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Rafael Spregelburd

Eptalogia di Hieronymus Bosch

A cura di Manuela Cherubini

Milano, Ubulibri, pp. 208, € 21,00
ISBN 978-88-77483-17-1

Rafael Spregelburd, argentino classe 1970, è artista eclettico – drammaturgo, regista, attore, traduttore, cineasta. Egli inizia i suoi studi come attore, ma fin da subito si dedica anche alla scrittura. A 40 anni è autore di più di trenta opere teatrali, tradotte e rappresentate in Sud America, Stati Uniti ed Europa. I suoi testi sono stati tradotti per molte nazioni europee, riscuotendo un grandissimo successo, anche in termini di messa in scena, concretizzatosi in una quantità eccezionale di premi vinti da ogni singolo dramma (tutti elencati nel colophon a ciascun testo). Oggi, grazie a Ubulibri, è possibile leggere in italiano l’intera Eptalogia di Hieronymnus Bosch, la maggiore impresa drammaturgica di Spregelburd. I due volumi sono introdotti da due saggi: una Introduzione di Manuela Cherubini – curatrice del volume e traduttrice dei testi insieme ad Antonella Caron – e una Nota dello stesso Spregelburd, recuperata dalla prima edizione dell’Heptalogía (Buenos Aires, 2000) e tradotta per l’occasione.

 

Le sette opere (L’Inappetenza, La Stravaganza, La Modestia, La Stupidità, Il Panico, La Paranoia, La Cocciutaggine) sono state composte tra il 1996 e il 2008 e traggono ispirazione da La ruota dei sette peccati capitali (1500-1525) di Hieronymus Bosch (1450 ca.-1516 ca.). Ogni testo è indipendente e in sé concluso, ma è collegato a tutti gli altri da sottili richiami intertestuali, di modo che «ciò che è orpello e puro gusto per il dettaglio in uno, si ritrova in un’altro come centro e sostanza» (p. 9). Questa rete di riferimenti risponde ai dettami scientifici della “Teoria della Complessità”, che studia i sistemi complessi e i fenomeni ad essi collegati, cui la struttura del lavoro è intenzionalmente debitrice. È quanto riconosciuto dallo stesso Spregelburd: «Mi pongo come orizzonte l’incompiutezza. Un sistema di opere che si danno voce e si richiamano, un ordine che si riferisce a se stesso tramite un’intricata rete di grammatiche e riferimenti incrociati, nascosti sotto la pelle del linguaggio» (p. 14).

 


Hieronymus Bosch, I sette peccati capitali, (1500-1525)
Madrid, Museo del Prado

 

Il progetto ha portato alla stesura di opere finalizzate alla rappresentazione della dissoluzione della morale moderna, nello stesso modo in cui le immagini di Bosch avevano fotografato quella del mondo medievale a lui coevo. I testi sarebbero dovuti essere snelli e sintetici: l’idea era di rappresentarli contemporaneamente in sette teatri diversi di una medesima città, oppure metterne in scena uno al giorno, per una settimana. In realtà, dopo L’inappetenza e La stravaganza, la sinteticità è venuta meno e l’intenzione si è adattata alle necessità di ogni dramma e a quelle del periodo in cui esso veniva composto (ricordiamo ancora la lunga gestazione dell’intera opera). Questo perché il dogma supremo della concezione spregelburdiana è la creazione di opere viventi, che raccontino la vita nella sua estrema complessità – come insieme, appunto, di “Sistemi Complessi”. In questo senso i dettami-guida della scrittura drammatica classica (rappresentazione, racconto, costruzione dei personaggi, rappresentabilità…) sono elusi per dare maggiore spazio alla fisiologia del dato umano.

 

La volontà di riflettere sui peccati della società contemporanea si concretizza in una corrispondenza interna precisa tra i peccati dipinti da Bosch e quelli scelti da Spregelburd stesso. Lo slittamento semantico e concettuale tra l’allora e l’adesso e il senso umoristico-parodico che pervade i drammi dell’Eptalogia sono ben esemplificati dai titoli, che non si riferiscono evidentemente ai peccati capitali di cristiana memoria, ma a quelli di una società che ha perso i contatti con la realtà; di un mondo che procede a velocità vorticosa verso il suo domani, senza soffermarsi sull’oggi, e in cui l’uomo perde la possibilità di comprendere l’adesso, dal momento che vive già nell’altrove. Così alla lettura, emerge sempre, prima o poi, un angolo buio, un afflato di inintellegibilità, che, illuminato per un attimo impercettibile, lascia la frustrazione di una impossibile decriptazione. E questo è, appunto, il dizionario perduto, «il discorso più ferocemente politico dell’opera» (p. 11).

 

La nostra società, ampiamente riconosciuta, da sociologi e psicologi, come quella “dell’immagine” è evidentemente molto lontana dal mondo di Hieronymus Bosch (e non solo in senso cronologico). Eppure il medioevo era regolato da così tanti simboli e significati nascosti, da far impallidire il senso di “immagine” che ci è stato inculcato dai mass-media. Tanto vuoti i nostri simboli, quanto ricchi di contenuti “complessi” quelli medievali, che, però, potevano essere decriptati attraverso il “vocabolario comune” dell’epoca, non tanto (o non solo) quello fatto di lessemi; ma, piuttosto, quello composto di segni (semiotici) ben riconoscibili. Proprio quest’ultimo è ormai in larga parte perduto per gli storici e inaccessibile per intero ai non-specialisti. E il senso del mistero, dell’irrecuperabilità di un qualcosa che irrimediabilmente sfugge, è l’aspetto che più di ogni altro ha affascinato Spregelburd, nel venire in contatto con l’opera di Bosch. Il drammaturgo ha cercato di riempire i testi dell’Eptalogia dell’esoterismo che trasuda dalle tavole del pittore fiammingo: «La serie è scritta come se poggiasse su un vocabolario perduto. Così io vedo Bosch […]. Il tempo ha eroso il significato immediato di molti simboli, e il vocabolario medievale è un’incognita per occhi ingenui. Questo mistero è la mia passione» (p. 14).

 

Come sottolinea Cherubini nella sua Introduzione, la corrispondenza passato-presente non è intesa dall’autore come una sostituzione, ma nel senso di una sommatoria (termine usato da Natacha Ross in La paranoia: claves de su poética in Rafael Spregelburd, La paranoia, Atuel, 2008): a questo farebbe riferimento la sibillina esclamazione di Suor Maria Martha nella Paranoia «“Non parli a me di tentazione, ho conosciuto a fondo i quattordici peccati”» (cit., p. 8). Quattordici sono i peccati, dunque, in un sistema per cui ad ognuno di quelli “originali” ne corrisponde univocamente uno moderno, secondo una precisa griglia di corrispondenze: Inappetenza-Lussuria; Stravaganza-Invidia; Modestia-Superbia; Stupidità-Avarizia; Panico-Accidia; Paranoia-Gola; Cocciutaggine-Ira.

 

Una lettura complessa, dunque, attende chi si appressa all’Eptalogia; ma ciò nondimeno affascinante perché favorisce la riappropriazione di parte di quel dizionario perduto che permette una migliore comprensione del mondo. Tale comprensione è innescata e resa possibile dallo “straniamento” (in senso etimologico) che ha guidato la mano dell’autore e che diviene il punto di vista privilegiato del lettore. Un sistema può essere compreso solo dall’esterno di esso e un’epoca può essere capita solo guardandola da quella successiva. Così, attraverso la rappresentazione della decadenza del mondo moderno, è forse possibile riuscire a comprendere il decadimento morale (ma non solo quello) che si trova a vivere la contemporaneità. In altre parole, come ben sintetizza Cherubini, «Spregelburd ci porta fuori dalla via, per indicarcela».

 

 

di Diego Passera


Copertina del volume I

cast indice del volume


 
 

La copertina del volume II




 
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