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Theaterheute, nn. 8/9, 2010


nn. 8/9, 2010, pp. 88, € 14,80
ISSN 0040 5507

I servizi dedicati ai Festival estivi distribuiti nei paesi di lingua tedesca, che aprono questo numero doppio di «Theaterheute», non propongono solo resoconti artistici, ma analizzano anche questioni relative ai calendari, al turismo e alla tradizione culturale della località ospitante, oppure, all’opposto, inquadrano le varie proposte come azione sperimentale e occasione promozionale di novità.

 

Appuntamento fisso dal 1633 è la Sacra Rappresentazione (Passionsspiele) di Oberammergau. La recente messinscena del testo quattrocentesco rivisitato nel Seicento ideata da Christian Stückt assume i caratteri di un gigantesco show hollywoodiano visto da oltre 4.500 spettatori. Il cartellone curato da Frie Leysen per il Theater der Welt di Mühlheim ed Essen miscela spettacoli ispirati alla cultura dei paesi colonizzati con espressioni teatrali regionali. Montezuma, dedotto dall’opera barocca di Carl Heinrich Graun e allestita dal regista Claudio Valdes, messicano come gli attori (Amel Lierazios, Guillermo Garcia, Gustavo Castillo e Flavio Oliver), simboleggia lo spirito del festival stesso, che vuole sottolineare le contaminazioni assunte dai colonizzatori.

 

Molti sono i nomi di artisti di spicco iscritti nel ricco programma. Tra i tanti, figurano William Kentridge, Guy Cassiers, Romeo Castelluccio, Béla Pintér, i giapponesi Trash-Combo Fai Fai. Hanno ottenuto particolari consensi gli allestimenti di Welcome to Rockssburg per la regia del sudafricano Paul Grootboom dedicato all’apartheid, lo spettacolo di danza Nijinskiy Siam del tailandese Pichet Klunchum. Suggestivo è risultato il video streaming del finlandese Kirschgarten (Giardino dei ciliegi) da Anton Cechov che diventa amara riflessione sul cosiddetto “socialismo reale”. Dalla stessa commedia russa è tratto Wetten, dass...? di Thomas Gottschalk, ambientata in un moderno campeggio estivo. Impronte giapponesi connotano Schloss der Träume di Daisuke Miuras, testo ricco di situazioni malinconiche e di cechoviana memoria scosse dalla passione e dal sesso.

 

Per quanto riguarda le proposte regionali spiccano il duo Bart Baele-Yves Degrise con Tagfish e Hans-Peter Litscher con Barbarium. Piatto forte della decima edizione di Theaterbiennale di Wiesbaden e Magonza sono stati i nuovi testi di autori europei. Kreise/Fiktionen di Joël Pommerat, alla guida della compagnia parigina Luois Brouillard, è un immaginario incontro tra un cavaliere medievale e un banchiere odierno, che diventa metaforica rappresentazione della compresenza della tradizione nella modernità. Riflessioni sulle debolezze della modernità costituiscono il perno di Auf dem Weg zur postmodernen Stadt di Helmut Müller.

 

La condizione di salute della drammaturgia contemporanea è certificata da diversi testi, da Wir sind hundert dello svedese Jonas Hassen Khemiri, in cui tre donne animano dialoghi frammentati per via delle insanabili differenze generazionali, a Marta vom blauen Hügel di Alvis Hermanis e Der Kummer der Menschenfresser di Fabrice Murgia. Non sono passati inosservati i quattro travestiti e il transessuale protagonisti di Nuttel (eine amoralische Operette) di Emma Dante e Der Raubüberfall di Igor Rojaki. Molte e di rilievo sono state le novità applaudite nell’ambito del festival Wiener Festwochen, a partire da Nach Moskau! Nach Moskau! che Frank Castorf ricava da Tre Sorelle e dal racconto I contadini di Anton Cechov e affida all’interpretazione di Silvia Rieger, Maria Kwiatkowsky, Margarita Breitkreiz, Bernhard Schüty e Jannette Spassova. Si prosegue con Helena per la regia di Luc Bondy che si avvale della nuova traduzione di Peter Handke. La tragedia euripidea, con Jenny-Ellen Riemann e Birgit Minichmayr, viene trasferita in un interno borghese corredato da un semplice divano e panche di legno. Lo stesso regista firma la messinscena di Sweet Nothing di David Harrow. Quasi dodici ore è durata la rappresentazione di Damonen di Fëdor Michajlovič Dostoevskij, ideata da Peter Stein prodotta dal Teatro Stabile di Torino e recitata in italiano. Altro spettacolo imponente, per bellezza e durata (nove ore circa), è stato Lipsynch di Robert Lepage, adottato e interpretato con maestria da Peter Swoboda. Si prosegue con Factory 2 di Kristian Lupa e Wie man dem toten Hasen die Bilder erklären per la regia di Tiit Ojasoo Ene-Liis Semper.

 

L’apertura della manifestazione viennese alla cultura dello spettacolo extraeuropeo è testimoniata dalla presenza di attori di Rio de Janeiro e del Congo, e da gruppi di danza giapponesi. Il Motto «Generation [ex] Yu» sottoscritto nel cartellone ha convocato nella capitale austriaca diversi rappresentanti slavi, dalla serba Sanja Mitravic con la performance-documento Will You Ever Be Happy Again? Alla compagnia del Teatro di Zagabria con Generacija 91-95.

 

La decennale e massiccia presenza di extracomunitari in Germania, il loro definirsi in comunità generalmente integrata nel tessuto sociale, alimentano domande basilari circa il rapporto tra il teatro nella lingua di Goethe e quella della lingua di origine, e si interrogano sulla possibilità di conservazione di un patrimonio di tradizione capace di dialogare con la cultura occidentale. Intono a questi temi la sezione Dibatte di «Theaterheute» raccoglie una serie di testimonianze di autorevoli personaggi. Barbara Mundel, intendente dello Stadttheater di Friburgo e il drammaturgo Josef Mackert, sviluppano il discorso intorno alla revisione del concetto di teatro cittadino e nazionale, inteso come specchio unidimensionale della comunità, e prospettano un futuro multietnico in grado di arginare le differenze tra centri principali e periferie culturali. Il discorso di Ulrich Khuon, intendente del Deutschen Theater di Berlino, storicizza il percorso della letteratura teatrale tedesca degli ultimi 350 anni per dimostrare la costante apertura alle traiettorie della storia coeva.

 

Aufführungen, la sezione della rivista berlinese dedicata alle recensioni delle produzioni contemporanee, presta attenzione alle produzioni dei teatri di provincia. Negli ambienti della E-Werk di Weimar Nora Schloker ha proposto Woyzeck di Georg Büchner in chiave circense con Christian Ehrich nel ruolo del titolo. Il cechoviano Kirschgarten (Il giardino dei ciliegi) firmato da Tilmann Köhler per lo Stadttheater di Dresda muove gli attori (Wolfgang Michalek, Thomas Eisen, Matthias Reichwald, Christine Hoppe) su una semplice pedana lignea. A Göttingen si è visto Rummelplatz di Werner Braunig secondo la trasposizione scenica ideata da Christiana Friedrich e l’interpretazione calibrata e riuscita di Philip Hagmann, Marie-Isabel Walke e Benjamin Berger. Biberplatz di Gerhard Hauptmann, in scena a Schweriner See per la raffinata regia di Herbst Fritsch, attenta alle atmosfere comiche e agli elementi satirici che animano la rappresentazione di una famiglia borghese interpretata da Stefan Maeder, Brigitte Peters, Ida Weiß e Sonja Isemer. Si prosegue con Der große Blöff/Entferte Kusinen, novità di Felicia Zeller, che ironizza sulle ricchezze accumulate dal drammaturgo Carl Zuckmayer riscuotendo molti applausi da parte del pubblico di Saarbrücken anche grazie alla prova degli attori protagonisti (Saskia Petzold e Nina Schopka). È ambientata nel giardino di una birreria lungo il Danubio la commedia Kunst des Fallen di Christoph Nussbaumede in scena a Colonia con Nora von Waldstetten protagonista. Malaga di Lukas Bärfuss prodotto dallo Schauspielhaus di Zurigo, dramma spigoloso dedicato all’egoismo con marcate tinte psicologiche, ha evidenziato la prova degli attori piuttosto che lo sviluppo narrativo del testo. Infine si è rivelato Oliver Kluck con Warteraum Zukunft, commedia pubblicata in questo numero di «Theaterheute» in Das Stück, e trasferita sul palcoscenico del teatro cittadino di Recklinhausen. Di ispirazione noglobal, è un invito rivolto ai giovani a lottare contro il capitalismo.

 

Le pagine di Tanz sono occupate da un servizio dedicato a Va Wölfl, artista attivo sulla scena tedesca e internazionale con il suo gruppo Neuer Tanz da quasi venticinque anni. Infine, Akteure propone il profilo artistico di Sebastian Kowski, attore dello Schauspiel di Stoccarda, per il quale ha interpretato spettacoli di successo, in particolare gli shakesperiani Hamlet nel ruolo di Claudio e Titus Andronicus guidato dalla regia di Volker Lösch.

 

 

di Massimo Bertoldi


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