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Duellanti, a. IX, n. 64, settembre 2010


«Duellanti», anno IX, n. 64, settembre 2010, 6 €, pp. 120
ISSN 1724-3580

Inception, l’ultimo lavoro di Christopher Nolan, conquista la copertina del nuovo numero di settembre, ma divide i redattori di «Duellanti». Infatti, nella ricca sezione “radiografie”, i giudizi di Giovanna Bragnana, Matteo Bittanti e Franco Marineo appaiono discordanti, suggerendo al lettore molteplici spunti di riflessione. Gli articoli dei tre critici sono preceduti da un’intervista al regista, curata da Alessandra Matella, dove si racconta la genesi del film, che secondo lo stesso Nolan rappresenta la summa dei suoi titoli precedenti. Il regista confida alla sua intervistatrice di aver riflettuto su vari generi cinematografici, dall’action movie al film di fantascienza, dal dramma sentimentale al thriller, per mescolarli e liberarli dalle gabbie in cui spesso sono rinchiusi. Nolan afferma di aver sempre desiderato lavorare con Leonardo DiCaprio, che in Inception interpreta il ruolo del protagonista Dom Cobb, ma ribadisce l’importanza di avere affianco un cast consolidato nel tempo, composto da ‘attori feticcio’ come Michael Caine, Cillian Murphy e Ken Watanabe.

 

Per la Bragnana è proprio la commistione di generi a compromettere la riuscita del film. L’impresa di unire «il cinema commerciale e la pellicola filosofica» si tramuta in puro virtuosismo. «Impossibile coniugare la dittatura del cinema commerciale con le sue leggi ferree [...] con l’inevitabile ambiguità di un percorso compiuto dentro la mente umana». Per la giornalista, «quello che ha saputo fare Martin Scorsese con Shutter Island – e che ha sconcertato pubblico e critica, cioè non far tornare i conti, non cedere alla logica della realtà – è impossibile per Nolan». Bittanti considera Incepiton «il miglior film videoludico di tutti i tempi». Il redattore trova delle corrispondenze tra i personaggi ideati dal regista americano e lo «spettatore-lettore», instancabile divoratore di film, romanzi, fumetti, videogiochi: al pari degli universi immaginari prodotti dai vari media, il sogno diventa la dimensione ideale nella quale rifugiarsi per sentirsi liberi e vivi. Secondo Bittanti, lo spettatore contemporaneo, come i protagonisti di Inception, non vede l’ora di addormentarsi per sognare e abitare un mondo migliore della realtà. Franco Marineo rintraccia una costante all’interno dei film di Nolan: «la temporalità in continua ridefinizione, una completa presa di coscienza del mezzo-cinema che ha come fine la dimostrazione di una duttilità delle linee cronologiche come immenso presupposto narrativo». A partire da Following (1998), passando per Memento (2000), Insomnia (2002), The Prestige (2006) il regista statunitense prova a immettere i suoi spettatori in una condizione percettiva simile a quella dei protagonisti, scombinando l’asse temporale della sue storie. L’ampio spazio dedicato a Inception si chiude con la testimonianza di Leonardo DiCaprio che considera Nolan come «uno dei pochi registi contemporanei capaci di creare mondi e di farci entrare il pubblico».

 

In “incontriepercorsi” Mario Serenellini intervista Toni Servillo, reduce dall’interpretazione di Giuseppe Mazzini nel film di Mario Martone, Noi credevamo, presentano in concorso alla 67° Mostra Internazione d’Arte Cinematografica di Venezia. Secondo l’attore il “suo” Mazzini è «un rivoluzionario che preparava i giovani carbonari, i cospiratori dell’epoca, a ribellarsi con la violenza e si ritrova alla fine sconfitto, azzerato dalla normalizzazione della Storia».

Sempre nella stessa sezione, «Duellanti» dedica alcune pagine a Bret Easton Ellis, controverso scrittore statunitense e uno degli autori più corteggiati da Hollywood, considerando che quattro delle sue opere sono state trasposte in film. Nell’intervista curata da Kyle Buchanan lo scrittore commenta gli adattamenti cinematografici dei suoi romanzi: Less Than Zero (Marek Kanievska, 1987), American Psycho (Mary Harron, 2000), The Rules of Attraction (Roger Avary, 2002) e The Informers (Greog Jordan, 2008). Ellis rivela al suo interlocutore di avere in progetto una collaborazione con Gus Van Sant per la realizzazione di The Golden Suicides, una pellicola che uscirà nel 2011, ispirata alla tragica morte di una giovane coppia newyorkese.

 

Grazie alla scheda dedicata a Toy Story 3. La grande fuga e all’intervista a Mike Mitchell, regista di Shrek e vissero felici e contenti, i redattori della rivista riflettono sull’uso del 3D, uno strumento prezioso, ma che deve essere sempre organico alla vicenda: per Mitchell «la tecnologia ha l’obbligo di piegarsi alle esigenze della narrazione, altrimenti resta conoscenza sterile». Secondo Anna Antonini, tra i maggiori studi di animazione digitale statunitensi non esiste una grande differenza a livello tecnico, ma ciò che distingue la Disney Pixar dai suoi concorrenti è l’importanza data a soggetti e sceneggiature. Lo svolgimento del racconto, l’empatia che sa suscitare nello spettatore, la qualità della recitazione verbale e gestuale, la precisione dei dettagli rappresentano sempre delle priorità.

Mario Serenellini ci informa che al Museo Nazionale del Cinema di Torino è in corso una mostra fotografica interamente dedicata agli scatti dell’artista newyorkese Sam Shaw. L’esposizione è costituita da ben 141 immagini di grande formato che Shaw ha realizzato sui set di I due volti della vendetta (1960) unica regia di Marlon Brando da un trattamento di Sam Peckinpah al quale si era interessato anche Stanley Kubrick, e Zorba il greco (1964) di Michael Cacoyannis, con Anthony Quinn. La distanza esistente tra due universi cinematografici così lontani come quelli di Quinn e Brando viene colmata dal grande fotografo. Per Serenellini «le immagini raccolte nella mostra non sono ritratti posati, ma scatti rubati». Guardando attentamente le numerose fotografie possiamo cogliere una caratteristica che accomuna le due star: l’evidenza di un protagonismo ostinatamente irriducibile alla dimensione dimessa del quotidiano. Agli occhi di Shaw, Brando e Quinn si scoprono identici: «ambedue vulcanici, fagocitatori, insofferenti dei limiti. Ribelli».

 

Infine, Luciano Barisone e Grazia Paganelli ricordano con nostalgia Corso Salani, morto improvvisamente e prematuramente il 16 giugno scorso. I due critici ripercorrono le tappe fondamentali della sua originalissima carriera di cineasta indipendente, tratteggiando sia il carattere del regista che quello dell’uomo. Salani ci ha regalato «un cinema di viaggio che sa di letteratura per la forma diaristica del racconto, per il vivere i luoghi in cui girare prima di tutto come luoghi in cui imparare a vivere». Per Barisone, l’attenzione del regista fiorentino «era rivolta più che al centro ai margini, fossero quelli delle geografie o quelli della società globale. Le sue figure, impegnate in vagabondaggi talvolta invisibili, sono gli esclusi, dalla Storia e dal mondo; e il suo è un cinema di dislocazioni, di fughe, di perdite. Quasi mai di ritorni».

 

 

di Francesca Valeriani


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