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Paradossi settecenteschi
La figura dell'attore nel Secolo dei Lumi
A cura di Matteo Accornero, Katia Angioletti, Michele Bertolini, Camilla Guaita, Eva Oggionni.

LED Edizioni Universitarie di Lettere Economia Diritto, 2010, pp. 394, euro 38,00
ISBN 9788879164436

“È l’estrema sensibilità che fa gli attori mediocri; è la sensibilità mediocre che fa l’infinita schiera dei cattivi attori; ed è l’assoluta mancanza di sensibilità che prepara gli attori sublimi”. Se non fosse che dietro questa citazione si nasconde il respiro, ampio ed eterogeneo, di un’intera epoca, basterebbero queste poche e icastiche parole per restituire l’immagine finale del dibattito settecentesco sull’attore.

 

L’apparentemente radicale presa di posizione di Diderot, espressa nel suo celebre Paradoxe sur le comédien, riesce infatti a sintetizzare la tensione che attraversa tutto il secolo dei Lumi e che conduce, pur con accenti diversi, ad allontanare gradualmente l’attore dall’improvvisazione, dalla mancanza di mestiere e di misura, a cui i secoli precedenti sembravano averlo condannato. Non nell’eccesso di una sensibilità smodatamente partecipe del destino del personaggio sta la grandezza dell’interprete, ma nell’attento studio della sua natura che si trasforma, sulla scena, in recitazione sublime.

 

Il paradosso diderottiano, la trasformazione dell’attore freddo in veicolo di commozione e comprensione per il pubblico, si fa allora emblema di una riflessione teorica che valica i confini del teatro e che affonda le sue radici nel più vasto dibattito filosofico. I termini in questione rimandano allo studio delle passioni umane, alla necessità di sottometterle alla ragione o di armonizzarle con essa, al rapporto con la natura e la naturalezza e, non ultimo, al ruolo sociale e politico della parola (scritta e rappresentata). Il secolo della simpatia, passione pacificata e socialmente utile, capace di unire gli esseri umani, di renderli simili e vicini, di generare un enorme dispositivo di pulizia dell’essenza dell’uomo, cerca e trova nel teatro un mezzo potente di messa in scena di sé e di educazione, emozionale e razionale insieme, del pubblico. Ma, per farlo, occorre prendere le distanze dalla decadenza di uno spettacolo ridotto a declamazione pomposa o a stereotipo grossolano racchiuso nella maschera.

 

È questo percorso di affrancamento da una concezione dell’arte attoriale ormai statica e sospetta che Paradossi settecenteschi invita a scoprire. Perché di molti paradossi si tratta. Se il panorama francese offre la trattazione più ricca e sistematica sulle possibilità di ridefinizione dello statuto dell’attore e del suo patto con il fruitore, il volume, attraverso un attento apparato critico accompagnato da una selezione di brani antologici, permette di avvicinarsi ai tentativi di riforma teatrale teorizzati anche in Italia, Germania e Inghilterra.

 

La via nuova alla sensibilità e al rapporto tra passione e ragione, che per l’attore ha il sapore di una chiamata alla responsabilità, di un’uscita dall’ingenuità e dalla marginalità sociale per farsi carico di un’identità ancora da costruire, prende forma, solo per ricordare alcuni degli snodi messi in luce dai curatori, nella reazione al Barocco degli Arcadi, nel cambiamento cercato da Goldoni, nelle teorie sul sentimento e sulla sua comunicabilità di Du Bos e Sainte-Albine, nella ricerca delle qualità e delle potenzialità intellettuali dell’attore di François Riccoboni o, ancora, nel confronto tedesco tra Lessing, Nicolai e Mendelssohn e nel concreto esempio, tanto importante per lo stesso Diderot, di David Garrick.

 

Pur nelle non celate differenze tra i presupposti e gli approdi teorici di questi letterati, filosofi, poeti e attori, ciò che risulta evidente è la comune volontà di conciliare il teatro con quella medietas positiva, anche o soprattutto da un punto di vista sociale, rappresentata dal concetto di gusto, e con un naturalismo che non è abbandono alla natura ma consapevole conoscenza della natura stessa.

L’assoluta mancanza di sensibilità che rende gli attori sublimi, allora, non rappresenta certo una negazione dell’emozione nell’attore e attraverso l’attore ma, semplicemente, il rifiuto di un’affettazione maturata dal riso scontato o dalle lacrime provocate dall’eccesso. L’attore nuovo che l’Illuminismo plasma conosce la sola costante della natura umana. E Paradossi settecenteschi ricostruisce il quadro, non privo di contraddizioni, di questo grande tentativo (grande perché al suo interno confluiscono motivi estetici, filosofici e politici), di studio e rappresentazione dell’uomo nuovo che, parallelamente, si va formando nella società. Senza dimenticare chi, come Rousseau, vedrà nell’attore, manifestazione fisica del male che il teatro non soltanto rappresenta ma è, un essere condannato all’inganno, tanto più colpevole quanto più la sua arte, raffinandosi, lo renderà capace di simulare la realtà e di far vivere, attraverso il suo personaggio, il pubblico stesso, distraendolo così dalla vita e da un rapporto, non mediato, con la vera Natura.

 

 

di Raffaella Colombo


copertina

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