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Filosofie sull’attore

A cura di Katia Lara Angioletti

Led Edizioni Universitarie di Lettere Economia Diritto, 2010, pp. 244, euro 27, 00
ISBN 9788879164374

Non era compito facile racchiudere, in un solo volume, tre secoli di ricerca teorica e pratica sul perché dell'attore, prima ancora che sul suo ruolo. Eppure Filosofie sull'attore, grazie all'attenta opera di curatela di Katia Angioletti, riesce a restituire il senso di un dialogo, storico e ultrastorico insieme, tra la parola e il gesto, tra la pura teoresi e la fatica della sperimentazione fisica. Un discorso intorno al possibile e alla continua tensione del suo limite, incarnato nel corpo dell'attore: doppio, maschera, marionetta, creato e creatore. Luogo in cui si gioca lo scontro tra libertà dell'idea e resistenza della materia. Luogo in cui le contraddizioni dell'umano, la spinta all'azione accanto alla passività, la forza poietica accanto alla mimesi, la bellezza accanto alla più cupa brutalità, si svelano grazie alla finzione chiedendo nuovi mezzi, e mezzi sempre nuovi, per rappresentarsi.

 

E allora, dai testi che compongono il volume, traspare l'inquietudine di un teatro che fa continuamente i conti con le sue potenzialità e con le forme del reale che incontra: se la settecentesca estetica dubossiana ci introduce nel tempo dell'innocenza borghese che riflette, ancora con pudore, sui piaceri delle passioni artificiali e sulla grandezza dell'attore che sa “entrare meccanicamente, ma con trasporto, nei sentimenti del suo personaggio”, la scelta, non scontata nel panorama italiano, di affrontare criticamente la radicalità senza redenzione (proprio perché, alla radice dell'esistenza, sta il non senso) della drammaturgia di Sarah Kane, messa in comunicazione con Artaud, ci porta a fare i conti con una richiesta di comprensione estrema lanciata al pubblico, certo, ma, ancora prima, alle possibilità di sopportazione ed espressione dell'attore stesso. La consapevole e controllata ricchezza emozionale dell'interprete invocata da Du Bos cede il passo, nelle pagine dedicate a Blasted, alla capacità, fisica e mentale, di sostenere l'abiezione che cala su tutti gli attori rendendoli simulacri di un orrore circolarmente subito e fatto subire.

 

Arte attoriale, dunque, che si presenta sempre di più come allenamento della materia all'irriducibilità dell'idea o all'irrapresentabile che pulsa nel reale. Sperimentazione attraverso il corpo e la parola per superarli, o per mostrarli capaci di forme non ancora considerate: la riduzione, in Kleist, del ballerino a supermarionetta in grado di sfidare le leggi fisiche e di abbandonare, inseguendo la grazia, ogni sovrastruttura razionale; la costante ricerca di Carmelo Bene di una recitazione che metta a nudo il gioco di poteri e saperi del teatro stesso; il gesto dei corpi imperfetti di Pippo Delbono come veicolo di liberazione e bellezza; o, ancora, la verità conquistata attraverso lo sdoppiamento della finzione scenica nelle tecniche di drammaterapia, sono solo alcuni degli istanti fondamentali che Filosofie sull'attore ha il merito di fermare, ricostruendo, come si diceva, l'incessante tensione tra azione desiderata e azione possibile. Tensione che il libro rivela, con grande precisione, anche nei suoi aspetti teorici, permettendo di cogliere l'importanze della riflessione critica e filosofica nella presa di coscienza e nella creazione di nuove possibilità espressive. I nomi di Du Bos, Diderot, Simmel, si avvicinano in questo modo a quelli di Mejerchol'd, Stanislavskij, Jacques Copeau e Decroux, in un continuum, seppur eterogeneo, di normatività razionale e slancio vitalistico del corpo (pre-espressivo, meccanico, inconscio). Inoltre, lo sguardo lanciato sul cinema di Carlos Saura e Peter Greenaway rimanda, una volta di più, alla molteplice ricchezza della contaminazione nelle arti o, semplicemente, all'impossibilità di segnare rigidi confini e di porre fine alla ricerca di forme nuove.

 

Ricerca che trova nella voce, nei muscoli, nel viso e, al fondo, nella volontà dell'attore, uno straordinario campo di prova, un veicolo di passioni già conosciute o un luogo di creazione aurorale di emozioni, simboli, realtà.

Il volume, agile e mai dottrinale grazie a una cura attenta nella scelta e nello sviluppo dei temi, riesce allora a superare la semplice domanda sul ruolo dell'attore, avvicinandosi alla più fondamentale questione del perché l'attore e l'arte attoriale.

La risposta non può essere univoca ma, forse, si potrebbe dire, in linea con tutto ciò che Filosofie sull'attore ha il pregio di evidenziare, che nel gioco dell'interpretazione e della rappresentazione si nasconde il desiderio di indebolire la distanza tra l'ideale (nell'alto, così come nel basso) e il reale attraverso il corpo che si mette in scena: corpo che non cerca, nel rapporto con il pubblico, una facile identificazione. Corpo non cinematografico. Corpo che, proprio per questo, si manifesta costantemente come altro (anche altro da sé) e, allo stesso tempo, come tensione verso la più pura essenza transumana. Facendo della trattazione teorica e della sperimentazione pratica sul gesto, sulla voce, sulla parola, la storia di un percorso di comprensione delle cause più profonde (estetiche, etiche, politiche) e di nuova, consapevole, creazione della realtà.

 

di Raffaella Colombo


copertina

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