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Jan Fabre

Teatro

Traduzione: Franco Paris

Milano, Ubulibri, 2010, pp. 192, euro 21,00
ISBN 978-88-77483-18-8

Quando si esplora la drammaturgia di Jan Fabre, non si può prescindere dalla messinscena: promotore di un'interpretazione di arte scenica come opera d'arte totale e cultore del Wor-ton-drama wagneriano, l'artista belga è sostenitore di una forma rappresentativa in cui il testo è solo un veicolo per la creazione.

 

Artista visivo, coreografo, drammaturgo e regista, Jan Fabre fa del teatro il mezzo per dare libero sfogo alla propria creatività, attraverso la sua percezione dello spazio scenico, la danza e l'attenzione per i meccanismi drammaturgici: per Fabre il teatro è artificiale, perché, al di là dell'apparente anarchia, prevede una grande disciplina. La consapevolezza del mezzo serve a incanalare il suo flusso di coscienza all'interno di dispositivi ben definiti. In questo contesto, la regia ricopre un ruolo determinante: il testo viene scritto e pensato per la messinscena e solo la recitazione, l'uso del corpo degli attori e la percezione architettonica della scena danno significato alla pièce.

 

Jan Fabre è una delle più importanti ed eccentriche figure della scena dell'arte contemporanea: fautore di una ricerca volta a superare le barriere morali ed espressive del suo tempo, ha presentato i suoi conturbanti lavori alle Biennali Arte e Teatro di Venezia a partire dal 1984. Da allora l'interesse per la sua arte e il suo teatro si è diffuso a livello internazionale.

 

Il volume Teatro, pubblicato da Ubulibri, raccoglie otto testi scritti da Fabre dal 1988 al 2008: ripercorre, quindi, vent'anni di drammaturgia dell'artista belga, con l'intento di divulgarne in Italia l'attività. Il libro è stato presentato in anteprima in occasione del festival Fabbrica Europa 2010, dove una settimana di accese polemiche ha preceduto la messinscena di Another sleepy dusty delta day, ultima pièce del volume in questione.

 

Dopo l'introduzione di Maria Grazia Gregori, è lo stesso Fabre a chiarire le caratteristiche della  propria drammaturgia, spiegando alcuni meccanismi da lui utilizzati, come quello della ripetizione, che paradossalmente definisce «una splendida “trama” di varietà e differenze» (p. 11): il gusto maniacale per l'iterazione smaschera, infatti, l'artificio che si annida dietro al concetto stesso di teatro. Si tratta di uno strumento che mette a nudo la «forza primaria del cambiamento» (p. 11) attraverso la messinscena e tutti i parametri che, oltre al testo, garantiscono la riuscita della performance: scenografia, luci, costumi, mente dell'artista, individualità dell'interprete.

 

Questo aspetto della drammaturgia di Fabre si manifesta già nella prima opera pubblicata nella raccolta, Io sono un errore (1988, p. 19), dove si traduce in ossessivo elenco di giustificazioni del titolo, sviluppato in un monologo nervoso e volto a  mettere in luce aspetti sensoriali e corporei. Fin dagli esordi, Fabre ha, infatti, studiato e celebrato il corpo, quale espressione della virulenza delle parole e quale mezzo per “inventare” nuove sensazioni.

 

Questo interesse si esprime anche nella seconda pièce del volume, l'Angelo della morte (1996, p. 29), per la cui rappresentazione l'autore si è avvalso della collaborazione del danzatore e coreografo William Forsythe: qui l'esplosione di aggressività emerge attraverso l'uso di un linguaggio insistente, che si avvale dell'inglese per sottolineare la varietà della ripetizione e per rimarcare i rimandi alla visione della vita e dell'arte di Andy Warhol, cui il monologo è dichiaratamente ispirato. Il corpo dell'angelo della morte si esprime in una danza fluttuante, unico e ultimo mezzo di comunicazione che gli è rimasto.

 

Questo “fluttuare” torna in Una tribù, ecco quello che sono (p. 49), testo scritto diversi anni dopo (2004), che racchiude i principali aspetti della poetica di Fabre, che qui dichiara: «Laddove altri propongono creazioni/io non voglio mostrare altro che/il mio spirito molesto». La spiritualità di Fabre diventa dirompente e trova espressione nel contrasto tra corpo e anima, nelle continue contraddizioni, nelle ripetizioni, nell'uso di onomatopee, nel rimando alle paure dell'essere umano e alla sua necessità di ricorrere a psicofarmaci per placarle. Il monologo si risolve in un'esternazione di sentimenti, con cui l'autore intende esprimere la propria interiorità e la propria avversione alla società («Una tribù, ecco quello che sono/ Lo strano io su cui nessuna civiltà/ ha mai fatto presa» - p. 58). Lo slancio spirituale si osserva anche in Io sono sangue (una favola medievale) (2001, p.61), dove l'autore auspica addirittura la metamorfosi del corpo in sangue, proponendo un'esaustiva e maniacale catalogazione di vene e arterie. In La storia delle lacrime (2005, p.83), il liquido corporeo, sia esso sangue, sudore, piscia o lacrime, rivela la saggezza del corpo umano, svelando un significato che va oltre alle parole, perché il pianto del corpo «non si può falsificare» (p.93) ed è un ottimo indicatore della disperazione umana.

 

Il tema dell'imitazione è invece il fulcro del monologo Il re del plagio (p. 107), scritto nel lasso di tempo tra il 1998 e il 2005. Il personaggio monologante è un angelo, che sogna di diventare umano; per farlo dovrà “scimmiottare”, come fanno tutti gli uomini per confermarsi a vicenda di esistere o per cancellarsi (p. 119). Qui si affaccia anche il motivo del “teatro nel teatro”, con cui Fabre smaschera in continuazione l'artificio scenico, con il protagonista che si rivolge direttamente al pubblico, cui chiede gli applausi, domanda se è abbastanza illuminato e, infine, suggerisce di lapidarlo, perché sarebbe fiero di morire da attore.

 

La morte è il tema centrale delle ultime due pièce del volume. Requiem per una metamorfosi (2006/2007, p.141) risente, come altre opere di Fabre, dell'influenza degli studi dell'entomologo Jean-Henri Fabre, di cui l'autore sostiene di essere pronipote. Il testo è strutturato in otto dialoghi, di cui sono protagonisti personaggi defunti (o legati in qualche modo al lutto) e la “farfalla che cerca di far ridere i morti”. Si tratta del pezzo più ricco, con citazioni, rimandi storici e letterari, uso di lingue diverse (compreso il greco antico), racconti: terrorismo, malattia terminale, suicidio, clonazione, condanna a morte vengono affrontati con stile dissacrante e approccio diretto.

 

Infine  Another sleepy dusty delta day (2008, p. 179), monologo associato a una performance di Ivana Jozic, traccia le tappe di avvicinamento a un suicidio, instaurando, tra l'altro, un'associazione fra teatro e morte («La morte ha sempre un ruolo di protagonista nel teatro della vita», p.182, e ancora «tutto il teatro non è forse preparazione alla morte?»).

 

Negli otto testi proposti da Ubulibri in questo volume, si manifesta la forza poetica della scrittura di Fabre: l'autore descrive la sofferenza, la morte e l'angoscia della condizione di essere umano con un linguaggio duro e impietoso, diretto e privo di fronzoli. Si percepisce tuttavia l'assenza di una struttura scenica destinata a completare la creazione, arricchendo di significato la struttura testuale.

 

 

 

di Roberta Balduzzi


La copertina

cast indice del volume


 



 
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