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Theatre Research International, vol. 35, n. 2, luglio 2010
in association with the International Federation for Theatre Research

vol. 35, n. 2, july 2010, pp. 97-217, £51
ISSN 0307-8833

Con il numero di «Theatre Research International» di luglio 2010 si prosegue il percorso iniziato con quello di marzo (TRI, vol. 35, n. 1), andando ancora una volta ad indagare fenomeni teatral-culturali di respiro e interesse mondiali e conducendo i lettori in un viaggio ideale verso lidi (geografici e mentali) lontani, in altro modo difficilmente approcciabili. Il volume ripropone i saggi degli interventi presentati al convegno Action of Transfer: Women’s Performance in the Americas, tenutosi nell’agosto del 2008 a Los Angeles e organizzato dal Center for Performance Studies della University of California e cofinanziato dall’Hemispheric Institute of Performance and Politics (nelle persone rispettivamente di Sue-Ellen Case e Diana Taylor). A questi interventi si aggiungono sei brevi riflessioni su altrettante performance sceniche presentate come intramezzi alle sessioni teoriche: «a further mirroring of the Action of Transfer practice where knowledge exchange crossed the divide of activist theatre scholarship and performance practice» (p. 98).

 

L’idea alla base del convegno, e della dicitura scelta per lo stesso, è stata quella di promuovere un’azione di scambio, grazie alla quale gli “operatori culturali” intervenuti potessero riflettere su argomenti i più variegati e collaborare alla costruzione di un ambiente democratico di interazione, influenza e crescita comuni. L’aver scelto quale topic privilegiato la performatività delle donne nelle Americhe è scaturito dalla collaborazione dell’Hemispheric Institute, supportata dal Ford Institute, con il FOMMA – Fortaleza de la Mujer Maya – un’organizzazione per la salvaguardia della cultura indigena, che lavora alla promozione dell’alfabetizzazione per le donne Maya e i loro bambini. Tutto quello che concerne il convegno, con i problemi organizzativo-logistici correlati, ma anche i pregi e i meriti intrinseci, è evidenziato da Case e Taylor nella loro Introduction.

 

La Mission dell’Hemispheric Institute è «to promote vibrant interactions and collaborations at the level of scholarship, art practice, and pedagogy among practitioners interested in the relationship between performance and politics in the hemisphere» (vedere sito del HIPP [link al sito]). In piena concordanza con l’obiettivo appena espresso è il focus del saggio di Jill Lane, Deputy Director dell’Istituto. La studiosa, riferendosi a un problema serio e non ancora risolto, propone un’interpretazione della cultura dell’America Emisferica (questo il termine “politically correct” per riferirsi al continente nel suo insieme, senza polarizzare l’attenzione su un’unica parte di esso) «as a set of connected practises in deep time as a way to attenuate the geographic impulse» (p. 116). Laddove “deep time” è formula ripresa dalle scienze geologiche, a voler individuare nuove coordinate temporali che superino i confini imposti da uno sviluppo “monocronica” di imposizione europea. Il saggio si propone come una prima e generale incursione in questo territorio non facilmente trattabile, tantomeno per i limiti di spazio concessi nel dossier, ed esemplifica il suo dettato attraverso l’opera di tre artisti: Bruce Yonemoto, Susana Torres e Liliana Angulo.

 

Leo Cabranes-Grant prende in esame María Antonia (1967) del drammaturgo Eugenio Hernández Espinosa, considerato uno dei lavori teatrali più importanti tra quelli prodotti durante la prima decade della Rivoluzione Cubana. Normalmente gli scritti critici di matrice antropologica hanno focalizzato la loro attenzione sul momento in cui la protagonista mette in scena la propria possessione (la santería) e hanno privilegiato gli aspetti drammatici su quelli sociali e religiosi della cultura afro-cubana. Nella sua analisi Cabranes-Grant adotta le coordinate dei gender studies, poiché una sorta di “gerarchia di genere” è insita ontologicamente nelle ceremonies of possession: «while a woman may be possessed by a masculine spirit, the opposite – a man possessed by a femenine deity – is less common» (p. 127). Nel dramma Antonia è impossibilitata ad alterare le costrizioni imposte dal maschilismo o a sfidare, opponendovisi, i discorsi sull’egemonia della razza e della classe. Quindi si evidenzia come la santería alimenti un contesto sociale in cui la causa femminile è ridotta a pura utopia o, addirittura, a fantasia auto-distruttiva.

 

Inés Hernández-Avila è Native American (gli indigeni degli Stati Uniti) da parte materna e una Indigenous (aborigeni del centro e del sud America) per discendenza paterna. La cultura europea ha cercato di annientare quella autoctona del Nuovo Continente fin dal tempo della scoperta di quest’ultimo. L’identità indigena, tuttavia, si è mantenuta viva e nel corso del tempo ha dato vita a una serie di momenti di rivendicazione (molti dei quali successivamente scritti) in cui i «Native/indigenous people(s)» hanno riaffermato il loro ruolo di protagonisti, «manifesting their indigeneity, claiming their ri(gh)t(e)s» (p. 140). E oggi questa attività è più viva che mai. Hernández-Avila, docente di Native American Studies e una tra i fondatori del NAISA (Native American and Indigenous Studies Association), espone in modo diffuso qual è il Context della situazione passata e odierna, in relazione alla presenza della cultura indigena nell’America Emisferica e si concentra sulle figure femminili del teatro indigeno. In questo ultimo caso la studiosa passa in rassegna gli elementi performativi in relazione ai “riti” e ai “diritti” cerimoniali e quotidiani (da qui il gioco di parole del titolo: “ri(gh)t(e)s”).

 

Sandra L. Richards, docente di Studi Afro-Americani, analizza Sistah, dramma scritto nel 1994 da Maxine Bailey e Sharon M. Lewis. Al centro della storia cinque donne afro-americane, naturalizzate canadesi, che in una cucina (da qui il titolo del saggio) discutono sul cancro che sta affliggendo una di loro. Sandra e Dehlia, due delle cinque, sono omosessuali e partner nella vita. Attraverso l’analisi qui condotta, Richards mette in luce il fatto che l’impianto drammaturgico di questo dramma soppianta «the hegemony enjoyed by African Americans as signifier of blackness in the Americas» (p. 152). Per questo motivo spettatori e lettori sono costretti a riflettere sulla lunga tradizione del popolo nero in Canada e sull’esistenza di molteplici “diaspore” degli Africani nell’«Hemisphere». Inoltre, inglobando nel discorso una coppia lesbica, esso intende sovvertire la visione “eteronormativa” della società (qui definita, giustamente, un “paradigma convenzionale”).

 

A conclusione si riportano sei brevi interventi su altrettante performance rappresentate in occasione del convegno, provenienti da aree delle Americhe altrimenti non facilmente raggiungibili dai lettori di TRI e parlate nella lingua nativa della comunità che le agisce. Pur se questi momenti scenici sono tutti molto diversi tra di loro, essi sono accomunati dal comune impegno nel porsi come exempla che muovano all’azione concreta per affrontare e risolvere i problemi razziali che affliggono società e cultura. L’attenzione riservata a queste performance, sia durante il convegno che sulla pagina stampata, vuole rappresentare la possibilità di creare uno “spazio” di divulgazione di un pensiero critico attraverso la pratica (scenica e teorica).

 

 

 

di Diego Passera


La copertina

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