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Victorien Sardou, Giuseppe Giacosa, Luigi Illica. Musica di Giacomo Puccini

Tosca. Copia di lavoro del libretto

A cura di Gabriella Biagi Ravenni

Firenze, Olschki, 2009, voll. 2, pp. 280, illustr. 135, Euro 120
ISBN 978-88-222-5862-5

«…fogli volanti, pensieri staccati, e cancellature parecchie…Mi ci vorrà ancora… non so dirti quanto tempo: ma capirai che questa volta è il caso di ripetere che chi va piano va sano»: così diceva Puccini all’amico Eugenio Checchi nel 1897, parlandogli della sua nuova opera tratta dal dramma di Victorien Sardou: Tosca. Un’intervista citata da Julian Budden nella sua monografia su Puccini tradotta da Gabriella Biagi Ravenni nel 2005 (la quale ricorda questa monografia e quella di Michele Girardi come lavori che «mi hanno accompagnato giorno dopo giorno»), docente di Musicologia all’Università di Pisa, direttrice della Fondazione Giacomo Puccini, presidente dell’omonimo Centro Studi, e oggi curatrice di due splendidi volumi editi da Olschki che raccolgono il lungo e sofferto lavoro sul libretto, segnato dalle penne di Luigi Illica, Giuseppe Giacosa, Giulio Ricordi e Giacomo Puccini. Un lavoro che va ad aggiungersi alla collana Testi e Documenti del Centro Studi Giacomo Puccini di Lucca, inaugurata dal volume di Virgilio Bernardoni su La Bohème.

 

Emozionante, ma anche commovente, toccare con mano la riproduzione originale dei fogli sparsi, incollati, delle cancellature e gli inserimenti a penna e a matita dei quattro creatori: “copioni” o “scartafacci” contenenti l’intreccio dei pensieri, i secchi “no” del Maestro ad azioni troppo lunghe, le sovrapposizioni a volte ingombranti di Giacosa e quelle asciutte, secche e “didascaliche” di Illica; le stesure in copia, da scarabocchiare, fornite da Ricordi. L’originale di questo vissuto e agitato libretto è di proprietà della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca che dal 1995 investe in cultura - prima nella persona dell’ing. Giancarlo Giurlani la cui memoria e il lavoro attento all’arte è oggi proseguito dall’avv. Giovanni Cattani attuale Presidente della Fondazione - e alla quale si devono la riproduzione e la stampa dei volumi che presentano l’intero testo di Tosca e costituiscono la copia più importante appartenuta a Puccini: proprio per la presenza dei suoi segni costanti e insistenti, di pagina in pagina.

 

Con una ampia introduzione Gabriella Biagi Ravenni illustra la complessità dell’operazione affrontata nel rendere chiaro il percorso di lettura: si scorrono carte bianche e rigate sulle quali sono incollati foglietti quadrettati di taccuino che si sovrappongono alle correzioni; si intrecciano matite di diversi colori e inchiostri differenti: riconoscibile il tratto di Puccini con matita blu, solo in tre casi usa matita rossa, e l’inchiostro color seppia, usato anche dagli altri; schizzi musicali a matita nera, rossa, blu, del Maestro; segni, cerchi, X, cancelletti, parentesi quadre e graffe, frecce che tornano e richiamano altri passaggi. Tutto un mondo di informazioni sconnesso, frammentato ma straordinariamente logico e razionale, vagliato dalla curatrice e considerato sotto un’ottica di catalogazione possibile con l’intento di dare un ordine fruibile ad un lavoro immenso: un contrappunto di voci, continuamente reimpostato, che trasmette nei colori e nei segni l’ansia e gli impulsi più spontanei e puri della creatività.

 

Numerose sono le problematiche insorte in quella che si potrebbe definire la “traduzione” di queste carte: a partire dalla datazione cronologica di singole annotazioni e aggiustamenti, che hanno vita propria attraverso i segni ma che si avvalgono anche di materiale collaterale: continue discussioni epistolari, incontri, messaggi repentini; soprattutto riunioni collettive, momenti creativi intensi e turbolenti, ricordati persino con nostalgia da Illica e in particolare da Ricordi, le cui missive si tingevano sempre di entusiasmo e opportuna affettività in particolare per il suo amato astro che chiamava, sornionamente, “Puccinone mio”. Nell’attento lavoro organizzativo di questo irrequieto e spontaneo materiale, vengono anche a galla non solo problematiche cronologiche, temporali e sistematiche, ma anche misteri: come la scritta “Butterfly” che compare a matita rossa sul frontespizio del manoscritto, che lascia sorpresi e insieme affascinati per qualcosa che al tempo era di là da venire o che semplicemente appare in tempi successivi e si aggiunge chissà come al viaggio nascosto e sconosciuto, intrapreso negli anni da questi documenti.

 

Accuratissime le fonti bibliotecarie e archivistiche adoperate da Gabriella Biagi Ravenni: Casa Giocosa, Archivio storico Ricordi, Fondo Illica, Copialettere, The Beinecke Rare Book and Manuscript Library, Yale University; importanti sono anche i rinvii alle lettere del musicista che seguono i criteri adottati per l’Epistolario, attualmente in preparazione, nell’ambito dell’Edizione nazionale delle opere di Giacomo Puccini. Via via nell’introduzione, siamo portati per mano dalla curatrice a scoprire alcuni dettagli di ciò che poi si spalancherà nei due volumi, in modo organizzato per quello a stampa e, potremmo dire, arabescato per il facsimile. Vi si trova un affollarsi di idee, ma si registrano anche sconcertanti assenze: una per tutte valga d’esempio, la mancanza del testo del canto del pastore all’apertura del Terzo Atto. Le numerose cancellature di gesti, movimenti, oggetti, frasi, posizioni, che noi scopriamo sotto la riga che le annulla (e che in qualche modo percepiamo come espressivi fantasmi sottostanti alla stesura finale) sono il risultato di infinite, sofferte, rinunciate presenze: assenze, anch’esse significative.

 

Gli schizzi musicali, accennati, segnati a promemoria, note fissate e passaggi si accostano alla lavorazione del libretto come riferimenti imprescindibili ma segreti. Giustamente la curatrice sottolinea il fatto che il confronto fra questi segni e la partitura riguarda un altro campo di indagine. Ma colpisce la vicinanza del suono-musica con il suono-parola: Puccini aveva in mente, spesso già tutta in anticipo, la musica a cui poi il testo si piegava. Riguardo al metodo di composizione, a Gabriella Biagi Ravenni piace ricordare quando a Torre del Lago l’amico Checchi tentava di portare Puccini a parlare di Tosca. Veniva posto il libretto sul pianoforte e Puccini cantava a mezza voce. Accenni, passaggi, brevi momenti, tutti chiari nella mente. E poi concludeva, richiudendo nervosamente il pianoforte: «non c’è quasi nulla di scritto […] fogli volanti, pensieri staccati, e cancellature parecchie…». Quello che oggi possiamo appunto rileggere.

di Anna Menichetti


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