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Raffaella Beano

Alfredo Mariotti. Un grande basso nella magia del palcoscenico


Talmassons, Litografia Ponte, 2009, pp. 168

Sul declinare della torrida estate di quest’anno, mentre il presente volumetto era in corso di stampa, se n’è andato all’improvviso il basso Alfredo Mariotti, che del libro è oggetto e protagonista. In realtà, protagonista Mariotti lo fu solo di rado in palcoscenico – una carriera molto variegata, ma spesa soprattutto in ruoli da caratterista – e mai nella vita, almeno a giudicare da quest’affettuoso ritratto di Raffaella Beano, che ce lo descrive ironico, sornione, antidivo; e dunque, pur all’interno di un segmento pubblicistico come le biografie di cantanti d’opera, dove il mercato editoriale lascia ben più gravi lacune (basti pensare, per limitarsi ai bassi, che manca ancora una monografia su Nicola Rossi Lemeni), il libro apre un’utile finestra su quel microcosmo – interno al macrocosmo teatrale – che sono i comprimari di lusso. O meglio: su quei cantanti primari che, per limiti vocali o naturale inclinazione (per Mariotti si trattò della seconda ipotesi), preferirono dedicarsi a sapidi cammei.

Il fatto che Mariotti ci abbia lasciato alla vigilia della pubblicazione dà ovviamente al libro un retrogusto più emotivo, a cominciare dalla bella introduzione – tutt’altro che di circostanza – scritta da Placido Domingo, suo collega in tante produzioni; e questo in parte ammortizza il tono un po’ troppo agiografico che grava sul volume (a cominciare dalla seconda di copertina: «una voce di basso possente e originalissima, ricca e perfetta…»). La parte più interessante del lavoro della Beano – che ha già dedicato pubblicazioni a Ottavio Paroni, scopritore del talento di Mariotti (Ottavio Paroni, musicista friulano del ’900, 2005), e alla coppia formata dallo scenografo Nicola Benois e dal soprano Disma De Cecco, che ne furono i primi supporter – sta invece nella ricostruzione dell’humus antropologico del biografato: Mariotti era nato nel 1932 a Romans di Varmo, provincia di Udine, e le pagine dedicate al suo essere uomo della bassa friulana, legatissimo alle proprie radici anche nella vita nomade di animale da palcoscenico, sono le migliori del libro.

Per il resto, l’indubbio amore con cui la pubblicazione è stata confezionata – tra l’altro con il corredo di caricature e fotografie simpaticissime – non la mette al riparo da refusi di vario tipo (inversioni tra accenti acuti e gravi; un «Don Pasquale» in luogo di «Don Basilio» a pagina 105; alcuni cognomi di colleghi storpiati nelle didascalie o nella cronologia: Tadeo trasformato in Taddei, Casellato in Cesellato, la Malagù in Malaga…). E anche l’apparato cronologico che occupa la seconda parte del volume, doveroso per una carriera durata mezzo secolo (1954-2004), appare assai utile, ma non scevro da imprecisioni: è una gaffe riprodurre il bigliettino con cui Riccardo Muti si complimenta con Mariotti per il suo Sagrestano nella Tosca fatta insieme a Milano nel 2000, e poi omettere lo spettacolo in questione dalla cronologia.

Il Sagrestano fu, appunto, il ruolo con cui più si è identificata la carriera di Mariotti (sette edizioni discografiche attualmente documentate, tra registrazioni in studio e live): una simbiosi che lo portò a incarnare lo scaccino pucciniano facendo a meno del trucco, e che gli consentì d’imprimere un proprio marchio di fabbrica anche in quelle Tosche in cui era evidente l’indifferenza del regista – fu il caso di Luca Ronconi nella ricordata edizione con Muti – verso questo personaggio apparentemente pleonastico. Il libro, comunque, non affronta in modo profondo l’arte interpretativa di Mariotti, e dà semmai l’impressione di aver a che fare – ma questo non è un difetto – con un artista “antico”, più incline alla vecchia commedia dei comici che ai traguardi psicologici. Non a caso la Beano, parlando del Don Annibale Pistacchio (il farmacista del Campanello di Donizetti) incarnato da Mariotti, lo riconduce al monodimensionale filone dei vecchi gabbati: dell’umanità insufflata a questo ruolo da altri interpreti non parrebbe esserci traccia, nella visione del basso friulano.

Sarebbe poi stato utile approfondire l’arte strettamente vocale di Mariotti, dato che tecnica e mezzi naturali gli avrebbero consentito anche ruoli più onerosi e drammatici. Qui il libro cede la parola al diretto interessato, ma è lo stesso Mariotti a mettere il lettore fuori pista: frasi come «il canto è un lavoro interiore dell’uomo» e «la “voce d’anima” […] non nasce come suono, ma da un momento magico di tensione emotiva» sono suggestive ma generiche, e non consentono una vera ricognizione sul talento canoro del Nostro. Una fotografia sintetica ma esauriente, però, viene dalla prefazione di Domingo: «Ricordo con molto piacere la bellezza della sua voce, la sua grande musicalità, l’intelligenza delle sue interpretazioni e la vitalità della sua partecipazione a ogni recita di ogni spettacolo».

di Paolo Patrizi


copertina

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