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Il castello di Elsinore, a. XXII, 60, 2009


anno XXII, 60, 2009, pp. 143, euro 18,00
ISSN 8874700822

La rivista si presenta suddivisa in tre sezioni: Saggi, materiali, polemiche. Ad apertura della prima sezione, Roberto Alonge nel suo saggio, Da Marin Sanudo a Silvio Berlusconi: una élite municipalistica ed edonistica (non sempre colta), presentato in occasione del convegno “Nascita della storiografia e organizzazione dei saperi” (Torino, 20-22 maggio 2009) prende in esame i Diarii di Marin Sanudo − storico e politico veneziano, cronista attivo a cavallo tra il XV e il XVI secolo, autore di una cronaca minuziosa di Venezia e delle città nel bacino del Mediterraneo – e lo mette a confronto con il fenomeno berlusconiano dei nostri tempi. Nella rilettura dei Diarii,  Alonge non trova che appunti brachigrafici che fanno fede delle radici municipalistiche del diarista. Questi testi registrano la serie di feste e festeggiamenti, pubblici e privati, della città di Venezia tra la fine del ‘400 e i primi anni del ‘500. Il diarista, sottolinea Alonge, sembra più interessato alla dimensione dello sguardo, della concupiscenza dell’occhio che non allo studio intellettuale del testo teatrale. Sanudo, quando rammenta uno spettacolo, si sofferma sulla descrizione delle vesti, sugli aspetti coreografici, sui menu dei matrimoni tra potenti. Un edonismo d’élites che  − come afferma Alonge − è il frutto della razza italica che ritrova i suoi eredi in Silvio Berlusconi e nella Lega, dove l’ottica dei sensi, la sensibilità cortigiana resta prevalente, dominante ed esaustiva.

Paola della Valle, in The importance of begin shorter: The staging of Oscar Wilde’s most famous comedy, esamina la commedia più famosa di Oscar Wilde: The importance of begin earnest (1895). Wilde con questa commedia denuncia l’attenzione all’apparenza e alla forma in voga nella società inglese in epoca vittoriana. La studiosa ricostruisce le fasi di stesura della commedia dalla prima edizione in quattro atti del 1894 con il titolo Lady Lancing, alla riduzione in tre atti del 1895 fino alla pubblicazione ultima del 1899. La commedia, come dimostra il dattiloscritto posseduto da George Alexander, actor-manager del St. James’s Theatre,  ha subito molte rivisitazioni, tagli e correzioni fino all’ultima edizione.

Federica Mazzocchi ne Il teatro delle passioni. Appunti su zio Vania di Luchino Visconti analizza la messa in scena, allestita al Teatro Eliseo di Roma nel 1955 da Luchino Visconti. Uno spettacolo lodato dalla critica ma che generò in Gerardo Guerrieri – collaboratore di Visconti − qualche perplessità soprattutto per il pericolo di un ripiegamento del regista su una maniera ormai consolidata. Mazzocchi mette a confronto la lettura critica di  Sandro De Feo − che fa notare come Visconti abbia giocato sulla varietà del ritmo scenico e sulla prepotente invenzione realistica − e quella di Giorgio Guazzotti per il quale i personaggi appaiono privati di ogni alone di simpatia, sfrondati di ogni strascico sentimentale, lasciati alla ruvidezza delle loro contraddizioni. Federica Mazzocchi analizza gli atti con minuziosità, rintracciando nel primo un tempo sospeso dove le inquietudini si percepiscono sotto i gesti automatici e dove i due amici Astrov e Vania risultano l’uno il rovescio dell’altro. Nel secondo atto, l’autrice, rintraccia una corrispondenza tra la scrittura visiva dei personaggi e l’articolazione sonora del temporale; nel terzo atto le battute si percepiscono come scoppi che misurano la profondità dei personaggi. Nell’ultimo atto, quello degli adii, dei saluti, si riscontra una sinfonia di rumori esterni che si accorda con la progressiva spogliazione della scena.

Elisa Pecere, in ‹‹Questo non deve essere mostrato››. Situazioni di marginalità nella società odierna attraverso la trilogia teatrale Morire di classe di Lars Norén, analizza il teatro sociale del drammaturgo svedese contemporaneo. Si dimostra come Norén nel suo teatro abbia canalizzato la sua attenzione  verso quelle storie marginali intrise di drammi familiari, fughe dalla realtà, di indagini psicoanalitiche  da Kingdom Hotel (1968), Modet att döda (Il coraggio di uccidere, 1978) e Orestes (1979). Pecere individua nella stanza ­ spazio simbolico dove prendono vita i fantasmi dell’inconscio ­ l’ elemento caratterizzante del teatro noréniano. La studiosa rintraccia nel teatro sociologico della trilogia Morire di classe non solo l’attenzione al tema della dissoluzione della famiglia ma anche alla discriminazione che la società negli anni sessanta perpetrava  nei confronti dei malati mentali internati nei centri psichiatrici.

Nella sezione Materiali troviamo L’altro Čechov nelle memorie di Marija Knebel’ , che raccoglie le testimonianze dell’allieva di Michail Čechov prima e di  Konstantin S. Stanislavskij poi. Nella premessa, a cura di Claudia D’Angelo, si scopre come l’attrice Knebel’ attraverso le sue memorie trascritte nel libro Tutta una vita (in corso di traduzione) diviene una fonte inesauribile di informazioni sulla cultura teatrale russa della prima metà del Novecento. Il libro di Knebel’ fornisce un profilo dettagliato dell’attore Čechov − tra il 1916 e il 1928 − rimediando ad una grave lacuna della storiografia teatrale. Le parti del libro selezionate e pubblicate in questo numero riguardano l’interpretazione cechoviana nel Revisore e nel “suo” Amleto. Le pagine di Knebel’ sono molto ricche di dettagli come le lettere inedite di Čechov inviate dagli Stati Uniti e dalla Germania a S.M. Ejzenštejn e agli attori del film  Ivan il Terribile. Nelle lettere Čechov parla della recitazione teatrale e cinematografica in rapporto al problema del tempo, criticando soprattutto la «fretta» che contraddistingueva la recitazione nel cinema americano.

Nella sezione Polemiche, Ventimila segni per l’attore emancipato di Antonio Attisani, presentato al convegno “Théâtre européen: la scène du doute?”, a cura di Emmanuel Wallon e Jean-Louis Besson, Centre d’études théâtrales, Université catholique de Louvain (5-6 dicembre 2008). Lo studioso propone una sua istanza estetica e politica sulla questione relativa all’attore e alla sua professione. Secondo Attisani gli attori  devono ricorrere agli scritti e all’opera di Grotowski  e  alla visione profetica di Debord per emanciparsi e andare oltre il moderno e il postmoderno.

Roberto Alonge  ne Gli arnesi del mestiere. L’etica della sofferenza e vanitas vanitatum, racconta l’esperienza personale, secondo lui traumatizzante,  avvenuta durante la traduzione degli ultimi dodici testi di Ibsen con un collettivo di studiosi. La sua esperienza è stata segnata dall’incontro con due personalità molto particolari: un giovane studioso italiano, – ribattezzato da Alonge come l’anonimo − dottorando in una prestigiosa Università della Scandinavia, e un professore confermato. L’anonimo dottorando traduceva i testi di Ibsen molto liberamente, aggiungendo, modificando e inventando didascalie e dialoghi nuovi. Il professore ordinario, invece, per la traduzione di Madre Courage di Brecht utilizzava una «temerarietà interpretativa» di ampio raggio. Alonge con questo suo racconto traumatico dimostra quanto nella società intellettuale dei nostri tempi nihil sub sole novi.

di Assunta Petrosillo


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