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Teatri delle Diversità, a. 14, nn. 49/50, giugno 2009


trimestrale, anno 14, nn. 49/50, giugno 2009, euro 10,00
ISSN 15943496

E' dedicato a Grotowskj il numero di “Teatri delle diversità” 49/50. Laura Calebasso (“Passato presente e futuro nella lezione di Grotowskj”) raccoglie, in occasione del decimo anniversario della morte del regista e ricercatore teatrale, alcuni contributi di personalità a lui legate in diversi modi. Maurizio Buscarino ricorda la sua collaborazione con Grotowskj (fu fotografo di Apocalypsis cum figuris  e di alcuni “ritratti”, tra cui quello di copertina, scattati in Toscana); Franco Ruffini, autore di un recente saggio sul regista, introduce il lettore ad alcune idee del regista in materia di “pensare il Teatro”: per Grotowskj al centro della riflessione c’è il lavoro teatrale che sta alla base dello spettacolo; come per Craig e Artaud, anche il regista polacco auspica un nuovo modo di fare teatro, in cui non si badi tanto al prodotto finale quanto al percorso compiuto in primo luogo dall’uomo/attore, protagonista di quel lavoro. Antonio Attisani (“Grotowskj ieri e oggi”) si concentra sul concetto di Attore/Performer, sintesi tra tecnica e arte, e sull’eredità di Grotowskj, passata a Thomas Richards e Mario Bigini, formatisi assieme al regista, autori, attori e operatori delle proprie opere, direttori del Workcenter. Di costruzione del mito-Grotowskj e dell’attualizzazione di molte sue istanze (pedagogia e significato degli strumenti per fare teatro) parla Gabriele Vacis, mentre Mario Raimondo e Renata Molinari riflettono sul valore di “testimonianza” : al di là dell’omaggio, pur dovuto, al regista, il modo migliore per parlare di lui è dare coerente continuità al suo modo sperimentale di concepire e di fare il teatro.

 Nel numero anche un ricordo di Augusto Boal (1931/2009), combattivo e coraggioso direttore del teatro Arena di San Paolo del Brasile dal 1953 al 1971, torturato ed espulso dal regime militare, negli ultimi anni rifugiatosi negli Stati Uniti, poi in Francia e “ambasciatore mondiale del teatro”. Gianfranco de Bosio ricostruisce nel suo intervento il metodo del curatore del Teatro dell’Oppresso, con le sue originali sperimentazioni (Teatro Invisibile, Teatro Forum, Teatro Legislativo) e con la tensione ideale ed etica di vedere tutte le arti, in particolare il teatro, come uno strumento di liberazione materiale, psicologica, sociale e prima di tutto spirituale, dell’essere umano.

Il bilancio dei primi cinquanta numeri della rivista, ripreso da una tesi di laurea discussa presso l’Università di Milano, è l’occasione per riflettere sul concetto di diversità: alle domande della neolaureata rispondono alcuni componenti del Comitato Scientifico di “Teatri della Diversità”, fra cui Claudio Meldolesi, Gianni Ribaldi, Piero Ricci, sottolineando come questo concetto non si limiti alle influenze ideologiche, ma sia ormai diventato rappresentativo di una realtà umana da osservare e valorizzare nei suoi molteplici aspetti, a partire da quelli antropologici e sociali.

La sezione Documenti ospita un’intervista di Loredana Perissinotto a Remo Rostagno, insegnante, critico, drammaturgo, pioniere del Teatro/ragazzi, dell’animazione teatrale e del teatro di impegno civile. Rostagno ricostruisce la sua esperienza educativa e il casuale incontro col teatro, o meglio con la teatralità/drammatizzazione, affidata al gesto, alla narrazione, al corpo; è questo un elemento importante, a cui Rostagno affida un alto valore di educazione morale e civile: la drammatizzazione, quindi, come strumento.

Nella sezione centrale (Drammaturgie) Walter Valeri intervista, in occasione del premio Franco Enriquez a Stirolo, Dario Fo e Franca Rame; il tema: spunti e temi di una moderna drammaturgia. Dario Fo insiste sul fatto teatrale, preventivo ad ogni azione e caratterizzazione dei personaggi; è il fatto che genera, nella mente del drammaturgo, l’intreccio, le battute, la scenografia, fino ala “risposta” del pubblico. Il percorso mira ad arricchire piuttosto che puntare alla sintesi, concetto pericoloso, secondo Fo, che tuttavia si insinua in molti aspetti del vivere comune e del teatro. Parla anche dell’importanza di quella lingua non letteraria, che si fonda sul dialetto e che si arricchisce di linguaggi, di varietà linguistiche, di comiche invenzioni (il grammelot): da Ruzzante (con due zeta, secondo Fo) a Shakespeare, da Plauto a Goldoni, l’elemento comico contiene il senso critico nei confronti di ogni situazione sociale. Di teatro civile parla Franca Rame: teatro di matrice popolare, che ha come contenuto eventi quotidiani, di natura politica, sociale; teatro che inevitabilmente tocca l’argomento della condizione femminile. Franca Rame rievoca Una madre (1980) come emblema di tutta una lunga serie di monologhi che, mutati i tempi, restano ancora drammaticamente attuali. Segue un’appassionata recensione di Umberto Ceriani dello spettacolo Sottopaga, non si paga!, testo e regia di Dario Fo, protagonisti Marina Massironi e Antonio Catania, andato in scena al Piccolo di Milano.

La sezione Cinema ospita tre recensioni: Tutta colpa è di Giuda di Davide Ferrario, film ambientato in carcere (dopo lo straordinario Fine pena mai del 2001), ricco di spunti religiosi e spirituali, Milk di Gus Van Sant, film divenuto in breve simbolo di speranza e tolleranza e Gran Torino di e con Clint Eastwood, particolare e intenso viaggio interiore di un operaio, veterano della guerra di Corea. Da segnalare, inoltre, la recensione di Milli Martinelli di Giusto la fine del mondo, andato in scena al Piccolo di Milano per la regia di Luca Ronconi e quella di quattro spettacoli accomunati da un medesimo tema: l’immigrazione. Si tratta di Fratello clandestino di Mimmo Sorrentino, L’aggancio di Nadine Gordimer, Odissea di Cesar Brie, Animali notturni di Juan Mayonga.

Chiudono questo numero della rivista: la recensione del libro Lettere dall’Islanda di Wistan Hugh Auden, racconto di un viaggio inteso prima di tutto come scoperta della diversità e l’intervista di Laura Calebasso a Giuliana Pelli Grandini, psicomotricista e autrice del  libro La mummia bambina (2004): il teatro, inteso come espressione corporea, assume un ruolo di primo piano nella terapia psicomotoria, considerata dall’autrice come possibile forma d’arte, se è vero che fare teatro implica l’immaginazione e quest’ultima «disegna motivi nuovi: un misto di ricordi, esperienze, invenzioni, improvvisazioni» (Strindberg)


 

di Giacomo Villa

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