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Eugenio Barba

Bruciare la casa. Origini di un regista


Milano, Ubulibri, I libri bianchi, 2009, pp. 272, € 25,00
ISBN 978-7748-312-6

Eugenio Barba fondatore e regista, dal 1964, dell’Odin Teatret e ideatore dell’ISTA (International School of Theatre Anthropology) ha da sempre alternato alla sua attività teatrale quella di scrittore, pubblicando nel corso degli anni innumerevoli libri e saggi tra cui Al di là delle isole galleggianti (1985), Terra di ceneri e diamanti. Il mio apprendistato in Polonia (1998) e, insieme al fotografo Tony D’Urso, Viaggi con l’Odin (2000). Nell’ultimo libro Bruciare la casa. Origini di un regista, pubblicato da Ubulibri, Barba consegna ai lettori un volume che si colloca a metà strada tra l’autobiografia e un saggio sulla tecnica teatrale; esperienze lavorative, nelle quali è ripercorsa la sua quasi cinquantennale carriera di regista, si sovrappongono a brevi interventi, contraddistinti anche graficamente dal resto del libro, in cui racconta episodi del suo passato come la morte del padre, il suo trasferimento dalla Puglia al Nord Europa, l’avvicinamento al teatro e l’incontro con Grotowski nella Polonia comunista.

Barba precisa fin dall’inizio come uno degli intenti del libro sia che il lettore scorra le pagine che parlano del suo lavoro interpretandole «come la descrizione di un mestiere medievale antiquato», rafforzando così l’idea secondo la quale il lavoro del regista è una prassi artigianale che opera sui vari livelli della “drammaturgia”, organica, narrativa ed evocativa; questi diversi piani interagendo tra loro permettono di rendere lo spettacolo un organismo vivente.

 Secondo queste tre suddivisioni della drammaturgia si struttura il libro: la prima parte è dedicata alla drammaturgia organica, livello primario per Barba di organizzazione dello spettacolo; si tratta delle azioni fisiche e vocali dell’attore, cioè bios scenico, organicità, corpo-in-vita, voce e spazio. Sono concetti, questi, che l’autore non approfondisce particolarmente, essendo già stati esplicati nel suo libro La canoa di carta (1993). Il secondo livello di analisi è incentrato sulla drammaturgia narrativa, cioè un racconto-tramite-azioni; il regista dell’Odin non parte da un testo su cui costruire il lavoro teatrale, ma l’idea di uno spettacolo nasce da stimoli che agiscono su di lui e che possono manifestarsi attraverso svariate forme: poesie, racconti, articoli o anche canzoni. Per Barba l’approccio al contesto narrativo avviene non lavorando per il testo ma con il testo, utilizzando cioè la pagina scritta come una delle componenti della finzione scenica. L’autore dedica l’ultima parte del libro alla dimensione evocativa della drammaturgia, punto di incontro del lavoro sul livello organico e narrativo: il momento in cui “lo spettacolo -  e con esso lo spettatore- travalica se stesso e va al di là dei proprio confini”.

Si tratta nell’insieme di un libro piacevole da leggere, anche se presenta momenti di incertezza strutturale,  perché ripercorre momenti della vita, personale e artistica, di una persona con un passato fuori dal comune. Il lettore è così spinto a scoprire come Barba ha vissuto, in che modo è diventato tra i registi più affermati e riconosciuti e come abbia alimentato per quarant’anni la linfa vitale di un gruppo teatrale; ma avendo già letto in passato, con piacere e interesse, altri libri di Eugenio Barba non mi sembra che questo ultimo lavoro aggiunga molto a quanto già scritto. Probabilmente in questo libro si esprime la necessità dell’uomo e del regista di mettere su carta quanto successo fino a un determinato periodo della sua vita, una sorta di bilancio che, come dice lui stesso nel prologo, ha scritto non per trasmettere ma per restituire.




Elena Peruzzo


Bruciare la casa. Origini di un regista

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