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Franco Ruffini

Craig, Grotowski, Artaud
Teatro in stato d'invenzione

Roma-Bari, Laterza, 2009, pag. 184, € 19,00.
ISBN 9788842089407

Franco Ruffini dedica i tre saggi del suo nuovo libro Craig, Grotowski, Artaud a questi tre grandi esponenti del teatro novecentesco, che hanno creato quello che lui definisce «teatro in stato d’invenzione».

Il Novecento è stato un secolo di innovazione teatrale sia per quanto riguarda l’aspetto produttivo e commerciale, sia per quanto concerne le teorie legate all’arte dell’attore ed alla nascita della regia. Ruffini si sofferma sull’«Arte del Teatro» di Craig, sul Teatro Povero di Grotowski e sul «Corpo senz’organi» di Artaud. In tutti e tre i casi pone in evidenza i concetti di azione, movimento e processo nel lavoro interpretativo come elementi che non possono essere insegnati all’attore, ma piuttosto devono essere da esso percepiti e interiorizzati attraverso le proprie esperienze personali o liberandosi o immergendosi nelle proprie emozioni.

Partendo da queste premesse l’autore si propone di trovare un filo rosso che colleghi le loro differenti esperienze artistiche, considerandoli tre «utopisti» del teatro, la cui visione, liberata dal concetto tradizionale di rappresentazione, inizia da uno «spazio pulito» risultato di una «grande esplosione» che ha demolito tutto ciò che c’era prima e ha permesso la costruzione del «nuovo teatro».

Nel primo saggio dedicato a Craig Ruffini valuta gli effetti che l’incontro con la danza di Isadora Duncan ha avuto sullo sviluppo della sua teoria teatrale, ponendo in rilievo l’importanza del movimento «divino» acquisito dall’attore «semplificato», ossia spogliato delle proprie emozioni personali e divenuto intermediario tra uomo e Natura/Dio.

Nel secondo saggio particolare attenzione viene posta al lavoro che Grotowski svolse con il suo attore Cieslak per lo spettacolo Il Principe costante; si tratta di un «processo interiore» che viene praticamente omesso dal maestro nel suo libro sull’«allenamento dell’attore» poiché Grotowski riteneva fosse qualcosa che non poteva essere insegnato, ma solo «trasmesso» attraverso un percorso fatto insieme da regista e attore.

Nell’ultimo saggio Ruffini ricostruisce la biografia clinica di Artaud, rilevando quanto la sua malattia, e soprattutto quello che lui stesso chiamava «delirio», fosse fondamentale nella sua elaborazione del corpo teatrale: l’organismo non è altro che un’invenzione dei medici, la società è solo una «facciata», qualcosa di costruito da dover demolire per accedere alla vita e alla libertà.






Mariagiovanna Grifi


Craig, Grotowski, Artaud

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