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Cineforum


anno IIL, n. 6, luglio 2008, € 7,60

Questo numero di Cineforum si apre con una novità: per una volta la rivista non ha rispettato la tradizione che vuole due film oggetto degli speciali di apertura e, pur mantenendo, il plurale nel sommario, riserva tutta la rubrica solo a Il divo di Paolo Sorrentino. Come in cielo così in terra è il significativo titolo di questo speciale che comprende quattro articoli (Studio cubista di Andreotti di Luca Malavasi, Estetica della caricaturali Jonny Costantino, Le ritmiche del grottesco di Chiara Borroni, L’amico di famiglia cristiana di Anton Giulio Mancino) ed un’intervista al regista curata da Adriano Piccardi. Come è facile intuire già dai titoli, gli articoli affrontano il film da angolature molto diverse tra loro, senza sovrapporsi l’un l’altro e senza particolari timori reverenziali, fornendo così un supporto molto importante per chi si volesse avvicinare a questa opera.

Luca Malavasi, nel suo Studio cubista di Andreotti, si approccia nel modo tutto sommato più "classico" al film, con un’analisi d’insieme (piuttosto contenutistica), che stabilisce riferimenti non solo con altri film italiani di ambientazione politica, come Buongiorno notte di Marco Bellocchio e Il Caimano di Nanni Moretti (al quale, a mio giudizio, Sorrentino deve molto), ma anche con opere letterarie come Zeroville di Steve Erickson, dove Malavasi vede uno stretto parallelo tra il comportamento del protagonista Vikar (un cinefilo che distrugge le pellicole che possiede, nell’ossessione di rintracciare il fotogramma che lui crede presente in tutti quei film) e quello del regista, che "si muove avanti e indietro nella moviola della storia italo-andreottiana" cercando così di "catturare il fantasma" e "decifrarne il mistero", anche se "finisce per bruciare un bel po’ di pellicola senza trovare i fotogrammi più preziosi simili a quelli sognati da Vikar". Molto interessante e ricco di riferimenti è lo scritto di Jonny Costantino sul concetto di "caricatura", già insito nella fisionomia stessa di Andreotti. Citando I principi della caricatura di Ernst Gombrich e Ernst Kris, Costantino individua tre livelli caricaturali: simbolico, evocativo, stilistico. Se nel primo livello Sorrentino opera come Grozs nella Repubblica di Weimar fissando la "bruttezza fisica" dei politici italiani; nel secondo crea un evidente, quanto inevitabile, parallelo tra la silhouette di Andreotti e il Nosferatu di Murnau, con tutti i collegamenti del caso, mentre il terzo livello è, forse, quello più specifico, dove Sorrentino, grazie al tipo di sguardo "gettato" sul protagonista, coglie "nella flagranza del particolare", quella che viene definita "la solitudine inattingibile" di questo uomo di stato, senza, peraltro, cercare di risolverne l’enigma. Chiara Borroni , invece, focalizza la sua analisi su uno degli aspetti più particolari del film: la colonna sonora. Le ritmiche del grottesco sottolinea come questo alternarsi di tormentoni disco-pop con brani sinfonici e componimenti originali di Theo Teardo, faccia sì che il commento musicale lavori ad una "ricerca sistematica del contrappunto, elevando a potenza un impianto visivo rispetto al quale si dà come elemento necessario". L’amico di famiglia cristiana di Anton Giulio Mancino oltre ad essere l’articolo con il titolo più azzeccato, relaziona Il Divo con il resto della produzione del regista e la sua "fascinazione" verso personaggi "enigmatici, scostanti" ma anche "eccentrici e carismatici". Come spesso accade l’intervista al regista, dal bel titolo Fare buio per vedere, è quella che, in fin dei conti, risulta meno interessante, se si eccettua il racconto dell’incontro tra Sorrentino e Andreotti nell’ ufficio di quest’ultimo e di come questo abbia decisamente segnato la fotografia del film. Un’ultima notazione riguarda la stravagante, ma efficace, scelta di scrivere nelle didascalie delle foto a corredo dei vari articoli non il nome dell’attore raffigurato ma quello del politico interpretato, cosa che causa un piacevole e divertente senso di straniamento.

Tra le schede di questo mese si segnala quella di Roberto Chiesi su Alexandra di Aleksandr Sokurov, più che una recensione è un’accorata apologia dell’opera, troppo frettolosamente definita vicina alle posizioni del governo russo, ma che, grazie anche alle dichiarazioni dello stesso Sokurov, viene qui riposizionata in un’ottica più corretta e vista come un’elegia contro "tutte" le guerre, incredibilmente realizzata nel vero campo di battaglia di una guerra ancora in corso: Grozny. Interessante, soprattutto per il suo tono antifrastico, è anche la scheda di Pier Maria Bocchi su Go go Tales di Abel Ferrara, dove si evidenzia come siano proprio i limiti del film i suoi punti di forza, e come l’apparente "sciatteria" dell’opera, risulti invece il frutto di una precisa scelta stilistica.

Cannes 2008 apri gli occhi è il titolo dell’inserto dedicato al festival appena trascorso, oltre quaranta pagine dove è possibile ritrovare tutto, ma proprio tutto, quello che è stato fatto vedere nelle varie sezioni della rassegna francese, con le consuete tabelle delle classifiche fatte con i voti assegnati ai film dai collaboratori di «Cineforum». Dall’esame di questi giudizi si capisce come ci sia una sostanziale corrispondenza con quanto stabilito dalla giuria, visto che Entre les mur di Laurent Cantet risulta effettivamente il miglior film tra quelli in concorso, anche se l’ex-equo con Changeling di Clint Eastwood, sottolinea la dolosa assenza di quest’ultimo dal palmares. Come scrive Fabrizio Tassi l’edizione di quest’anno è da considerarsi una "buona annata" (come la precedente) con "pellicole che sembrano tante ipotesi diverse su quale possa essere il modo migliore per sorprendere la realtà per quello che è" (oltre ai due già citati si fanno i nomi di Garrone, Sorrentino, Jia Zhangke, i fratelli Dardenne, Folman, Lisandro Alonso mentre non è assolutamente piaciuto Wenders). Per la cronaca vale la pena segnalare che, sempre secondo queste classifiche, il miglior film visto a Cannes quest’anno risulterebbe El cant dels ocells del catalano Albert Serra, inserito nella sezione"Quinzaine des réalisateurs", seguito dal sempre molto amato Jean-Marie Straub con ben due lavori: Le genou d’Artémide (già trasmesso da Raitre su "Fuori Orario") e Itinéraire de Jean Bricard (ultima opera filmata e firmata insieme alla compianta Danièle Huillet), anch’essi appartenenti alla stessa sezione.

Le rubriche "Filmese", "DVD", "Tivutargets", "Lune del cinema", "Libri" e "Soundtrack" chiudono, come al solito, il numero. All’interno di queste rubriche si segnala l’uscita in DVD per Rarovideo di quattro film di Tsukamoto (Le avventure del ragazzo dal palo elettrico, Tetsuo, Tetsuo II in un unico cofanetto, e Tokyo Fist), autore molto noto a chi segue "Fuori Orario" su Raitre e l’uscita del cofanetto DVD+libro contenente il primo film di Eric Von Stroheim Mariti ciechi, del 1919, la particolarità di questa edizione è che si tratta della digitalizzazione dell’unica copia tedesca del film, ritrovata casualmente nel 1982; questa versione risulta più lunga di sette minuti di quella americana ma soprattutto è virata a colori, ulteriore nota distintiva di questa operazione editoriale è il fatto che il cofanetto non si trova in vendita ma va richiesto direttamente al Centro Audiovisivi della provincia di Bolzano, che ha curato questo progetto.





Luigi Nepi


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