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Jean-Luc Godard: Due o tre cose che so di me - Scritti e conversazioni sul cinema

A cura di Orazio Leogrande

Roma, Minimum Fax, 2007, pp. 320, € 14.50
ISBN 978-88-7521-146-2
«Io credo ancora, con Delluc, che se l’arte è vita, la vita è anche un aspetto dell’arte». Firmato Jean-Luc Godard. E chi altro sennò? Questo e tanti altri aforismi si trovano in questa antologia che è in realtà una selezione di testi raccolti in Godard par Godard, pubblicato in Francia in due volumi (usciti rispettivamente nel 1985 e nel 1998), a cura di Alain Bergala. Per l’edizione italiana il curatore Orazio Leogrande ha privilegiato le interviste, ma sono anche presenti diversi interventi pronunciati durante conferenze, oltre che una lettera, una poesia e alcuni articoli di autocommento. Mancando sceneggiature, progetti e recensioni il quadro che ne esce da questa raccolta di testi in cui Godard riflette sui film propri e degli altri, sul cinema, la televisione, la società, la cultura e le arti in generale è quella di un cineasta intellettuale che cita, ama citarsi, che si esprime per formule, come in una sorta di montaggio verbale in cui tutto viene centrifugato, selezionato, messo in discussione, nell’estremo e forse un po’ naïf tentativo di rendere tutto visibile e trasformarlo in cinema, quello suo naturalmente.

E’ cinema infatti la parola che ricorre più spesso nelle parole di Godard, un cinema totale e totalizzante, un cinema grande e piccolo al contempo, fatto di passato (molto) e presente (poco), ma mai di futuro, come se ormai l’arte popolare per eccellenza del Novecento si avviasse ad essere qualcos’altro da quello che lui stesso ha contribuito a definire. In realtà, a voler fare una propria Histoire(s) du cinéma, personale e affascinante, Godard narra non solo le vicende di un’epoca fondamentale della storia del cinema, quella nata in Francia con la Nouvelle vague, ma anche tutte le possibili implicazioni storiche, culturali e sociali di quell’importante cesura avvenuta alla fine degli anni Cinquanta.

Rileggere oggi le parole di Godard è come ritornare sulla terra dopo aver fatto quattro passi tra le nuvole; tutto era possibile in quegli anni? Filmare la propria città, la propria ragazza, i propri genitori, i propri miti: era questo il lascito di papà Henri Langlois e della Cinématheque parigina, tempio della modernità. Una grandiosità che era per Godard quella del cinema muto, arte pericolosa perché immagine grandiosa della visibilità oscura e destabilizzante del mondo, prima che con l’avvento del sonoro il cinema si riducesse da arte a spettacolo, da linguaggio a bassa letteratura. All’epoca delle nouvelle vagues ribellarsi alla scrittura significava restituire al cinema le sue pericolose potenzialità espressive, affrancandolo dalla sciagurata sventura di essere in mano a produttori, sceneggiatori e scrittori. Salva gli attori, Godard, purché si allenino a lavorare prima e dopo le riprese e non durante, e i creatori di linguaggio (Griffith, Ejzenstein, Hitchcock, Rossellini), capaci di rimandare dalla realtà a qualcos’altro e viceversa, di ritrovare l’ordinario nello straordinario (Méliès) o lo straordinario nell’ordinario (i Lumiére).

E torna anche sulla vecchia questione della politique des auteurs, dicendo che la cosa più importante non erano e non sono gli autori ma la politica, il linguaggio, appunto. Peccato che i secondi abbiano vinto sulla prima e abbiano prodotto un gigantesco equivoco. Ma sono le beffe della vita e di un mondo che preferisce i film di Spielberg a quelli di Rivette. E di Godard, naturalmente. Di uno che dal periodo dei Cahiers a quello del sodalizio con Anna Karina, dalla militanza maoista del ‘68 alla sperimentazione video degli ultimi anni, continua a essere una mente lucida ed estrema, un provocatore perniciosamente anti-tele-visivo, un custode della memoria di celluloide che riesce a conservare anche il giusto distacco dello storico.

E’ probabile che l’età (neanche poi troppo avanzata) lo abbia più che altro aiutato in maniera irrecuperabile (per fortuna) a guardare il mondo come a un gigantesco materiale cinematografico che aspetta solo di essere montato. In infinite varianti.


Marco Luceri


Copertina del libro

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