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Ugo Gangi

Spohr, un musicista affogato nel Biedermeier e dimenticato


Milano, Mimesis Edizioni, 2007, pp. 356, 25 euro
ISBN 978-88-8483-522-2

Trascuratissimi fino a poco tempo fa dagli studiosi di casa nostra – che, con l’eccezione di Quirino Principe, non hanno spinto le loro ricognizioni sulla romantische Oper molto al di là di Weber e Wagner – gli operisti del romanticismo tedesco si stanno prendendo qualche rivincita almeno sul piano teorico. Recentemente è arrivato l’ottimo volume di Elisabetta Fava Ondine, vampiri e cavalieri a fare il punto sulla situazione e ora, ad arricchire il quadro, si aggiunge questo studio monografico su Ludwig (poi, per tutti, Louis) Spohr.

L’idea del libro è provvidenziale perché, se abbandonare nel dimenticatoio Marschner o Lortzing è una lacuna soprattutto per il teatro musicale, la rimozione di Spohr (1784-1859) è una lacuna per la storia della musica nel suo insieme. In lui, infatti, il compositore non si limitò certo al genere operistico (ricchissimo il suo catalogo di musica sacra, sinfonica e da camera), né l’uomo di musica si esaurì nel compositore: importante direttore d’orchestra, ma soprattutto violinista tra i più acclamati in Europa (con uno stile di classica compostezza che si opponeva alla spettacolarità sopra le righe di Paganini), Spohr fu anche l’ideatore, o almeno l’istituzionalizzatore, di due accessori – la mentoniera del violino e la bacchetta del direttore – che avrebbero rivoluzionato la storia dell’interpretazione musicale. 

Ce n’è d’avanzo perché il nome di Spohr resti scolpito nella memoria dei posteri, ma la sua attuale sfortuna esecutiva in patria e la pressoché totale dimenticanza da noi sembrerebbero sentenziare altrimenti. Non sono invece mancate ricognizioni in area anglosassone, a cominciare dal raccomandabilissimo Louis Spohr – A Critical Biography di Clive Brown (Cambridge University Press, 1984): proprio a Londra, d’altronde, Spohr aveva ottenuto alcune tra le sue maggiori affermazioni di compositore e concertista. In mancanza di una traduzione italiana del volume di Brown, questo testo di Ugo Gangi potrebbe essere un’alternativa per il lettore di casa nostra. Purtroppo la sostanziale ascientificità del lavoro, e l’inadeguato (o del tutto assente?) editing di Mimesis Edizioni, vanificano in gran parte il senso dell’operazione.

Sin dalle prime righe l’autore tiene a sottolineare di non essere un musicologo, ma questo – nonostante il tono di civetteria polemica con cui Gangi dichiara la sua non appartenenza alla confraternita degli “addetti ai lavori” – potrebbe essere un vantaggio; e quando, nel primo paragrafo, scrive che «questo lavoro su Spohr mi è stato suggerito solo dall’ascolto della sua musica e dal desiderio (...) di tradurre il mio innamoramento in un libro che fosse comprensibile anche alle balie», il lettore ha l’impressione di avere finalmente sottomano un volume chiaro e senza intellettualismi, al di là del riferimento alle balie, apoditticamente ricondotte a epitome di debolezza culturale. Anche il taglio impresso al libro, in linea di principio, è corretto: da un lato alla biografia (e alla successiva disamina delle opere) viene premessa un’ampia carrellata dei musicisti d’area tedesca di quegli stessi anni; dall’altro si tenta d’inquadrare l’estetica musicale di Spohr nel pensiero filosofico del proprio tempo, con un occhio a Kant e l’altro a Schelling. Resta il dubbio, artatamente instillato in quarta di copertina, circa l’identità dell’autore: un dilemma su cui è inutile macerarsi, la qualità letteraria del libro non essendo quella di Gamiani – che per anni divise i lettori sul fatto che quel manoscritto anonimo fosse o meno opera di De Musset – o di altre illustri opere ambiguamente firmate, o non firmate affatto.

Non è però indice di serietà, da parte di una casa editrice, pubblicare un volume a scatola chiusa, se è vero (vedi ancora quarta di copertina) che «l’Editore ha svolto inconcludenti accertamenti sulla formazione culturale dell’Autore» e che, comunque, quest’ultimo «assicura di aver trascorso alcuni anni occupandosi della inspiegabile scomparsa di Louis Spohr». Ancor meno lo è licenziare un libro con un tal florilegio di refusi: il «qual è» separato dall’apostrofo (p. 12), Mendelssohn trasformato in Mendelhsonn (p. 62), establishement per establishment (p. 86), tournèe in luogo di tournée (quattro volte a p. 130, e anche altrove), Die Schöpfung di Haydn che diventa Die Schöfung (p. 133), “un arte” per “un’arte” (p. 175), «sé stessa» per «se stessa» (p. 202). E molti altri ancora.

Agli svarioni tipografici si unisce qualche distrazione concettuale: la ricordata monografia di Brown viene citata nel corso della trattazione, ma esclusa dalla bibliografia conclusiva; nel riassunto delle opere talvolta viene indicato, e talaltra omesso, il registro vocale dei singoli personaggi; Merlin di Karl Lebrecht Immermann (che si trasforma, p. 178, in Immerman) non è «un romanzo» (vedi stessa pagina), ma un poemetto; né è «un romanzo» (p. 160), bensì una novella (e come tale viene definita in altra parte del libro), The Student of Salamanca di Washington Irving, fonte, per Spohr, dell’opera Der Alchymist. Ma sono peccati veniali. Disturba più il narcisismo ipertrofico che induce l’autore, a ogni piè sospinto, a ricorrere al pronome personale “io”, rendendo edotti i lettori di ogni suo autocompiacimento e idiosincrasia. Dunque apprendiamo (p. 29) che Gangi ha avuto modo di fare «recenti letture di scrittori antichi, soprattutto bizantini», e che prova (p. 249) «un’avversione nei confronti di tutto ciò che riconduce alla rappresentazione di personaggi o vicende che riguardino le fedi religiose: non mi sono mai emozionato davanti a un quadro di Madonne con Gesù bambini». Anche se, ammette poche righe sotto, «sono toccato quando vedo una pietà di Michelangelo o una deposizione di Mantenga» (ennesimo e involontariamente comico refuso: n.d.r.).

A supporto di questo taglio espositivo (la biografia è esauriente, la disamina dei lavori più accurata per le opere strumentali che per quelle teatrali) c’è una scrittura “creativa”, che senza imbarazzi tira in ballo Vanna Marchi e Nicola di Bari parlando di storia e cultura tedesca, e una prosa polemica, dove la presa di distanza dalla musicologia ufficiale non si trasforma, com’era augurabile, in fertile antitecnicismo, ma in una sorta di sindrome antiaccademica. Già nella prima riga del primo paragrafo l’autore si accinge a polemizzare con un testo altrui (il Lessico musicale di Giancarlo Maselli, nella fattispecie); e lo stesso sottotitolo del libro (Un musicista affogato nel Biedermeier e dimenticato), che vorrebbe spiegare il “mistero” della sparizione di Spohr dai cartelloni operistici e concertistici, è frutto d’un tentativo di confutazione. Gangi, infatti, si riferisce al testo di Renato Di Benedetto Romanticismo e scuole nazionali nell’800, dove Spohr viene associato alla musica biedermeier (termine nato a metà del diciannovesimo secolo ma ormai esteso anche ai decenni precedenti, quelli appunto dell’apogeo creativo di Spohr) e, dunque, destinato a veder tramontare la sua fortuna quando le pallide istanze estetico-esistenziali del biedermeier vengono meno. È una visione che Gangi, non a torto, nega violentemente: Spohr fu un classicista aperto al “nuovo” romantico, un custode della tradizione non insensibile alle sperimentazioni, e la sua collocazione nella serena aurea mediocritas del biedermeier è inesatta e ingenerosa.

Della vis polemica dell’autore fanno le spese non solo i musicologi, ma i musicisti: davanti all’idea di dover ascoltare musica di Puccini – dice – «ipotizzo solo un intervento armato, per fortuna ora impossibile, della Gestapo» (p. 16) e, quanto a Verdi, la sua musica «è zeppa d’insopportabili ciarpami risorgimentali» (p. 217). Perfino Schelling viene sistemato a dovere («faccio anche fatica a considerare questo pensatore come un ardito innovatore»: p. 208). Mentre un compendio dello stile di Gangi lo troviamo nel paragrafo dedicato all’opera Der Berggeist (Lo Spirito della montagna), quando, per indicare che il protagonista eponimo è furibondo, ricorre a un aggettivo con due zeta.




di Paolo Patrizi


La copertina

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