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Maske und Kothurn. Internationale Beiträge zur Theater-, Film- und Medienwissenschaft
Pitanga Lectures. 2001-2006

A cura di Klemens Gruber e Franz Grafl

Wien-Köln-Weimar, Böhlau Verlag, 52. Jahrgang / 2006, Heft 3, 2007, pp. 153, € 23, 80
ISSN 0025-4606

Nel 2001 fu fondato a Vienna l’istituto Pitanga, che si specializzò nello studio del cinema e della televisione, e avviò in collaborazione con l’Università un ciclo di matinée domenicali nella sala cinematografica Votiv, in cui uno specialista introduceva la visione del film. Affidati alle cure di Klemens Gruber e Franz Grafl, gli interventi più significativi sono raccolti nel volume "Maske und Kothurn".

Il saggio di Frank Hartmann, Vom Versprechen der Medientheorie, è una riflessione sui mass media nella società contemporanea, con particolare attenzione alle nuove tecnologie, soprattutto a internet, e alla conseguente necessità di rivedere l’impianto teorico della critica, chiamata ad una funzione di smascheramento dei meccanismi troppo spesso oliati di menzogna che determinano il linguaggio e il contenuto della notizia. Il saggio di Werner Rappl, Schweigen Geheul Applaus, segue le tappe fondamentali della produzione cinematografica di Guy Debord e illustra la poetica del regista basata su una concezione artistica assai radicale della vita e della funzione sociale e culturale del cinema, che non deve relegare lo spettatore ad un ruolo passivo con visioni edonistiche bensì emozionarlo attraverso la rappresentazione delle contraddizioni storiche, come emerge dall’analisi delle sequenze narrative di La Société du Spectacle.

I rapporti di Robert Musil con il cinema sono indagati da Monika Meister. Lo scrittore subì il fascino del linguaggio filmico, definito "psychotechnischer Apparat", e ne assunse metodi descrittivi nella stesura del romanzo Der Mann ohne Eigenschaften (L’uomo senza qualità). A differenza del teatro, il cinema rappresenta la verità, come Musil teorizzò nel saggio Ansätze zu neuer Ästhetik. Bemerkungen über eine Dramaturgie des Films (1925). Anche James Joyce frequentò sale cinematografiche durante i soggiorni a Pola, Trieste e Roma, ma a differenza di Musil rimase piuttosto scettico sul valore espressivo considerandolo un semplice accessorio come la macchina o il telefono. Cambiò opinione quando rientrò a Dublino, come illustra Kurt Palm in James Joyce geht ins Kino, e decise di aprire la prima sala cinematografica della città, il "Volta Cinematograph", inaugurata nel dicembre 1909, con un cartellone internazionale, e venduta l’anno successivo alla "Provincial Theatre Company".

Robert Pfaller, nel saggio Von der Intimität zur Interpassivität, analizza il processo di interrelazione tra attore e spettatore, inteso come superamento del tradizionale confine tra i due ruoli avviato a partire dagli anni Novanta e avvertito come tendenza in tutti i campi artistici, particolarmente nelle commedie di successo popolare diffuse nel piccolo schermo. Emerge un quadro di ambiguità e banalità che concorrono allo svilimento artistico dello spettacolo. Si rimane in ambito televisivo con il contributo di Peter Mahr, Existenz in der Console. Zu David Cronenbergers Fernsehkinotheater "eXistenZ". Il film del regista canadese, nel proporre la visione della fantascienza in formato videogame, inventa un futuro insensato e pessimista, caratterizzato dalla inazione dei protagonisti, per scavare nell’animo umano e cogliere le sue perversioni. Il saggio approfondisce l’uso creativo e artistico degli strumenti tecnologici più avanzati di questo capolavoro, vincitore dell’Orso d’argento al Festival di Berlino del 1999.

Tra gli altri contributi raccolti nel volume "Maske und Kothurn" si segnala l’intervento di Christian Schulte, Alles, was Menschen in Bewegung setzt. L’attenzione è rivolta ad Alexander Kluge, scrittore regista cinematografico e televisivo, che adottò le forme del teatro epico brechtiano concependo la tecnica di montaggio come strumento di conoscenza e di critica sociale per sostenere un atteggiamento attivo dello spettatore, un "Ko-Autor", lontano dall’immedesimazione nel personaggio. "Il film per me si realizza nella testa dello spettatore non nello schermo", ribadì nel 1976, e seguendo questo principio realizzò un fortunato Kulturmagazin chiamato Fernsehen der Autoren, che Schulte analizza nelle sue caratteristiche più generali.

Il saggio successivo di Dominik Kamalzadeh, Requiem für einen Traum. Verschwörung als politische Allegorie è dedicato a The Manchurian Candidate. Le due versioni del film tratte dal romanzo di Richard Condon risentono del momento storico e politico in cui furono realizzate. Nella drammaturgia dei personaggi e nella contestualizzazione delle loro azioni, sottolinea e dimostra lo studioso, si sostanziano le differenze. Nella lettura di John Frankenheimer del 1962 la Guerra di Corea affronta il tema del pericolo comunista vissuto al tempo della Guerra Fredda, mentre la prima Guerra del Golfo, al centro del rifacimento di Jonathan Demme del 2004, solleva la questione del terrorismo e dell’incontro-scontro tra cultura orientale e occidentale.




Massimo Bertoldi


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