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Close up
L'attore nell'epoca della guerra santa planetaria

anno IX, 2005, n. 17

Il diciassettesimo numero della rivista «Close up», fondata nel 1997 a Torino da Giovanni Spagnoletti e ora uscita in una nuova veste per l’editore Kaplan, propone una ricognizione monografica sul tema dell’interprete cinematografico dal titolo, fin troppo ad effetto, L’attore nell’epoca della guerra santa planetaria. Otto saggi di diversi autori e alcune interviste (a giovani attori del cinema italiano, a uno psichiatra e a un antropologo visuale) rivelano un quadro composito di approcci al tema, secondo il modello degli studi recenti che tendono ad analizzare un argomento da diverse prospettive, teoriche e metodologiche. In realtà, più che il tema dell’attore, si rivela fertile il più ampio e complesso fenomeno correlato del divismo dell’interprete.

Apre il numero un saggio di Marcello Walter Bruno denso di spunti di riflessione sul tema dell’attorialità e della politica. Si riparte dal concetto espresso dal sociologo Alberoni nel 1979 secondo cui i divi cinematografici sono “élite senza potere”, disgraziamente scritto alla vigilia di un evento che ne smentirà l’assunto, la presidenza Reagan. Il seguito è noto: Mitterrand lanciato come un prodotto politico secondo la tecnica della star strategy e infine la carriera di Arnold Schwarzenegger che ricicla in politica le battute dei suoi film. Poche pagine, quelle scritte dal docente riconosciuto come autorità da una generazione di giovani critici, che però sintetizzano problemi storico-culturali di notevole entità se rapportati a una società globale dove, come scrive Bruno, “l’immagine è tutto, l’esperienza politica è niente”.

Ha un finale politico anche l’intervista all’antropologo Massimo Canovacci che mette l’accento su alcuni paradigmi dell’attore nella società contemporanea come la moltiplicabilità e la tecnologizzazione del corpo (Mi sdoppio in quattro di Harold Ramis potrebbe risultare un testo esemplare per illustrare la teoria, ma non andrebbero trascurate anche alcune tendenze dell’arte contemporanea, come le performance della francese Orlan). Canovacci teorizza l’esistenza di un nuovo spettatore che ha messo in crisi i due paradigmi del rapporto con l’attore, “l’identificazione autoritaria” del cinema classico e la “mimesi libertaria” del cinema moderno. Questo spettatore “visualizza”, non divinizza più – come in passato – i divi. La politica diventa un terreno di verifica quando Canovacci esamina le forme della comunicazione berlusconiana: «Berlusconi ha capito che la sua visibilità, la costruzione del suo corpo, il fatto di volere un corpo gradevole, con i capelli, dimagrito, vestito in un certo modo, produce post politica, o politica comunicazionale». Non diversamente da Mitterrand, il premier italiano si serve della star strategy per conquistare e mantenere il consenso politico.

A livello teorico, l’intervento più autorevole è quello di Francesco Pitassio che, nel saggio L’ossessione dell’identità si interroga sul divismo cinematografico come costrutto culturale. Partendo dalla premessa che esso non sia leggibile fuori da contesti storici determinati, si tratta di capire cosa accomuni il culto della celebrità dell’Ottocento alle forme contemporanee di celebrità “fluida e relativamente evanescente, la cui funzione etica è indebolita e annichilita senza per questo ridurre l’efficacia esemplare dell’immagine divistica”.

A differenza di altre posizioni, espresse anche su questo numero della rivista, Pitassio mette l’accento sulla continuità e sulla permanenza del divismo cinematografico nel panorama contemporaneo e lo fa dati alla mano, portando a riprova le classifiche delle celebrità mondiali redatte da riviste autorevoli come “People” e dagli indicatori di Forbes che vedono in pole position   divi come Mel Gibson, Tom Cruise, Angiolina Jolie e Johnny Depp, e sottolineando la presenza ipertrofica dei fans club dedicati alle star hollywoodiane su Internet. Il divismo cinematografico, osserva Pitassio, sarà anche una “forma culturale residuale” ma la sua forte valenza simbolica gli ha permesso di continuare a orientare mercato e consumi non diversamente che in passato. Sul versante della configurazione divistica attualmente dominante, Pitassio rileva che per il divo la performance attorica resta uno dei valori aggiunti più ricercati, in un clima culturale dove il tema dell’identità è divenuto una significativa ossessione. La centralità dell’esibizione attorica si manifesta in varie forme: attraverso il sistema della “recitazione agonica” che mette a confronto grandi divi di generazioni uguali o distinte, attraverso una ridefinizione costante della tipizzazione legata al ruolo, infine, nel cinema di animazione e digitale, attraverso un nuovo divismo “iconico” (Tom Hanks digitalizzato da Robert Zemeckis in Polar Express) o “sonoro” (Mel Gibson che doppia il gallo Rocky in Galline in fuga). A livello economico per Hollywood il divo resta un’imprescindibile garanzia di successo commerciale, come era avvenuto alle origini del cinema classico. Questa prospettiva teorica, che sottolinea la continuità con il passato piuttosto che rilevarne le differenze con il presente - davvero non apprezzabili nella sostanza - è oggi la più accreditata: ciò contribuisce a rilanciare la questione del divismo nell’orizzonte degli studi di cinema, i soli che possano riuscire a porsi come punto di partenza per analizzare un fenomeno, in passato preso in esame pressoché soltanto dalla sociologia, ancora in attesa di venir inserito in più ampie prospettive culturologiche.




Cristina Jandelli


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