drammaturgia.it
Home | Cinema | Teatro | Opera e concerti | Danza | Arte | Racconti e... | Televisione | Libri | Riviste
Punto sul vivo | Segnal@zioni | Saggi | Profili-interviste | Link | Contatti

cerca in vai


Francesca Simoncini

Rosmersholm di Ibsen per Eleonora Duse


edizioni ETS, Pisa, 2005, pp. 206, euro 15,00
ISBN 88-467-1261-7

4 dicembre 1905, Trieste, Teatro Verdi: va in scena Rosmersholm di Ibsen. Eleonora Duse, che ha anche tradotto il testo in italiano dalla versione francese curata dal conte Moritz Prozor, debutta a quarantasette anni nel ruolo di Rebecca West.

4 dicembre 1906, Firenze, Teatro della Pergola: va in scena Rosmersholm di Ibsen. Ad interpretare Rebecca West è Eleonora Duse. L'allestimento scenico è firmato dal "pittore" inglese Edward Gordon Craig.

Rosmersholm (1886): La giovane Rebecca West proveniente dalla Norvegia viene assunta come dama di compagnia dalla signora Beate (Felicita, nella traduzione di Eleonora Duse), moglie del pastore Giovanni Rosmer. La coppia non ha figli e Casa Rosmer (Rosmersholm) rimane «immobile – come scrive Domenico Lanza – in mezzo al moto degli esseri e delle idee, chiusa ad ogni raggio di luce, di giocondità, ad ogni spirito di vita moderna». Questa immobilità viene turbata all'improvviso dal suicidio di Beate. Nella vecchia casa continuano a vivere Rebecca e Giovanni Rosmer. «Un legame di unione casta, spirituale avvince i due esseri, la giovane donna – scrive sempre Domenico Lanza – è la risvegliatrice nell'animo di Rosmer di quei pensieri, di quei principi di libertà, di ribellione alla morale e alla società costituita, che fanno di lui un altro uomo». Al punto che Rosmer si dimette dalla carica di pastore e finisce con l'attirarsi la feroce inimicizia del rettore Kroll, capo dei conservatori. Ma la sua apostasia non è del tutto riuscita. Riuscirebbe, si completerebbe, forse, se Rebecca divenisse la sua seconda moglie. Ma la donna respinge la proposta matrimoniale e confessa a Rosmer che Beate si è uccisa per colpa sua: l'aveva infatti indotta a credere di aspettare un figlio da lui. Il dramma si chiude col suicidio di Rebecca e Rosmer – incarnazione l'una della gioia, l'altro della morale - ovvero con «l'affermazione dell'inutile tentativo di conciliare la natura col dovere», con «l'affermazione triste e dolorosa dell'impotenza dell'uomo a rinnovarsi». 

Trattando l'argomento con la disinvoltura di chi se ne è conquistata la familiarità, Francesca Simoncini ricostruisce nei minimi dettagli la storia fra Eleonora Duse e Rosmersholm muovendosi con agilità in mezzo al mare magnum bibliografico (lettere, diari, recensioni, oltre che saggi e volumi monografici) e dribblando i rischi dell'inutile e dell'inessenziale grazie a una prosa sintetica che coniuga chiarezza, precisione e icasticità. 

Con fine intuito critico, l'autrice estrae da una rigorosa analisi comparativa delle molte fonti a disposizione le risposte alle principali domande relative alla fase di disintossicazione della Duse dalla drammaturgia dannunziana, al significato di Rosmersholm per Ibsen e al rapporto dell'attrice col testo, con Rebecca West e anche con Gordon Craig.

Quale chiave interpretativa, ad esempio, scelse per penetrare nel personaggio di Rebecca West? La Duse – si legge - fu in grado di «restituire correttamente la pluritonale interpretazione suggerita da Ibsen per un personaggio che si manifesta costantemente in bilico su un duplice codice espressivo, dove il tessuto verbale e quello gestuale raramente coincidono, anzi appaiono spesso dissonanti e costringono l'interprete a tenere contemporaneamente due tempi, due ritmi recitativi diversi e contrapposti».

O ancora: cosa rendeva l'aspetto esteriore della sua Rebecca incompatibile con quello di una regolare prima donna? «E' il costume – si legge nel capitolo Racconto dello spettacolo - a rivelare i segni di uno studio teso a evidenziare la natura anfibia e contrastata del personaggio. […] Lo strascico e la ricca e nobile acconciatura, due invenzioni aggiunte dalla Duse al ritratto creato da Ibsen, così come i fiori sparsi ovunque, costituiscono alcuni dei tratti pertinenti del ruolo teatrale della seconda donna. […] Tra le pieghe dell'abito monacale della Duse, così come tra le righe del testo di Ibsen, riemerge ciò che Rebecca West era stata: una seconda donna».

Ma tante altre sono le domande che trovano una risposta: perché la Duse non portò in scena il dramma nella collaudata traduzione di Enrico Polese Santarnecchi? Perché decise che Rosmer e Kroll sarebbe stato opportuno venissero interpretati rispettivamente da Carlo Rosaspina e da Ettore Mazzanti? Cosa significava per la Duse il sorriso donato da Rebecca a Rosmer nell'attimo prima di rifiutarne la richiesta nuziale; un sorriso che – scrive la Simoncini – «negava l'angoscia e la trasformava in bellezza»? Quale fu la sua reazione quando vide l'apparato scenografico predisposto nel 1906 da Gordon Craig per Rosmersholm?

La Duse si occupò dell'allestimento del dramma con una attenzione che può essere definita protoregistica, con una cura quasi sacrale, con un amore cui si abbandonò completamente: «Senza Rosmersholm – scrive in una lettera del 1906 - sarei già morta da un pezzo». Si sa, dopotutto, che anagrammando le lettere di "attore" si ottiene la parola "teatro". Dopo essere stato preso per mano, il lettore viene condotto all'interno del laboratorio teatrale di Eleonora Duse. La fenomenologia dello spettacolo diventa il soggetto di un libro che si legge come un vero e proprio romanzo esistenzialista scritto con piglio tacitiano da una autrice che osserva la materia in esame con rispettoso distacco, fornendo dati e date, senza lasciarsi mai cadere nella trappola del coinvolgimento personale, senza concedersi alcuna esegesi autoreferenziale. «Risparmiamoci gli aggettivi qualificativi di cui si fa quotidiano strazio – sembra dire la Simoncini parafrasando Adolfo Orvieto – e per una volta tanto ammiriamo in silenzio». 
    

Breve e intenso, il volume si compone di una prima parte saggistica e di una ricca appendice antologica che comprende la trascrizione di alcune pagine (la IV scena del II atto) del copione di Rosmersholm appartenuto all'attrice, il discorso (Per Enrico Ibsen morente) che Silvio Benco tenne il 4 dicembre 1905 prima dello spettacolo e infine varie recensioni – firmate da Giovanni Pozza, Matilde Serao, Enrico Polese Santarnecchi, Domenico Lanza, Adolfo Orvieto, Sabatino Lopez e altri – comparse su quotidiani e riviste del dicembre 1905 e 1906. Completa il volume una cronologia della vita e delle opere di Eleonora Duse ed un prezioso inserto iconografico.   






Giulia Tellini


copertina

cast indice del volume


 


Eleonora Duse. Il lavoro dell'attrice sul testo. pp. 58-89
 
Firenze University Press
+39 0552743051 - fax +39 0552743058
Borgo Albizi, 28 - 50122 Firenze

web:  http://www.fupress.com
email:info@fupress.com
© Firenze University Press 2013