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Giorgio Strehler

Memorie. Copione teatrale da Carlo Goldoni

A cura di Stella Casiraghi. Introduzione di Siro Ferrone

Firenze, Le Lettere, 2005, euro 35,00
ISBN 88 7166 765 4
Nel 1968 la Rai commissionò a Giorgio Strehler una sceneggiatura sulla vita di Goldoni da cui trarre un serial televisivo in sei puntate. Sceneggiatura che, scritta dal regista con Ludovico Zorzi e Tullio Kezich, dopo qualche anno sembrò irrimediabilmente perduta. A partire dal 1987 Strehler tornò a parlare dei Mémoires deciso, questa volta, a ricavarne un copione «teatrabile» (un vero e proprio romanzo teatrale da suddividere in tre parti e da rappresentare in tre serate diverse) cui lavorò fino alla morte, avvenuta il giorno di Natale del 1997. Lo spettacolo sarebbe dovuto andare in scena nell'estate del 1998. 
 

Giorgio Strehler: l'esercizio sapiente della luce
Giorgio Strehler: l'esercizio sapiente della luce


Curato con appassionata minuzia da Stella Casiraghi e introdotto da Siro Ferrone, il lungo copione manoscritto – diviso in cinque episodi e un epilogo - è stato ora pubblicato dalla Casa Editrice Le Lettere. Un testo che, come scrive Ferrone nel saggio introduttivo, è incompiuto non solo perché non è stato mai rappresentato ma anche perché, «ancora in sospeso tra ideazione e sogno registico», è tecnicamente imperfetto nella sua continua alternanza di narrazione e note di regia, didascalie vere e proprie e didascalie destinate invece alla lettura scenica: «non un copione che traccia la corretta storia di Goldoni – scrive sempre Ferrone – ma un copione che traccia il rapporto emozionale di Strehler con Goldoni e, attraverso Goldoni, con se stesso». Oltre ad essere «quasi un diario per interposta persona», in virtù del sofferto autobiografismo costantemente in agguato, il testo «non è una biografia. – scrive Strehler – Non è un saggio critico. Non è una commedia. E' tutto questo insieme».


l'accostamento Soleri-Strehler
l'accostamento Soleri-Strehler


Concludono il volume l'intero piano di lavoro del copione stilato su indicazione del regista nella seconda metà degli anni Novanta, un'autoiconografia (una galleria di immagini che colgono momenti di spettacolo o di prova) e infine la trascrizione della "lezione goldoniana" tenuta da Strehler alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Firenze il 16 marzo 1993 in occasione della commemorazione di Ludovico Zorzi nel decimo anniversario della sua scomparsa.

Al centro dei cinque episodi (e dell'epilogo) che formano le Memorie sono alcuni dei più significativi momenti della vita del "signor G." come lo chiama Strehler: dalla fuga da Rimini del quattordicenne "G. figlio" sulla barca dei comici di Florindo de' Maccheroni alla «regressione dell'uomo Goldoni che scappa dal Mondo per rifugiarsi nell'utero del Teatro»; dalla Commedia dell'Arte alla Riforma («Voi siete attori del nuovo stile! – dice il grande Arlecchino Sacchi agli attori di Goldoni che stanno provando il Teatro comico – Voi dovete "incentrarvi" nelle parti… stare tutti "dentro"… internarvi»); dalle sedici commedie nuove scritte nel 1750 per la Compagnia Medebac agli ultimi capolavori rappresentati al San Luca; dall'avversione innocua di Pietro Chiari a quella ben più pericolosa e ossessionante del Grande Nemico Carlo Gozzi che lo accusa di sovvertimento dell'ordine sociale («E' tutta la mia vita infangata. – dice "G." alla moglie - Non so come difendermi. Lui è spietato, lui è nobile. Lui può. Io non sono così intelligente. No, è la verità! Ma io scrivo quello che sento giusto. Io amo gli uomini. Lui no. Io credo nella bontà umana. Lui no»); dall'amicizia - lui «piccolo, incerto e un po' nevrotico» - col «grosso padre emiliano» al tenero amore per la moglie Nicoletta, paziente e silenziosa complice che sa sempre calmarlo, liberarlo dagli attacchi di persecuzione («Grazie io, a te – dice "G." a Nicoletta che lo ringrazia – Per essere come sei»); dal rapporto tormentato con Teodora Medebac «insopportabilmente malata» (di nervi e ipocondriaca, come lui) a quello rassicurante con la solare Maddalena Marliani, «così viva, così spiritosa, così naturalmente accorta»; dal definitivo addio a Venezia al soggiorno parigino durato trent'anni e vissuto «come una dissipazione»; dall'incontro col vecchio Rousseau alle visite del giovane Alfieri; dall'improvviso avvento della cecità alla morte.

Non ultima fra le intenzioni dell'autore quella di vanificare il secolare equivoco sull'opera di Goldoni: «l'equivoco – come si legge nella trascrizione della "lezione goldoniana" che chiude la pubblicazione – del piccolo moralismo, della piacevolezza, del "sempre sorridente", del gioco puramente comico-musicale, del "balletto" della sua teatralità». Il Goldoni (G.) di Strehler, che diventa non di rado un Goldoni/Strehler (GS), è un uomo eroico, geniale e predestinato ma anche  malinconico, fragile fisicamente, sempre pieno di paura («Gh'ho sempre avudo paura a ogni commedia, ogni sera. – confessa "G." a Collalto - Chissà? Forse el teatro xe lo fa con la paura!»), abituato a lasciarsi trascinare - dopo l'esaltazione dei maggiori successi - verso "necessarie" pause depressive e costantemente perseguitato dal proprio "male comico" che è un male di vivere molto simile a quello del Trigorin cechoviano: «Io so soltanto – dice "G." – che niente della mia vita, dei miei viaggi, delle mie dimore, dei miei sconcerti, finanche dei miei passatempi, niente è esistito, se non tenendo gli occhi fissi a questa applicazione, senza che tutto non diventasse una sorta di materiale adatto ad essere "lavorato" in Teatro». 


regista e attore (Turi Ferro): l'uno lo specchio dell'altro
regista e attore (Turi Ferro):
l'uno lo specchio dell'altro

 
E sicuramente prima fra le intenzioni dell'autore quella di realizzare «un atto d'amore nella teatralità»: tutto il testo si configura come una commossa e commovente, poetica ed emozionata dichiarazione d'amore al Teatro inteso come parafrasi della vita, «come simbolo dell'umano destino – dice sempre Strehler – e dell'umano svolgersi». E Strehler ha riconosciuto in Goldoni l'artista che ha amato il teatro (e l'umanità) come e quanto lo ha amato lui: «Mi sento a lui più vicino che a  qualsiasi altro nel suo Amore per il Teatro – scrive nel 1993 in una lettera ai suoi attori – Amore per questa piccola macchina di carta, così complessa, così fragile, in cui noi ci muoviamo, cercando di non guastarla, di non distruggerla ma di farla volare in alto, il più possibile, sulla punta delle nostre dita, con il battito dei nostri cuori».

Dichiarazione d'amore al Teatro e quindi alla Vita: «Mondo e Teatro sono una cosa sola. Non c'è differenza. Difficili l'uno e l'altro. E la vita è piena di accadimenti, di sorprese, di qualche gioia breve, col suo bene, il suo male, di qua, come di là. Di qua e di là c'è solo e sempre questa macchinetta dell'uomo che si adopera e cerca la felicità».

 








Giulia Tellini


copertina

cast indice del volume


 


Introduzione
di Siro Ferrone

 
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