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Giovanni Spagnoletti

Free Cinema, British Renaissance
Due momenti del cinema d'autore in Inghilterra. Saggi e materiali

Roma, Aracne, 2003, pp. 262, euro 15,00
ISBN 88 7999 491 3

ĞL'artista deve sempre mordere la mano che lo nutre. Deve sempre puntare oltre i limiti della tolleranza. Il suo dovere è quello di essere un mostro. Il terribile vizio della ragionevolezza inglese, il pernicioso vezzo del compromesso, il dono (e con quanto autocompiacimento rivendicato!) di 'non prendere le cose troppo seriamente'. Forse questa non è una cattiva ricetta per sopravvivere, ma non è troppo buona per l'arte. In Inghilterra il vero pericolo per il cinema non è il censore, e neanche il sistema: è il pericolo che la gente non voglia essere messa in discussione né disturbatağ.

Provocatorio, implacabile nelle convinzioni critiche, impositivo: era questo il tono con cui scriveva Lindsay Anderson nel 1963, anno liminare in cui usciva il suo This Sporting Life (ma anche Billy Liar di Schlesinger e Tom Jones di Richardson) e con cui si chiudeva la stagione breve e corrosiva del free cinema, su cui è centrato - oltre che sulla British Renaissance, che di quegli anni è per molti aspetti l'erede -  il testo di Spagnoletti in questione, che, articolato in una serie di contributi critici, ha innanzitutto il merito di riportare l'attenzione su autori e film indubbiamente classici ma altrettanto indubbiamente trascurati dall'attenzione critica più recente. L'introduzione, scorrevole, offre un quadro ben delineato dei due fenomeni, indagandone l’emergere e il dispiegarsi attraverso eventi, testi, protagonisti che hanno disegnato la mappa della cinematografia inglese moderna. Perché la stagione del free cinema - iniziata nel 1956, l'anno della prima teatrale di Look Back in Anger di Osborne diretta da Richardson e del festival di corti al National Film Theatre organizzato dallo stesso Anderson - era stata in effetti un tempo segnato da un cinema nuovo, libero per l'appunto: libero dalle costrizioni dell'industria e dall'obbligo della qualità elegante e paludata; libero di esprimere una poetica personale, certo lontana dal primato della fiction e della letterarietà esibita (magari d'ispirazione shakespeariana) ma altrettanto distante dalla freddezza del documentario entomologico alla Grierson. Il documentarismo di Anderson, Richardson, Reisz, Schlesinger - sottolinea ancora Spagnoletti - è un lavoro personale, fatto di una interpretazione soggettiva della società e, soprattutto, degli esseri umani che in essa vivono, sentono, amano, odiano; è un'osservazione simpatetica, partecipata, dichiaratamente parziale delle vicende degli individui che ne sono protagonisti. Si tratta di vedere e sentire - e di denunciare urlando se occorre, ''mordendo la mano che nutre'', come vuole Anderson - con amore e con rabbia, mai con freddezza o asetticità. Troppo spesso liquidato sbrigativamente come antesignano della Nouvelle Vague, con la quale certo condivide la reazione contro il cinéma de papa, il free cinema si comprende meglio attraverso la definizione che amava darsi, ovvero kitchen sink film: il cinema del lavello di cucina: un cinema del quotidiano, dell'odore di cibo, dei resti lasciati nel piatto; un cinema della working class, che racconta le vite dei losers del sottoproletariato urbano immersi in una società gretta, conformista, apatica; un cinema a basso budget, non (troppo) premiato dal pubblico; e un cinema che si esaurisce nell'arco breve degli anni a cavallo dei Sessanta, chiuso dall'irrompere della swinging London, per riemergere, vent'anni dopo e sotto altre forme, nei modi della British Renaissance, ovvero in quei cineasti come Ken Loach, Mike Leigh, Stephen Frears e Derek Jarman che, pur nelle (a tratti notevoli) differenze riportano la cinematografia inglese a buoni risultati quanto a originalità e creatività, anche se non sempre premiati dalla risposta degli spettatori.

Il volume si connota poi, soprattutto, per la mole notevole (e utilissima) di materiali come interviste, dichiarazioni, traduzioni di articoli e saggi brevi. Tra tutti segnalo - oltre alla consueta puntualità di Emanuela Martini a proposito di Stephen Frears - il pugnace e ben documentato saggio di Ceselli su Reisz, che ne rilegge l'intera opera sfidando la dimenticanza in cui il regista di Saturday Night, Sunday Morning è caduto; l'affettuoso ritratto di Ken Loach tracciato da Matteo Ortolani, e il panorama sull' ''anti-autore'' Tony Richardson steso da Serafino Murri. Sul versante dei materiali, senz'altro degni di un'attenta lettura sono i testi di Lindsay Anderson, che ne evidenziano la statura critica e la lucidità intellettuale, e l'abbondante materiale (interviste, materiali di lavoro, dichiarazioni) di e su Derek Jarman. Unico appunto al volume, la presenza di (troppi) refusi ed errori di stampa.


Chiara Tognolotti


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