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Lucia Cardone

Elio Petri, impolitico. La decima vittima (1965)


Pisa, Edizioni ETS, 2005, pp. 134, € 12,00
ISBN 88-467-1292-7
«Nel panorama del cinema italiano del dopoguerra, la figura di Elio Petri occupa una zona oscura, ambigua. Eclissato dall'impeto ideologico che investiva, negli anni Sessanta e Settanta, il controverso fenomeno del “cinema politico”, il cineasta romano è stato attaccato, discusso e infine rimosso, senza, di fatto, essere indagato a fondo, al di là di questa esperienza, anch'essa peraltro sfuggente, incerta. La stagione del cinema politico costituisce un nodo problematico ancora da sciogliere ed implica questioni complesse, quali il rapporto tra arte e politica, tra cinema commerciale».

Lucia Cardone rileva come l’etichetta cinema politico, sotto la quale è spesso fatto ricadere semplicisticamente l’opera del regista, ha confini che devono essere descritti con maggiore cura se si vuole discutere sul ruolo di Petri all’interno di questa corrente cinematografica. La definizione porta ad evidenziare i limiti strutturali dell’industria cinematografica italiana, che non è stata capace di elaborare una nozione di genere costante e durevole. Il cinema politico è stato sempre al limite della polemica, criticato per la scelta di privilegiare la materia rispetto alla forma e la sua trasgressione, accusato di essere incapace di contrastare l’eredità ideologica borghese cui il cinema pare indissolubilmente legato. Riportare l’attenzione sull’opera di Petri, è per l’autrice un modo per riuscire a scorgere fra le nebbie del cinema politico un discorso autoriale complesso, spesso deformato dalla visione della scelta di punti di vista parziali, quale quello sul genere.

Il saggio si propone, dunque, di ristabilire le esatte proporzioni di un autore a volte mitizzato, altre screditato, su cui non è stato mai compiuto un vero progresso conoscitivo.

Cardone delinea nettamente l’intento e la tesi sulla quale si articola il saggio, incentrandolo su un particolare film di Petri, La decima vittima, ritenuto capace di rappresentare i tratti essenziali della sua cinematografia. Si tratta della scelta di un preciso punto di vista, che permette di rintracciare alcune caratteristiche stilistiche, contenutistiche e formali capaci di illuminare retrospettivamente l’arte di Petri. Ripercorrendo le difficoltà produttive, il faticoso e problematico rapporto con Ponti, i modi della trasposizione dal soggetto originale, Seventh Victim, di Robert Sheckley, Cardone rileva i motivi di appartenenza del film al cinema di genere, in particolare alla science-fiction, e quelli di trasgressione dei codici, tramite il ricorso a procedimenti di straniamento, attraverso stasi ed elementi che chiamano in causa direttamente il presente. L’autrice procede dall’analisi della costruzione figurativa del film verso la scoperta dello stile dell’autore e ci conduce di fronte al procedimento di mascheramento adottato da Petri. Fondamentale importanza rivestono in La decima vittima i riferimenti pittorici, figurativi e iconografici, evidenti nella costruzione degli spazi secondo precise geometrie pop e fumettistiche. La presenza della pop art come referente figurativo principale, corrente in cui è presente contemporaneamente la critica alla società di massa e la sua esaltazione - merita citare almeno Joe Tilson, Roy Lichtenstein, Andy Warhol - viene in Petri a convergere con una riflessione più generale circa la fotografia, il ruolo dell’immagine e del guardare inteso come atto del conoscere.

Il processo di svelamento conduce ai bersagli su cui è diretto il cinema di Petri: quello politico, con il rovesciamento di alcuni stereotipi italiani; quello cinematografico, attraverso una satira rivolta sia verso il cinema inteso come ‘fabbrica dei sogni’, sia contro le opere precedenti del regista; quello del cinema dei generi. Il film si mostra l’opposto di ciò che sembra, o sembrava, essere, e da apologia dell’ideologia borghese si configura critica feroce della società dei consumi.
Riccardo Castellacci


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